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Datosi che il processo di intristimento del mondo e della gente non pare avere fine, una apre El País e scopre che il Carnevale di Santa Cruz de Tenerife è stato sospeso perché – nah – c’era gente che si lamentava per il rumore.

A Santa Cruz ci ho vissuto quattro anni: ci ho finito il liceo, ci ho iniziato l’università, ci ho pure fatto una figlia che poi, siccome a me le cose semplici non piacciono, ho fatto nascere a Siviglia facendomi pure tre giorni di traversata atlantica in una grossa nave dove i marinai venivano a controllare ogni tot ore che avessi preso la pastiglia per non partorirgli lì, sul ponte. Ma questa è un’altra storia.
Sfumature a parte, comunque, Santa Cruz è decisamente una delle mie città.
Ed è una città che vive in buona parte attorno al suo immenso, potente, pesante, coinvolgente carnevale. Una specie di Rio in mezzo all’Atlantico, una cosa così.

Che quando ci fu il tentativo di golpe di Tejero ed io ero appena arrivata in Spagna, la gente aveva paura di questo: che sospendessero il ‘Carnaval’.
Che quando io rimasi incinta a settembre, a passeggio con le amiche meditavo su questo: “E come farò a vestirmi per il ‘Carnaval’, cosa si mette una tizia incinta?”
Che uno dei modi con cui misuri il rapporto con la città e il livello di innamoramento o di insofferenza da isola a cui sei arrivata è come ti poni di fronte al ‘Carnaval’: resti in città? Fuggi?

Certe volte sono fuggita: il carnevale è lungo, dura più di una settimana e, in questa settimana, non dormi mai. Ma mai, proprio. E quindi lo iniziavi e poi te ne andavi, boh, a Tacoronte da Emi. Oppure da qualche altra parte – magari persino alla Gomera, che allora era il mio posto del mondo preferito – e poi tornavi per la fine. Per l’entierro de la sardina, magari. Il funerale della sardina.

Un anno me ne scappai del tutto, andai a rifugiarmi a Fuerteventura. La voglia di deserto ce la siamo fatta venire presto, da ‘ste parti.
Ricordo che l’aereo era un focker, cosa che mi emozionò molto – e decollare da Tenerife Norte pure era emozionante, con quel budellone di montagne da cui sembravi uscire in verticale e dove, anche, ogni tanto si schiantava qualcosa, ma vabbe’ – e che Fuerteventura era sostanzialmente gialla e il mare di sabbia in cui passai quella settimana sembrava dimenticato da Dio e c’eravamo io, alcune capre, un alberghetto proprietà di tedeschi con un cameriere che mi lasciava bigliettini d’amore pieni di errori di ortografia sotto la porta, un’enorme quantità di sole e vento e poi basta.
No, c’era pure il queso blanco di Fuerteventura: un formaggio fresco di cui mi nutrii per tutta la settimana, estasiata, in quel mondo che divideva il formaggio in due gruppi e solo in quelli: il formaggio giallo, stagionato, e quello bianco, fresco.
La Spagna era così, le Canarie anche di più.

Ricordo un migliaio di bagni, in quella settimana. Una fusione totale con quella sabbia e l’Atlantico che era freddissimo pure lì, agitatissimo pure lì ma, a differenza delle pietrose isole occidentali dove stavo di solito, lì c’era – appunto – la sabbia, e quindi ti potevi lasciare sballottolare fino ad esaurimento, cascavi sul morbido.
E nessuno, nessuno a perdita d’occhio. Due capre, dicevo, e pure di rado.
Ed io a cuocermi, là. Ad assorbire tutto il sole che potevo, ché non mi bastava veramente mai.
Si vede, ne’, che una ha un po’ di nostalgia?
Forse anche della ragazzina che ero: l’ho inseguita tutta la vita, quella sensazione profondissima di libertà e di indistruttibilità senza cui non riesco a sentire pienezza, senza cui non mi riesco a riconoscere e sto lì ad aspettare che torni.
Da ragazzina era più facile trovarla, direi. Specie per quanto riguarda l’indistruttibilità.
Ma poi non è nemmeno vero: pure in Egitto, la sentivo. Forse è il deserto, e basta.

Curioso: volevo scrivere del Carnaval e mi tornano in mente tutti quelli che mi sono persa, più che quelli che ho vissuto.
Deve essere perché, di quelli vissuti, c’è poco da avere memoria: i pochi brandelli che ricordi la mattina dopo, li spazzi via con l’aspirina.

