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Dico: “Ma esteticamente com’è la zona della nuova scuola? Voglio dire, sarò circondata da cose brutte che mi si turba il senso estetico?” Dice: “Non so, è architettura industriale. Forse come Sesto San Giovanni tanto tempo fa. Ma è una scuola dove tutti i colleghi che conosco si trovano bene, io dico che ti piacerà.” E quindi io stamattina alle 5 ero sveglia come un grillo, ché iniziare le nuove vite mi piace assai, e mi hanno visto sbucare nella mia scuola di quest’anno alle 7 e mezza del mattino e le Peppette, preoccupate: “Prof, ma l’hanno buttata giù dal letto??“, ed è che è più frequente vedermi arrivare trafelata e sul filo della presentabilità, negli infausti giorni in cui ho la prima ora, e invece oggi fischiettavo e trillavo, alle 7 e mezza del mattino e tutta energica, e avevo fatto persino in tempo a rispondere a un’inchiesta sull’efficienza dei servizi pubblici genovesi, e in circostanze normali le avrei dato un pugno, alla tizia intenzionata a intervistarmi a quell’ora.

Dico: “Che faccio, vado a presentarmi domani?” E mi guarda un po’ perplesso, ché forse presentarsi a maggio dell’anno prima di iniziare è un po’ precipitoso, ma poi alza le spalle e “Perché no?“, conclude, e comunque prendere contatto non fa male e così scopro anche come si arriva e do uno sguardo, e la verità è che sono curiosa e, soprattutto, mi piace proprio assai iniziare le cose nuove, e questa in particolare mi intriga perché per me è inedita da diversi punti di vista. E poi avrò più alunni stranieri, nella nuova scuola, e più spazio per coltivare il pallino dell’interculturalità, spero. Quindi davvero friggo un po’, ché ne avevo voglia.

Dice: “Ma venerdì ti cazzieranno, alla visita dal dietologo?” Perché le uscite e gli spiluccamenti in giro non si contano, in questo periodo, e soprattutto mi hanno aperto questa trattoria sotto casa che è il classico posto dove si sta bene e hanno anche gli sgabelloni davanti al bancone, come in Spagna, e poi domenica a pranzo a Vico Palla è stata la débacle, ma è che non è proprio il posto dove chiedersi una lattughina, Vico Palla, e poi venendo a Genova ho scoperto di avere vissuto una vita intera senza il latte fritto e a volte l’esigenza di rimediare a questo vuoto è più forte di qualunque altra considerazione, e tuttavia: “Mi sa che non mi cazziano, sai? Pure ‘sto mese ho perso il mio chiletto.” “Davvero???“, e se lo chiede sul serio, come diamine ho fatto, e me lo chiedo pure io. Perché cammino, intanto. Perché qua è impossibile non camminare, e dove abito io è ancora più impossibile, e mi ritrovo perplessa a contemplarmi le pietre che ho al posto dei muscoli, sulle gambe, e non mi era mai successo in vita mia e quindi faccio gli esperimenti, a dare colpetti come si fa con le biglie per vedere se si muovono, e stanno lì fermi. Giuro. Talmente incredula, mi lascia ‘sta cosa, che sento il bisogno di scriverlo. Perché potrei pensare di starlo sognando, e invece è vero: a forza di camminare mi sono fatta venire i muscoli. Io. Il bradipo fatto donna, coi muscoli. Esterrefatta, sono. E poi ho capito che si può sgarrare, nelle uscite mangerecce, se nella quotidianità mantieni le sane abitudini. Non è sinonimo di sbracare, sgarrare. E ormai sono cinque mesi che funziona, questo mio sistema per dimagrire con allegria, e “se funziona non lo toccare”, e a cambiare metodo non ci penso nemmeno.

E poi abbiamo fatto il Car Sharing, io e l’amica zeneize, ché va bene camminare ma certe volte non dispiace, avere la macchina, e non credo che ci siano altri metodi sensati per motorizzarsi abitando nei carruggi. E quindi inaugureremo il mirabolante sistema per spostarsi, prima o poi – è che uscire da ‘sto centro storico è quasi impossibile, ha la colla attaccata ai vicoli e davvero non ne esci mai, se non sei proprio costretta – e ci sarà da elaborare approfondite riflessioni, secondo me, che sto ancora male a ricordare quanto mi costava la stramaledetta macchina, quando ce l’avevo, e vivere in un posto che praticamente ti obbliga a non comprartela mai più è una liberazione di non poco conto. Purché non ci si disabitui a guidare, certo. Ché sennò la liberazione si trasforma in perdita di autonomia, e manco va bene.

Ho passato un weekend affollatissimo, con la Broccoli per osterie, e gli amici milanesi venuti a trovarmi e i giri col collega la domenica sera e la pioggia a sprazzi del nervosissimo clima di questa città e mi ritrovo raffreddata e contenta, adesso, e dalle finestre di casa mia cominciano a vedersi rondini a centinaia, la mattina, e penso: “L’ho avuto. Il trasferimento. L’ho avuto. Gessù, che culo. E’ andata. Via. L’ho fatto, ha funzionato.

E sai che c’è di nuovo, penso, mentre mi stiracchio rilassata e friggo pure, tutte e due le cose assieme: che sono pure stata brava, porco cane. Eddai. Fortunata, tanto, ma anche un po’ brava, checcavoli, ché la fortuna me la sono proprio andata a cercare, stavolta, e che fatica.