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E’ evidente che mi sono sopravvalutata.
O, almeno, ho sottovalutato la parete contro cui mi andavo a schiantare quando, nel giro di un mese, ho impacchettato e me ne sono tornata nell’ultimo posto sulla terra dove volevo tornare, a fare tutto ciò che davo per certo che non avrei mai più fatto.

Ho totalmente sottovalutato le ripercussioni della cosa.
Cioè, che sono sotto choc.
Detto in due parole.

Dovevo preparare le carote all’acqua di fiori d’arancio, ché dovrei portarle a una festa tra poco.
Ieri ho preso le carote, dicendomi: “L’acqua di fiori ce l’ho, il cumino l’ho preso l’altro giorno, ho tutto.”
Oggi, poi, mi sono detta: “Ah, lo zucchero a velo, mo’ scendo a prenderlo.”
E poi ho sbucciato le carote, ho fatto quello che dovevo fare e, infine, mi sono diretta verso l’acqua di fiori d’arancio.

“Strano. Dov’è la mia acqua di fiori d’arancio?”
Sono salita sulla sedia per guardare meglio.
Poi ho cominciato a svuotare gli armadietti.
E poi ha cominciato a montarmi su l’angoscia del sospetto: “No. Non può essere.”
Ho svuotato tutto, tesissima.
E poi sono scesa dalla sedia, mi ci sono seduta e l’ho vista, l’acqua di fiori d’arancio che avevo in mente da giorni.
Armadietto marrone.
Carta colorata sul fondo.
Bottiglie di aceto, di soia.
La bottiglietta scura che avevo in mente.
Solo che era la cucina del Cairo, quella che vedevo.
Non questa.
E ho guardato questa cucina, quella che vedo adesso, con un senso di estraneità totale: “Ma allora, qui, che cosa ho?”
E ho avuto la sensazione di non averla mai vista, la roba che c’era qui. “Funghi secchi? Biscotti? Ma di chi è, ‘sta roba?”

Mi ha telefonato la mia amica Amparo, poco dopo.
E le ho detto: “Ascolta, lo strizzacervelli reichiano da cui vai tu, come si chiama? Ti trovi bene, giusto? Ti dispiace se ci vado a fare due chiacchiere anch’io?”
E lei mi ha detto che prima, però, bisognerebbe vedere se ciò che mi spetta è una trendissima diagnosi di depressione, e che quindi mi dava anche il numero di un altro strizzacervelli bravissimo, portentoso nel diagnosticare o escludere la depressione.

Abbiamo anche un po’ strapazzato la psicoanalisi, tutte e due, ché io ci ho fatto il militare per un decennio e lei meno ma, insomma, arriva un momento in cui già lo sai, quello che l’analista ti potrebbe dire, e che ti servono revisioni un po’ più concrete, ecco.
Tipo: io non posso fare la spesa per due giorni di fila scegliendo ciò che mi serve in base alla mia dispensa cairota, invece che a quella milanese.
Perché poi mi siedo sulla sedia con la testa tra le mani e penso: “Ma che cacchio mi sta succedendo?” e mi metto paura, e poi vado a letto con la marmellata.
D’arancia.

Un po’ di cose di bioenergetica, tipo. Cominciare col mettere a fuoco il corpo, dove ho i piedi e dove ho le mani. E’ la premessa per identificare lo scaffale della cucina.
Lavorare per obiettivi delimitati.
Rinunciare alla marmellata a letto.
Desistere dal chiudermi in casa.

Cosa fa un topo in trappola, se è minimamente sensato?
Alza le mani.
Dice: “Trattiamo”.
Ecco.
Trattiamo.

Nulla è più milanese del vedersi con qualche amica per l’aperitivo, dopo la seduta con lo strizzacervelli.
Direi che, anche sul piano estetico, questo è un passo da giganti verso la re-integrazione.