camel.jpeg

Il marito di Laila mi ha formattato il computer.  Lo dico perché è stato protagonista di una vicenda curiosa accaduta su questo blog, tempo fa. Perché successe che io scrissi un post, dopo averlo conosciuto, in cui raccontavo che si era messo in testa che io fossi israeliana, la prima volta che mi vide, ed io dovetti insistere parecchio per convincerlo che non lo ero. La cosa curiosa fu che suscitò un certo scandalo, quel mio post, e mi provocò nemici ed odiatori cronici, nonché la strabiliante accusa di antisemitismo dato che, per motivi che ancora non mi spiego, c’è gente al mondo convinta che: 1) un palestinese dovrebbe essere solo felice, di ritrovarsi un’israeliana a una festa in casa sua; e 2) se una viene presa per israeliana non dovrebbe negare di esserlo, a quanto pare. nemmeno se non lo è, appunto. Nemmeno se è di Napoli, anziché diTel Aviv. Per non essere presa per antisemita, una deve fingere di essere israeliana non appena arriva a una festa in casa di palestinesi, a quanto pare. Comunque, vabbe’: il mondo è pazzo, su questo blog ne abbiamo avuto prova in più occasioni e, insomma e per farla breve, oggi mi ha formattato il pc, il giovane palestinese in questione, ed io ricordavo quella vicenda, mentre lui era qui a smanettare, e non ho avuto il coraggio di raccontargli della piccola bufera da lui inconsapevolmente provocata all’epoca. Penso che l’avrebbe divertito, comunque. Chissà.

Poi ha visto che scottava, il mio pc, e quindi l’ha aperto per ripulire la ventola. Ci abbiamo trovato di tutto, dentro: compresa una vite spersa lì in mezzo e che non apparteneva a nulla. “E questa vite da dove esce? Che ci fa, nel tuo pc?? Ce l’avrà lasciata qualcuno che te l’ha aggiustato in passato?” “No, non è possibile: sei la prima persona che lo apre, giuro”. E così ho scoperto che la HP mi aveva propinato un computer con una vite sfusa dentro, pensa te, e ancora non mi spiego come ho fatto a non ritrovarmi col pc in corto circuito, durante ‘sti due anni trascorsi da quando ce l’ho. Dimmi tu.

E poi, niente: siamo andati a mangiare del fegato di cammello (cotto, non crudo, ché quello crudo trasmette non so quale pestilenza) e non era male, devo dire. Un po’ più gommoso di quello bovino, ma nel complesso buono. E mentre eravamo lì a sgranocchiare cammelli, in questo ristorante coi tavolacci sulla strada, le macchine sfreccianti e il casino cairota tutto attorno, nel palazzo di fronte c’era una famiglia che, dal quarto piano, lanciava delle corde e poi, appesi alla corda, tirava su dei divani. Sì, dei divani. Con lo stesso procedimento per cui a Napoli tiri giù un cestello appeso a una corda, dalla tua finestra, e quello che è sotto ci mette dentro le sigarette, chessò, o un chilo di zucchero. Qui no. Qui ci attaccavano divani, alla corda di ‘sta famiglia, e ne hanno tirati su tre, nel tempo che ci abbiamo messo a finire il cammello. Tirati su fino al quarto piano, mica poco, e con le famiglie dei piani di sotto che si vedevano passare ‘sti cosi enormi davanti alle finestre e se li rimiravano divertitissimi, mentre noi eravamo lì col fiato sospeso a chiederci se le finestre del palazzo avrebbero resistito alle pericolose oscillazioni dei sofà levitanti. Ed è che è la solita Cairo, non cambia mai: incapace di farti stare una sera senza proporti un saggio di nonsense, come sempre.

Qui intanto si continua a lavorare, a dormire in piedi e a porsi domande esistenziali che, fortunatamente, non ho la forza di mettere per iscritto. Domani ho altre sei ore, e dopodomani pure. Sbadiglio solo a pensarci, guarda. Direi che possono aspettare, i tentativi di rispondere alle domande esistenziali. Dormire è prioritario, di gran lunga.