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Una si chiude in casa decisa a trascorrerci i prossimi tre anni.
Chiusa dentro, proprio, ché qui si prendono le cose sul serio: se tocca aspettare tre anni, ci si mette comode e si aspettano tre anni. Uno dopo l’altro, a guardare corrucciate il calendario.
E non serve a niente che ti dicano che non è il caso, che ti sgridino, che ti impasticchino, che ti portino a spasso, che ti facciano ragionevoli prediche o che cerchino, semplicemente, di farti ridere.
Tu ascolti, annuisci, concordi, sospiri riflessiva, ti gingilli coi buoni propositi e poi, appena smettono di guardarti, fili di nuovo a chiuderti dentro: la tua missione consiste nell’aspettare per tre anni, e quello fai.

A me sembrava di essermi barricata bene, devo dire.
Guardo ‘sta porta andata in mille pezzi e ancora non mi spiego come sia potuto succedere.
Un uragano, deve essere stato.

Mi giravano attorno da giorni ma non riuscivo a prenderle. Sapevo che c’erano ma mi sfuggivano: non ci pensavo da chissà quando. Le ho cercate in dieci librerie e non le ho trovate. Mi sono svegliata ritrovandole in fila nella mente una dopo l’altra, poco fa:

Soy yo,
quien golpea tu puerta.
No es el fantasma, no es
el que antes se detuvo
en tu ventana.
yo echo la puerta abajo:
Yo entro en toda tu vida:
vengo a vivir en tu alma:
tú no puedes conmigo.