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 Lunedì 4 agosto 2008 è entrato in vigore un nuovo regolamento varato dal Comune di Genova sugli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Tra i punti dell’ordinanza, spicca l’obbligo di chiusura anticipata dei locali del centro storico: all’una l’ultima somministrazione, all’una e mezza la chiusura. Per le serate di venerdì e sabato (ma anche prima delle festività), l’orario limite è posticipato alle due di notte.

Bene: questo geniale provvedimento – fino ad ora lo avevo rimosso dai pensieri per non rovinarmi il rientro ma, insomma, c’è e si nota – è destinato a peggiorarmi di moltissimo l’esistenza, e sono furiosa oltre che dispiaciuta. “Ma non si può protestare?” ho chiesto, quando un po’ di gente sconsolata mi ha dato la notizia. “E chi protesta, ormai?“.

Per arrivare a casa mia bisogna attraversare una serie di vicoli dimensione-budello percorribili solo a piedi e francamente inquietanti, se non c’è nessuno in giro. Tutte le volte che mi è stato chiesto: “Ma non hai paura a vivere lì?” ho sempre risposto che non c’era nulla di cui avere paura: “Ma va’: è pieno di locali e di gente, sono tranquillissima“. Adesso, l’altra sera, ho sperimentato il rientro dopo l’ordinanza del sindaco: un deserto, appunto. Io e i topi, e io che mi sbrigo ad aprire il portone il più in fretta possibile con la certezza – ma la certezza, proprio – che mi succederà qualcosa, prima o poi, in mezzo a ‘sto deserto. Non è statisticamente pensabile che una donna sola possa attraversare una serie di budelli bui, ogni volta che rincasa, e uscirne incolume. E pensa che è stato possibile grazie alle “norme sicurezza”, un provvedimento simile.

Il mio palazzo è ricoperto di impalcature, lo stanno ristrutturando. Nel budello in salita che lo costeggia, le impalcature formano una specie di nicchia dietro cui si infilano i tizi che commerciano in bustine, quelli che devono fare pipì e, in generale, chi si vuole nascondere. Mi è capito di trovarci qualche faccia da galera, lì dietro, imboccando la salita. Ma 20 metri più sopra c’era il locale che ho sotto il portone, e i ragazzi che ci lavorano dentro erano lì a guardarle in cagnesco, le facce da galera, ed io passavo tranquilla e poi glielo dicevo: “Cavoli, meno male che ci siete voi qui sotto, ché sennò mi spaventavo sul serio, guarda.” Be’, adesso il locale è chiuso, quando rientro da una cena o dai cavoli miei. Fantastico. E, appunto, manco un taxi posso prendere. Non ci passano le macchine. A piedi, devo farmela, e per un bel pezzo.

Non so cosa hanno creduto di fare, con questo provvedimento che pare pensato da gente che, le strade del centro storico di sera, le ha viste solo dalla finestra. Eppure bastava passeggiare, a una certa ora, nelle zone dove ci sono i locali e, subito dopo, in quelle dove non ci sono: nelle prime non lo sentivi, il brividino che ti ispirano le seconde. Non ci hanno pensato, i “residenti che vogliono dormire?” Ma dai.

Benone, chiudono i locali. Questo vuol dire che, in strada, rimarranno solo quelli che non ci vanno, nei locali, ma non per questo vanno a dormire. Proprio quelli che nessuno vorrebbe incontrare in un vicolo, appunto. Oppure, come in Spagna, i ragazzotti che si fanno i botellones in strada e poi, belli sbronzi, si ritrovano padroni della strada e senza ostacoli. Geniale.

Io non lo so, che voglia di farsi ordinare come vivere gli è presa, alla gente. Come si fa a non capire che un ambiente come quello del centro storico con i suoi locali aperti è un contenitore, per i ragazzi, e non uno spazio fuori controllo? Ma da quando i posti morti sono più sicuri di quelli vivi?