Ricordo la scoperta – sorprendente, per un’italiana diciottenne di allora – che tutti, ma proprio tutti si facevano le canne: il salumiere, il tabaccaio, il professore, l’impiegato del Comune, tutti i tinerfeñi dai 10 ai 90 anni stavano in giro con una canna in mano, a carnevale. La gente più insospettabile, ed erano lì truccati, vestiti da donna o da salsiccia o da qualsiasi altra cosa e c’era la carnaval-etiquette per cui non si poteva togliere la maschera a chi ti riconosceva e ti saltava addosso e tu non capivi chi fosse, ma giù le mani: la maschera era sacra, guai a toccarla.
C’era il grande spiazzo con i chiringuitos, giù nel recinto apposito, e uno dei chiringuitos era della mia scuola e un altro sarebbe stato della mia facoltà, l’anno dopo.
E passavi da un chiringuito all’altro ballandotela al ritmo di canzoni che cambiavano di metro in metro, ogni chiringuito la sua, e a ballare si era in migliaia, per tutta la città, dappertutto. E a cantare, con tutto il fiato che avevi, appena ne riconoscevi una, appena sapevi le parole.
C’era il ron canario – l’Arehucas – e c’era uno scambiarsi perpetuo di bicchieri di mano in mano e una fratellanza generale fatta di affettività da ciucchi allegri, con quello spagnolo cantato dei canari – “Ay mi niña, tómate un ronecito” – e le centinaia di persone che ti accorgevi di conoscere, per quanto straniera fossi – e lo eri, dopotutto, per quanto ormai facessi parte dell’arredamento cittadino e, straniera, non lo sembravi più a nessuno e gli sconosciuti ti chiedevano al massimo se eri venezuelana, con quell’accento lì, ma italiana proprio no.
Cavoli se mi è peggiorato, l’accento, da allora.

C’erano i grupponi di cento persone e tutte e cento con lo stesso costume, ed era gente che ci passava i dodici mesi tra un carnevale e l’altro, a prepararlo, ed erano tutti in gara, tutti in competizione con gli altri gruppi, tutti a volere essere i più belli.

C’era l’alba al mercato di Nuestra Señora de África, a riprendere conoscenza col chocolate con churros o con l’ennesimo Arehucas o con tutti e due insieme, e quel mondo in cui tutti si mischiavano con tutti e c’era Cleo, che aveva 15 anni e le tette anche se era un bambino, e ti spiegava degli ormoni che prendeva, e c’era l’intellettuale e il giornalista e quello che aveva girato il film canario e c’era José Manuel – e quanto mi manca stasera, con quel suo “Querida!” alla catalana – che aveva vent’anni più di me ed è stato uno degli amici più cari di tutta la mia vita, anche se gli portai via il suo grande amore platonico e me lo sposai.
Un sacco di gente, e ogni saluto un bacio, sempre a baciarci: baci leggeri sulle labbra, ché alle Canarie se ne dà uno solo, non come nella penisola che sono due, e sarebbe sulla guancia ma finisce che ti ritrovi sulle labbra e mi piacerebbe sapere quanti canari avrò baciato nella mia vita: diecimila, magari.
E questo mio essere straniera ma sempre meno, dicevo, fino a quando una mattina, nella Plaza de la Paz, giravo col mio pancione di incinta di otto mesi e un vecchietto mi fa: “Pequeño canario que llevas ahi” ed io pensai: “Tzk. Non è canario ed è pure femmina” e mi resi conto che era tempo di andarsene, che sennò ci diventavo vecchia, lì sull’isola.
Mi mancava – pensa te – l’inverno.

E che altro c’era?
C’era l’alba alternativa al mercato, col perrito caliente sulla Rambla del Generalísimo Franco – adoravo dare quest’indirizzo agli amici italiani – in un tripudio di cipolle crude alle sette del mattino e gli spazzini che non avevano la scopa ma un lungo ramo di palma, e c’era persino la scuola o l’università ma, durante il carnevale, rallentava tutto e tutti avevamo delle grandi occhiaie, un gran mal di testa.
Rallentava tutto, come nel mondo arabo si rallenta in Ramadan.
Lì, però, con l’aggravante dell’Arehucas.
Figurati il rallentamento.

E adesso l’hanno sospeso perché c’è chi si è lamentato per il rumore.
Eh.
Certo.

Quando andai a vivere a Milano, la prima volta, nel posto in cui vivevo c’era un laghetto con delle papere.
E arrivò la lettera di un inquilino, al giornale di quartiere, e chiedeva l’eliminazione delle papere perché, testuale: “sporcano e fanno rumore”.
Al carnevale deve essere successa la stessa cosa.

Mi pare che ci si impegni a diventare sempre più infidi, sempre più cattivi.
A sporcare e a fare rumore con tutti i mezzi, tranne che con quelli belli.