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(Puzzle di post mollati a metà o non pubblicati.
Ne deduco che, per la prima volta nella mia vita, sto da sei mesi dello stesso, identico umore.
Non so mica come farò.
)

– Sto che in linea di massima non penso e mi proteggo così.
Perché la mancanza che sento non è ideologica, razionale, pensata. E’ fisica. Ferisce molto di più di quanto temessi. Quindi in genere non penso.
Stasera sì.

– Guardo le foto, l’università, la studentessa che mi regalò il papiro che ho qui sullo scaffale, con la dedica: “A Professoressa mia.”
Tutta quella luce che inonda le foto.

– L’euro in discesa e io che, tutti i mesi, ne spendevo esattamente 100 in più di quanti me ne entrassero.
Sembravano tantissimi, visti da lì.
E, un mese dopo l’altro, ero arrivata al fondo di ogni mia possibilità di fido in banca: mi rimaneva un altro mese. Uno. Poi, finito.
E non avevo la più pallida idea di cosa fare.
Chiudevo gli occhi, calavo la testa sotto l’acqua, in piscina, e mi veniva da ridere e poi pensavo all’aspide.

Pensavo che tutto era perduto ma la scenografia era perfetta e pensavo che ero stata brava: il lastrico in cui mi trovavo era tra i migliori che avessi mai visto.

– Il fratello internettiano (sì, tu) che mi fa piovere in testa una traduzione con cui ci campo tre mesi, in Egitto.
Il collega che mi passa pure lui un lavoro e per tutta la vita mi chiederò se era vero che gli servisse, ché secondo me se lo inventò perché, forse, un po’ si vedeva che ero preoccupata.
Oppure no, chi lo sa.
Non lo saprò mai, tanto.

Ma lo ero, poi, preoccupata?
Ero al di là, credo.

– L’aspetto spiacevole della cosa era fare, con inedita e assoluta crudezza, i conti con i miei limiti. No, altri mestieri non avrei saputo farli: so solo insegnare. No, nemmeno l’avventuriera avrei saputo fare (“Ma trovati un fidanzato danaroso e amen!!”): mi fu chiaro nelle settimane in cui tra me e il webmaster era tutto finito e mi sbucò un corteggiatore con passaporto diplomatico che mi portò al Carrefour, tempio dello shopping occidentale al Cairo e mi disse: “Bello, vero? Dai, prendi ciò che vuoi, posso farti un regalo?”
Un po’ seccata, mi feci regalare la sabbia per il gatto di Julia.
E mi fu chiaro, mentre impugnavo il mio sacchetto di sabbia per gatti, che come avventuriera sarei stata ancora più improbabile che come insegnante madrelingua di una lingua non mia.
Infinitamente più improbabile.
Non ho senso pratico e, a 40 anni, era un po’ tardino per farmelo venire.

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– Seduto sull’unica nuvola di tutto il cielo del Cairo, il mio angelo custode doveva avere le mani tra i capelli, nel vedermi filosofeggiare su scenografie, aspidi e mancanze di senso pratico tra le bolle della jacuzzi della palestra.
Ha calato una manona dalla nuvola, mi ha preso per le orecchie e mi ha rispedito a Milano.
E non sono più sul lastrico.
Strano.
Ma non cambia poi molto, non è una cosa che si percepisca come presente.

– Mi si stringe il cuore per le cose più assurde: “Da quanto tempo non vedo uno scarrafone, da quanto tempo non mi morde una pulce, da quanto tempo non mi siedo su un tappeto vero, non entro a sedermi in una moschea all’ombra, non rido per strada, non mi sento a casa, da quanto tempo non controllo la data di scadenza della pasta…”
I pomodori lavati senza spugnetta e senza sapone, ché qui non serve.
Li sciacquo in mezzo secondo e mi si stringe il cuore.

Questa verdura gigante che c’è qua: melanzane come palloni da calcio, peperoni enormi, tutto grandissimo, tutto lucido, tutto che non puoi vivere senza eppure fino a poco tempo fa ci vivevi, senza, e ci vivevi egregiamente.
E ti compri lo straccio griffato Vileda e fai tutto in automatico e non senti niente, proprio niente.
Niente, sento.
Là non mi succedeva mai, di non sentire niente.

– Tutto lucido, niente polvere.
L’ultima polvere cairota che mi è rimasta è sotto i tasti del mio computer che, infatti, non funzionano quasi più.
Il resto, devo averlo lavato tutto.

– Mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiata che mi spavento. In cinquantaquattro giorni.

Però non sto male.
In qualche modo, sto persino bene.
E’ una leggera anestesia.

