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Avendo passato la mia intera adolescenza a trasferirmi da un paese all’altro, io con le canzonette ci ho sempre chiacchierato parecchio.
Non parlo di ascoltare musica, che è un’ altra cosa.
Intendo dire che, obbligata dalle circostanze a capire contesti sempre diversi, mi interessavano molto le storie che le canzonette avevano da raccontare, e totalmente a prescindere dal loro valore artistico. Ti sintonizzano con l’umore diffuso di un luogo o di una generazione, le canzonette, ed io ero sempre lì a ricominciare daccapo, in quegli anni: nuovi posti, nuove lingue, nuovi amici e così via. Non avevo il tempo materiale di assimilare le cose con calma e mi sbrigavo assorbendo, cercavo di fare la spugna. In modo un po’ caotico, suppongo.
Le canzonette, trovo, sono un ottimo modo di assorbire.

E quindi arrivai in Spagna, verso i 18 anni, con alle spalle una storia canzonettistica a cavallo tra il curioso perbenismo perverso all’italiana di cui parlavo ieri e la controcultura post ’76 che avevo iniziato a sposare a 14 anni, appunto, facilitata anche dal fatto che era internazionale, Dio la benedica, e me la potevo portare dietro tra Inghilterra, Svizzera, Malta, Italia, Austria e tutti i posti dove mi capitava di vivere a quei tempi.
Internazionale e unisex, bada bene.
Ti ci formavi un’identità generazionale ma, a livello di educazione sentimentale per signorine, i Clash e simili avevano assai poco da suggerire.

E quindi credevo di arrivarci tutta rockettara e frikkettona e trasgressiva e scafata, io in Spagna, e invece non sapevo niente delle cose che ti insegna la mamma, a quanto pareva, e fu accendere la radio, cominciare a capire le parole e prendermi lo spavento della vita mia, che ancora un po’ e ci rimango secca.
Ma che storie si raccontavano, quelli là?
Non mi sono mai più ripresa.

Lascia perdere il ricchissimo filone della rumba delinquenziale su cui pensai persino di fare la tesi di laurea, a un certo punto, e l’emarginazione messa in musica con risultati molto, molto più crudi di qualsiasi cosa avessi mai ascoltato in lingua inglese.
Limitiamoci al tema donne, ché qua stiamo parlando delle canzoncine come tappa della formazione dell’identità delle giovinette.

Io ero italiana. Pestifera quanto vuoi, ma pur sempre italiana.
Venivo da un paese che, come modello femminile, a scuola ti proponeva Lucia.
In Spagna andai a cozzare contro Carmen, in tutto il suo violentissimo splendore, e non ho mai capito fino in fondo se mi piaceva o se mi lasciava orripilata. Entrambe le cose, credo.

Ciò che di veramente sovversivo c’era in Spagna, dal mio punto di vista di adolescente trasgressiva quanto globalizzata, era la tradizione.
E più erano popolari, trash, volgari e di massa le canzoni in cui incappavo, più mi lasciavano senza parole.
Io non le avevo mai viste, ‘ste cose.

Ricordo con assoluta chiarezza la sera in cui, attonita, vidi apparire in televisione il duo Pimpinela che cantava “A esa“.
C’era lei, con le mani sui fianchi e un’incazzatura che spaventava persino me, e sventolava l’indice sotto il naso di lui e gli gridava:

Dille che venga, quella là, e che prenda il mio posto, lavi la tua biancheria, si occupi della tua tavola e di tutte le tue miserie! Venga qua e si confronti su queste cose, altro che andare in giro tutta elegante!”
Il marito fedifrago borbottava un po’ ma ne usciva come un idiota, era evidente.

Cominciò il mio dramma, con Pimpinela: io ero assolutamente affascinata dalla canzone temperamentale in spagnolo, nell’assoluta incomprensione di chiunque mi frequentasse.
Questa mia nuova passione musicale veniva vista con sgomento e raccapriccio da tutti, e solo dopo alcuni anni, grazie al cinema di Saura e, soprattutto, di Almodovar, sono riuscita a fare capire a un po’ di gente cosa intendevo dire, all’epoca.
Si vede che precorrevo i tempi.

La Spagna ha preso l’incazzatura femminile e ne ha fatto un genere artistico.
Voi ce l’avete presente, Lola Flores?
Da giovane, che roteando su stessa urla: “Avrei dovuto tagliarmi le vene, altro che starti a sentire! Ma adesso voglio vederti piangere fiumi di lacrime e pentimento.”
Da donna matura, che si scuote tutta assicurando: “Mai stata così in forma. E quelli che hanno cercato di sconfiggermi hanno sbagliato indirizzo, con me, e li ho sconfitti io!
E fino a settant’anni, ha ballato e cantato a squarciagola. Fosse ancora viva, starebbe là a agitarsi.

E Isabel Pantoja, che manco se le tiri le uova durante i concerti si intimidisce, e piuttosto esprime considerazioni sulla virilità del lanciatore giocando sul doppio senso della parola “huevo” in spagnolo.

E quell’impressionante femminone di Rocio Jurado, che per lasciare un uomo prende e gli spiega: “Mi spiace, amore, ma è da tempo che non sento più nulla quando lo faccio con te, né il mio corpo trema più di voglia nel vederti acceso e i tuoi baci non mi dicono assolutamente niente. Perché, sai, ci sarebbe un altro.
O che, parlando di un altro malcapitato, esprime nei dettagli cosa ne pensa: “E’ un grandissimo idiota, uno stupido presuntuoso, egoista, capriccioso, un pagliaccio vanitoso, falso, nano e rancoroso…
Faccio fatica a immaginare un uomo dotato del coraggio di trattarla male, una così.
Ed è stata amatissima, in effetti.

Pure nelle rumbe cantate dagli uomini, non è che ci si dedicasse a celebrare più di tanto le tradizionali virtù femminili della docilità e dell’innocenza.
C’è, tanto per fare esempi celebri, un intero repertorio de Los Chichos a dimostrarlo, anche se dubito che esista italiano in grado di ascoltarlo, a meno che non sia per studi antropologici.
A me piacevano. Assai.
Qui c’è la celebre canzone del fidanzamento con la prostituta, per dire.
Un cult, per quanto mi riguarda.

E nella movida stessa, a partire da Alaska che ne è stata capostipite e che fu musa e attrice di Almodovar in Pepi, Luci y Bom, e di cui ho già postato (con comprensibile orrore di Jcm) il video in cui narra come uccide il fidanzato che l’ha tradita mettendolo sotto con la macchina.
Dall’Italia può non capirsi del tutto, ma crescere canticchiando: “Un colpo preciso e tutto finì tra di loro, e non mi pento, lo rifarei, è la gelosia” ha profonde ripercussioni sullo sviluppo di un’adolescente.

Si esce con un carattere più deciso, da un’esperienza così.

Qui sotto, Rocio Jurado in un video che avevo già segnalato in passato ma che non posso non riproporre qui, e che va guardato fino all’ultimo fotogramma, con annesso schiaffone.