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Parlavo al cellulare col mio papà, ieri sera, ed ho imboccato vico San Bernardo, qui in centro storico. E c’era un sacchetto della spazzatura abbandonato e, dietro, un topo.
“Uh, che interessante, un topo!” ho pensato io, e mi sono fermata per osservarlo: in fondo non è un animale che si vede tutti i giorni, quindi volevo studiarmelo un po’ mentre, intanto, mio padre parlava.
“Uh, ma sono due topi!”, è stato il pensiero successivo.
E poi invece erano tre. Poi quattro. Cinque. Sei.
Una mandria di topi. Venivano da certe finestrelle ad altezza suolo che ci sono nel vicolo e a cui non avevo mai fatto caso, prima di ieri, ma che adesso riconoscerei ovunque.
E, a quel punto, la cosa mi è parsa un po’ più che interessante, ed ho interrotto mio padre: “Aspetta, ti devo dire quello che sto vedendo: un sacco di topi, tanti!”
E lui, pragmatico: “E allontanati subito, ché i topi sono pericolosi e se si spaventano e ti mordono è un guaio.”
Non che ci fosse bisogno di dirmelo: stavo già arretrando per conto mio, ché di oltrepassare quella ressa di ratti non se ne parlava e di dargli le spalle nemmeno.
E poi ero ipnotizzata, non riuscivo a smettere di guardarli.
“Ma dove vai camminando, scusa? In che luoghi ti ficchi, per incappare nei topi??”, ha quindi aggiunto mio padre, il quale mi considera capace di qualsiasi cosa e magari pure di uscire apposta per andarmela a cercare, una mandria di ratti.
“Ma sono sotto casa, papà!”
Dall’altro capo del telefono, un lungo sospiro.

Uscita dal vicolo ho cercato di non pensarci più, ma la verità è che ero turbata.
Che poi mi scocciava anche un po’, esserlo: io non sono un tipo impressionabilissimo e, dopotutto, ho anche dormito con uno scarafaggio in faccia, una volta, ma è che tanti toponi messi insieme non li avevo mai visti.
Al Cairo quasi non ne ricordo: del resto è pieno di gatti randagi e di provvidenziali donnole, il Cairo, quindi i topi hanno vita difficile.
Ho telefonato a Marzia per comunicarle un po’ della mia angoscia, quindi, e per protestare per la mancanza di donnole nel centro storico di Genova. Lei mi ha spiegato che non ci sono alberi, da queste parti, e quindi non possono esserci nemmeno le donnole.
Abbiamo preso in considerazione l’idea di farle abitare sulle palme piantate da Renzo Piano nel Porto Antico e poi ci siamo salutate, con me che fingevo di essere più tranquilla.
E invece ero ancora turbata, che ci posso fare.
E così, turbata, ho raggiunto la mia meta, che era una festa al sesto piano di un palazzo, e sono arrivata contemporaneamente a un signore che andava evidentemente alla stessa festa, e siamo entrati insieme nell’ascensore. E allora io l’ho guardato e gliel’ho detto, ché avevo bisogno assoluto di dirlo: “Ho appena visto una mandria di ratti.”
E lui: “Oh, poverina!”
E io, grata per la solidarietà: “Sì, erano proprio bruttini. Sentivo il bisogno di dirlo.”
E lui: “Certo, capisco benissimo!”

Ho cominciato a tranquillizzarmi al terzo bicchiere di vino rosè.
Col compagno di ascensore, nonché confidente della mia angoscia da topi, ci ho fatto amicizia ed era assai simpatico.
In fin dei conti è pur sempre un argomento di conversazione, l’incappare in un gregge di ratti, e quindi non ti dico quanto ho socializzato, in questa festa dove non conoscevo nessuno.
Un sacco di chiacchiere, ho fatto.
Bello.

Magari, se non incappavo nei ratti, passavo la serata in un angolino a fare l’orsa timida, senza sapere che dire.
Capacissima, guarda.