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Allora: essendo questo un blog privo di tabù, oggi si parla del mio conto in banca.

Io, dunque, ho uno stipendio da prof: 1400 euro al mese. Considerando la mia anzianità di servizio dovrei guadagnare di più, ma sono in fervida attesa di una cosa che si chiama “ricostruzione della carriera” e che ci mette circa due anni ad arrivarti, dal momento in cui la legge ti autorizza a chiederla. Io non l’ho ancora avuta, e questo vuol dire che lo Stato, prima o poi, mi pagherà un aumento e i suoi arretrati. Ma è dal giorno che ho iniziato a lavorare, che mi tocca aspettare secoli per essere pagata, quindi ho imparato a gestirmi l’attesa con spirito paziente. Un giorno avrò tutti i capelli bianchi. Un giorno sarò in Africa a lavorare. Un giorno sarò nonna. Un giorno avrò la ricostruzione della carriera.

Poi, siccome sono una sconsiderata, ho un fido presso la mia banca. La quale, per inciso, mi sopporta pazientemente da oltre 20 anni in cambio di un salasso trimestrale che terrorizza tutti quelli che incappano nell’analisi dei miei conti ma che lascia serenissima me che sono, appunto, una sconsiderata. E il salasso mi arriva perché vivo in pianta stabile annidata nel mio fido, con periodiche incursioni nello sconfinamento.

Poi, ogni tanto e per imperscrutabili motivi legati alla politica della banca in questione – o ai casi dell’economia mondiale, non ne ho idea – essi decidono che non sta bene che una signora sconfini e mi ingiungono di rientrare.  Sono i momenti in cui una medita sulla difficoltà del vivere, questi, giungendo a profondissime riflessioni che, disgraziatamente, non placano i pragmatici direttori determinati a testare la mia inventiva nel recuperare fondi. Ed è che, si sa, difficilmente un direttore di banca è un uomo di lettere. Essi amano i fatti, più che le riflessioni, e il cielo sa quanta fatica mi costi fare violenza alla mia natura e accontentarli, quando ciò avviene.

A luglio scorso, tuttavia, ricevetti la visita di una cara amica che, essendo a sua volta pragmatica, ebbe l’illuminazione di rendermi edotta dell’esistenza di una cosa che si chiama “prestito Inpdap”. Eravamo sugli scogli di Pieve Ligure, non lo dimenticherò mai. Sono i momenti di svolta di un essere umano, quelli. Lì, con la ciccia al sole e il mare blu sotto di me, seppi cosa intendevano tutti coloro che considerano vantaggioso essere pagati dallo Stato. Il prestito Inpdap, gessù. Ma avete visto il tasso? E’ una cosa meravigliosa, io non ne avevo idea.

Corsi quindi a chiederne uno, spiegando al signor Stato che in esso sarebbero confluiti tutti i due o trecento debiti accumulati negli anni con la banca e che, così facendo, una nuova erà di prosperità ci avrebbe arriso  e tutto sarebbe andato bene. Felice e fermamente inserita in un circolo virtuoso di risanamento bancario, me ne andai poi a lavorare in quel del Cairo ad agosto, riuscendo nell’impresa di essere l’unica italiana a compiere a ritroso la via mediterranea dell’emigrazione. E poi sono tornata e, subito, ho chiamato l’Inpdap, ente che ormai assorbe ogni mio pensiero come nessun uomo ha mai saputo fare.

Buongiorno. Ho chiesto un prestito a metà luglio, mi avevate detto che me lo avreste dato dopo 60 giorni, è pronto?

Uhm, sa, abbiamo un problema al nuovo sistema operativo, provi a ricontattarci più in là.”

Argh

Per farla breve ho appena parlato con la mia banca. Gli ho detto che avrei sconfinato un attimo, questo mese,  ma di essere fiduciosi perché poi arrivava lo stipendio, poi il fido, poi tanta allegria e un futuro migliore. E, intanto, dall’altro capo del telefono si udiva un ticchettar di calcolatrice.

Ma, scusi, il suo stipendio corrisponde esattamente all’ammontare dello scoperto che mi sta dicendo di prevedere!

Non me lo ricordi…

Ahahahah! No, non è che voglia infierire, ma è proprio lo stesso importo!” E mi si è sganasciato, il direttore. Era proprio divertito, gli è parso buffissimo. “Va bene, ma sia prudente con le prossime spese (ahahahahaha) e quindi aspettiamo (uaz uaz uaz) l’Inpdap e certo che le cifre (ihihihihihihi) sono quelle che sono e comunque stia bene, la saluto (ahahahahaha)

Grazie, arrivederci…“, ho detto io.

E quindi adesso mi siedo e aspetto l’Inpdap, appunto. Però, nel frattempo, straccio anche il memo con cui mi ripromettevo di chiudere il conto con loro, non appena avessi avuto i miei soldini nuovi. Perché pensavo di darmi a un ContoPosta senza spese e senza fido, in realtà, in modo da genovesizzarmi con le cattive, visto che con le buone non ci riesco, e da essere obbligata alla salute finanziaria da ‘sti truci postini capaci di chiuderti i conti e mandare al macero te e la tua Visa se solo sfori di un euro. Mi avrebbe fatto bene, pensavo, nell’entusiasmo francescano che mi aveva preso all’idea di avere un inedito “+” davanti al mio saldo.

Ma adesso, mi pare evidente, non posso più. Io non resisto davanti a chi ride. E’ il mio punto debole, proprio. Ed è che ero preparata a una lotta, quando ho chiamato. Non a una risata. E quindi, spiazzata e disarmata, so che me lo terrò, ‘sto conto che mi costa un botto e che mi fa indebitare sempre. Ed è che, dai, come faccio a chiuderlo? Un direttore col senso dello spirito, dove mai lo ritrovo più?