– Se avesse un nome, quello che mi manca, sarebbe meglio.
Una non può struggersi perché non incappa mai in una pulce. Non è plausibile.
Perché non ci sono le donnole, non scoppiano le lampadine, non ti incazzi con nessuno e nulla ti commuove.

Perché mancano la luce, la polvere e quella sensazione di sentirtela dentro, la città, e mi manca tanto che, anche se ci tornassi, quello che ormai ho perso è talmente enorme che non posso immaginare di potermelo mai più riprendere, nemmeno se ci ritornassi mille volte.

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(Il mio nuovo lavoro)

Così, tanto per chiarire di cosa parlo: io ho studenti che, se gli chiedi dov’è l’Ecuador, ti rispondono: “In Spagna?”
Parlo di gente di 16, 17 anni.
Poi, per carità, sono ignorantissimi su tante cose. Ma la geografia, ecco, mi colpisce.

Gli potrei raccontare qualsiasi balla, mi crederebbero.
Che le Ande, chessò, attraversano la Spagna interrotte solo dall’Ecuador che però è un’arcipelago la cui isola più grande si chiama Buenos Aires e ed è francofona.
Prenderebbero appunti e poi me lo ripeterebbero.
Senza fare una piega.
E’ una tentazione che ho spesso.

Poi, massì, hanno anche i loro strumenti: Peppe, quando gli ho chiesto: “Dimmi: dove si parla il basco?” mi ha risposto sicuro: “Nell’Atletico di Bilbao.”
E, guarda, è stato il migliore.
Non me la sono sentita di farmi indicare la zona sulla cartina perché non volevo rovinare il momento.

La collega di geografia cerca di ricostruire il crimine: “Sì, Berlinguer ci diede una bella spallata, ma la geografia ha cominiciato a sparire già da metà degli anni ’80. Poi il ’92 è stato mortale. No, non la fanno alle medie. Cioè, è affidata al buon cuore della docente di lettere, ma in genere loro sono di italiano e storia e la geografia se la scordano, o non hanno tempo. Ecuador?? Ma quelli non sanno nemmeno dove sta il Veneto!”

– Mi rendo conto che non sarebbe il caso ma, di fatto, la mia vita si è fermata da quando sono tornata in Italia. E sono entrata in questa grande parentesi in cui me ne sto seduta ad aspettare che passino tre anni. In questa casetta minuscola ed estranea che mi fa da cella, tra spizzichi di attività che cerco disperatamente di farmi piacere per ingannare il tempo o, meglio, per ammazzarlo, ché è come il tempo di un carcerato. Tempo buttato.

(Amarcord: dal Cairo)

– Quando mi sono comprata la libertà (quando ho mollato città, casa e lavoro, dico, e me ne sono venuta in Egitto) uno dei nodi che ho reciso è stato quello linguistico.
Mi riferisco in concreto a certe roboanti fritture d’aria che, in Italia, sono strettamente legate ai discorsi di lavoro e che servono, credo, a promettere/intortare e a volte addirittura minacciare l’interlocutore e non ho mai capito perché.
Per meglio dire: non ho mai capito nemmeno cosa mi stessero dicendo, i pizzicagnoli d’aria. In genere ascoltavo, rimanevo interdetta e poi ci pensavo e ripensavo fino a quando non riuscivo a tradurmelo, il discorso in questione: “Ah, ok, mi ha detto che mi assume solo se gli promuovo tutti.” Oppure: “Ah, ho capito, mi pagherà pochissimo.” O, addirittura: “Ma vorrà mica scopare?”
Alcuni discorsi, poi, non li ho semplicemente mai capiti, ed è che nella vita una non può sapere fare tutto. Io, per esempio, sono assolutamente inadatta ai rapporti di corridoio, alle cose poco chiare e alle parole che vogliono dire una cosa e ne dicono un’altra.
Mi vengono le bolle, mi sento soffocare e mi assale un formicolio alle ginocchia che vuole dire una cosa sola: “Scappa!”
Sto male, proprio.

Una dirigente del Provveditorato di Milano mi disse, tempo fa: “Voi prof siete tutti dei bambini, questo è il punto!”
Credo sia vero: il fatto di avere a che fare per lo più con ragazzi protegge molto dalle fangosità della vita e ti permette di conservare una sorta di goffo candore che è sicuramente poco pratico ed economicamente disastroso ma che, personalmente, ormai difendo e rivendico, come difendo e rivendico il fatto di avere due piedi e un naso.
Se una si compra la libertà, ciò che fondamentalmente sta comprando è il lusso di essere ciò che è senza troppe rotture di balle.

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E guardami qua.
Non va.
Mi guardo e non vedo niente.