Dice: è che i residenti vogliono dormire. Dico: a parte che io conosco solo residenti incazzatissimi per questa novità, ma mi spieghi che pretesa è andare a vivere in piazza Erbe e poi protestare se c’è casino? Ma se prendi casa vicino a un aeroporto fai fermare gli aerei? Se abiti lungo le rotaie del tram chiedi che i tram si fermino la notte? Sì, ok, c’è casino. E’ la vita: in tutti i posti del mondo ci sono vie e piazze dove c’è casino. Uno lo sa e, se gli risulta impossibile viverci, si organizza diversamente. Eccheccavoli. No: più si è stronzi, rompiscatole, tristi, infelici, biechi e invidiosi dell’altrui allegria, e più si incarna il cittadino medio. Quello a cui i sindaci vogliono piacere, evidentemente. Be’: pure ‘sto cittadino medio rincaserà di notte, prima o poi: spero che la becchi lui, la gang di ubriachi da strada o certi tizi orridi che girano, in mezzo al vicolo deserto. Mi pare molto più giusto che li facciano quelli che hanno voluto fare chiudere i locali, certi incontri, piuttosto che li faccia io.

Avvilita, sono. Per la vita e per l’allegria che si perde attorno a casa mia e, soprattutto, per la tranquillità notturna che questo provvedimento mi ha fatto perdere.

Quando mi succederà qualcosa – ed è sicuro, che qualcosa mi succederà: il contrario è impensabile, e vorrei fotografare la mia strada per farlo capire – considererò il sindaco Marta Vincenzi personalmente responsabile, lei e la sua bella pensata. E vorrei tanto – davvero lo vorrei – che l’avvilimento di tutti coloro con cui ne ho parlato arrivasse chiaro e forte a chi magari è lì che si bea, ché non c’è come reprimere per fare credere agli idioti che si sta governando.

P.S.: io poi vorrei capire che discorso è mai, questo. Fare vivere il centro storico di giorno? Ma perché, scusa? Cos’è, morto? A me pare vivo e vegeto, di che diamine  parlano? A meno che, davvero, qui non si vagheggi di fantomatiche “iniziative” (dai, magari farci mettere un grembiulino dalla sindaco che poi provvederà a presentarci l’un l’altro, che ne dite?) che dovrebbero calare dall’alto per fare incontrare di giorno ciò che in stantio sinistrese viene così enumerato:

 ”Il centro storico deve essere un quartiere vivo, dove si trovino giovani famiglie, anziani, studenti e operatori commerciali, artigiani ed artisti. Non può diventare un quartiere di tendenza  per studenti fuori sede e giovani gaudenti. Deserto di giorno e caotico la notte”.

Guarda: la gente, di giorno, lavora. Forse quelli che stilano ‘sti proclami non lo fanno, ma gli altri sì. Io, di giorno, vado a scuola. Non posso andare a “trovarmi con i giovani, gli anziani e gli artisti” a piazza Sarzano. Di giorno, in strada, ci sono gli anziani, appunto. E le 3 casalinghe rimaste al mondo che vanno a fare la spesa. Qualcuno li avvisi, questi qua, che non è colpa dei locali se di giorno c’è meno folla che di sera. E’ che è normale. Si lavora, e non in strada.

Ma roba da matti, guarda.

P.P.S.: Comunque, e diciamocelo, è anche colpa di chi non lo voleva, questo provvedimento. Perché in primavera erano apparsi dei cartelli che annunciavano un incontro della Vincenzi con i famigerati “residenti”, ed io avevo letto, avevo storto il naso ed ero passata oltre. Come una cretina. E invece non è così che si fa. Bisognava andarci, all’incontro, e dire ‘ste cose là, non qua a disastro compiuto. Mea culpa. E’ che una si fida del buon senso altrui, e invece no. Non si deve. Bisogna difenderlo con più energia, ‘sto povero buon senso orfano e mazziato.

P.P.P.S.: metto qui in vista il commento di Linus con il suo sacrosanto suggerimento:

perchè non metti nel testo un linkino alla email del comune di Genova,

redazione@comune.genova.it

(di quelli che aprono direttamente il browser) così il lettore, comodo comodo, scrive una lettera di protesta?

Anche standard, tipo:

Le misure di “sicurezza” che impongono la chiusura dei locali del centro hanno il paradossale effetto di rendere la città meno sicura, come fa notare – bene argomentando – una cittadina di Genova. Ci uniamo alla sua protesta, e chiediamo che la città torni ad essere viva e sicura, di giorno e di notte.

Bisogna iniziare a difendersi, direi.

Linus