ryanair

Secondo me è il caso di diffonderli in rete, i vari motivi per cui Ryanair decide, con una certa frequenza, di lasciare a terra i fiduciosi viaggiatori che le si affidano.

Già avevo raccontato dell’astuta trappola che mi tesero a Valencia, i birboni, con il monitor che diceva di fare il check-in al bancone Tot, il check-in effettivo che si faceva al bancone Talaltro e il “Troppo tardi, adesso resti a terra!” che mi sentii dire quando, 39 minuti prima della partenza del volo, mi resi conto dello scherzo che mi avevano giocato.

Puk è stato lasciato a terra a Tenerife, invece, con una manovra diversiva che lo ha costretto a fare una denuncia di smarrimento documenti (pare che la polizia aeroportuale sia abituata a rilasciarle ai poveri passeggeri Ryanair) perché quelli che aveva non piacevano agli addetti all’imbarco e perdendo un sacco di tempo nonché, ovviamente, l’aereo stesso.

Morale: economica lo è, Ryanair. Non c’è dubbio. Non vorrei che avessero una piccola tendenza all’overbooking, tuttavia, gestita mediante una certa stolidità nell’applicare regole di cui nessuno ha mai sentito parlare prima e che scopri, puntualmente, solo là: al bancone dove ti dicono che, spiacenti, ti hanno fatto uno scherzo e rimani a casa, non vai da nessuna parte.

Comunque sia, io al momento ho capito che:

1. E’ indispensabile presentarsi con moooolto, mooooltissimo anticipo e cercare il bancone che vi serve senza lasciarsi fuorviare da monitor, annunci e simili. Se non avete una dichiarazione esplicita del personale Ryanair, che vi assicuri che siete al bancone giusto, non fidatevi. Stanno probabilmente cercando di farvi perdere l’aereo mentre fate la coda nel posto sbagliato.

2. Dimenticate che esiste la Comunità Europea: come l’avventura di Puk insegna, a Ryanair non gliene frega niente, delle meraviglie dell’Unione in termini di mobilità dei suoi cittadini. Carta d’identità patria e pedalare. Certe modernità non piacciono, ai nostri austeri eroi.

Poi lo aggiornerò, questo post, man mano che scoprirò nuove minacce da prevenire. Giuro che non mi ci lasciano più, a piedi. Simpaticoni.

E poi, per associazione di idee con le Canarie, pensavo che il tempo qui a Genova sarebbe pregato di volgere una buona volta al bello e di mettermi in condizione di dedicarmi alle insalate di pasta, ché la svolta salutista dell’Haramlik lo richiede ma la sottoscritta cuoca sta morendo di freddo.

berenjenas

Io devo fare le conchiglie alle melanzane, per esempio, ma poi finisce che me le mangio col cappotto addosso e queste cose frustrano e nulla di ciò che frustra fa bene, o almeno non a me.

Perché ho questa ricetta in mente, dicevo, ed è una sbrigativa semplificazione di una che trovai tempo fa su La Cucina Italiana (io lo adoro, quel sito) e fa così:

Prendete una melanzana, pelatela, riducetela a dadi, trasferitela in una pirofila; coprite con un foglio di alluminio e cuocetela in forno a 150 °C per 20′ circa. Una volta pronta, sfornatela e passatela al mixer con mezzo cucchiaio d’olio, sale e pepe. Incidete dei pomodorini ramati con un piccolo taglio a croce, sbianchiteli per qualche istante in acqua bollente, quindi pelateli, divideteli in quattro e privateli dei semi. Riduceteli in parte a dadini, in parte tritateli e conditeli con l’altro mezzo cucchiaio di olio. Lessate la pasta (conchiglie), scolatela al dente, quindi fatele saltare in una capace padella con la crema alle melanzane. Completate con i pomodori salati all’ultimo momento e guarnite con foglioline di menta

E’ ovvio che la voglio fare. E’ altrettanto ovvio che non sono adatte alla pioggia e a questo cielo bigio, le melanzane. Finché non cambia la luce e Zena non mi ritorna luminosa, quindi, mi tocca pensare a qualcosa d’altro. Alle cime di rapa, boh.

dorada

 

(No, alla Cerveza Dorada non ci voglio pensare. Tenerife non me la fa tornare in mente, no. Davvero, nemmeno un po’. Mannaggia.)