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Detta in due parole: sarò rieducata.

Dal punto di vista alimentare, dico. Come le adolescenti.

E’ che a me non piace andarci privatamente, dai medici. Non mi fido. Io, se devo fare qualcosa, vado in ospedale. E quindi, sospettando di non potere più tergiversare sul fatto di dovere seriamente dimagrire, sono andata direttamente al padiglione di Dietetica dell’ospedale di qua a chiedere come cribbio dovevo alimentarmi. E mi è stato risposto: “Decisamente, non come fa adesso”. Così imparo a chiedere, la prossima volta.

Ho passato la mattinata in ospedale. Sono stata messa di fronte a ogni evidenza possibile e sono fortemente turbata: ci metterò un po’, a metabolizzare la portata delle abitudini che mi devo fare passare.

Da spararsi, è stato. Un sacco di realtà. Mamma mia.

Non mi è stato proibito niente: un battaglione di medici e dietiste mi ha comunicato che il mio istinto di trasgressione non aspetta altro che un divieto, per venire fuori in tutto il suo inopportuno splendore. Il mio obiettivo consiste nell’accorgermi di come mi alimento. Ci diamo traguardi dosati e meticolosi, ci diamo.

Mi sa che mi conviene aprire una categoria nuova: “Rapporto col cibo”.

Promette di essere una storia lunga, questa.

Niente sarà più come prima, mi sa.

Va cambiato con prudenza e gradualità, il mio rapporto con gli eccessi. Mi è stato detto che è il caso che mi tratti con realismo: evitare frustrazioni che non saprei reggere, andare pianissimo. Con delicatezza. Ma farlo, ché qui è capolinea.

E lo facciamo, ok.

Questo schifo di autoindulgenza che mi sono abituata a vedere nello specchio deve sparire. Lo faccio fuori. Giuro.

Li voglio morti, ‘sti chili che mi obbligano a concentrarmi come un’idiota su come mi alimento, peggio dei bimbi.

Sono indignata. Cosa credevano di farmi? Io li ammazzo. Davvero.