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E’ un numero sconosciuto, dico “Pronto?” e mi fa: “Fulvia?” E io: “” e lui: “Ciao. Smilzo.” E a me è venuto un colpo: “Che è successo?” Ed è una domanda legittima, se Smilzo è il soprannome che gli davamo a 16 anni e, da allora, ci siamo visti una volta ogni 10 anni, più o meno, e l’ultima è stata 10 anni fa.

Che è successo?“, e il cuore ce l’ho nelle orecchie, praticamente, ed è che la gente dei miei 16 anni è un enorme pezzo della mia identità nonché il meno condivisibile, ché su certe cose ci si riconosce dall’odore, come diceva una canzone del tempo, ed è un pezzo di me e di loro che esiste perché ci ricordiamo a vicenda, ché sennò ci parrebbe di avere sognato. L’idea che succeda qualcosa lì, in quell’ambito, mi è insopportabile.

Niente. Sei a Genova? Quasi quasi ti verrei a trovare, domani, ché Genova non la conosco proprio.

Mi piace quel modo napoletano di trascinare le parole, la cantilena tranquilla e sorniona della mia città. “Ok, ci sono, chiamami quandi arrivi. A domani.

Ha portato con sé un nuovo amore a cui voleva fare conoscere un po’ del suo passato, e c’era del narcisismo da reduci nel nostro raccontarci e ridere davanti a questa ragazza tanto più giovane e con gli occhioni giganteschi, di una generazione tanto lontana e diversa. “Avevamo 16 anni ed eravamo tremendi. Assurdamente terribili anche per l’epoca, un gruppetto di mine vaganti sicuri di morire prestissimo e lanciati come schegge ad accumulare tutte le emozioni, tutte le esperienze, ogni possibile storia da raccontare con una fretta che pareva di stare in un uragano, e le cose erano così tante che non le ricordiamo manco più, abbiamo in mente degli sprazzi, tutti slegati.” “Anche tu?” “Sì, ed è difficile da fare capire a chi ti ricorda, questa mancanza di memoria che è venuta dopo.

Andare a Napoli vuol dire vedere facce, sentire nomi che SAI che hanno fatto parte della tua vita ma non ricordi quando, non ricordi le storie. E loro ti ricordano, invece, e tu sei mortificato e ti senti monco, ché sai anche che ha uno spessore, ciò che dovresti ricordare a proposito di quella faccia, di quel nome, ma chissà in quale nebbia è finita, quella storia, e puoi solo sperare di recuperarla attraverso il racconto di chi non l’ha scordata.

Erano troppe, le storie. E’ durato un sacco di tempo, avere 16 anni. E 17, 18. Sono anni durati un’infinità.

Te lo ricordi, Ragno? Ho saputo che ha ucciso suo fratello con un’ascia e poi ha cercato di farlo a pezzi nella vasca da bagno.” Un sacco di morti, e di tanti hai dimenticato persino che sono morti, continui a pensarli vivi e, ogni volta, è un dolore riscoprire che non lo sono e ricordarne i capelli, il giubbino, il sorriso.Talmente irreale, la morte da ragazzi. Penso a Dario. Non me lo ricordavo più, che era morto. Ricordavo solo che mi voleva bene.

Ho chiamato Vittorio per raccontargliela, questa cosa di Ragno,  e lui si è agitato moltissimo ed è che non mi ricordavo più che ha avuto un infarto e non dovrebbe agitarsi e quindi ho cercato di tranquillizzarlo: ‘Vitto’, vabbe’, ma è una cazzata, non prendertela…‘” E ridiamo sentendolo familiare assai, il nonsense di dire: “Vabbuo’, ma è una cazzata…” di fronte a uno che fa a pezzi il fratello con l’ascia. Lo stesso nonsense che ci affascinava da piccoli, l’eterno bisogno di dissacrare.

Dice: “Ma perché eravate così?” Alziamo le spalle. Era per la pesantezza dei fratelli maggiori, tutti quei loro ideali presi così sul serio, quei sogni senza sbocco. Nichilismo, era ciò che c’era da opporre. E ingordigia di vita, prima che finisse il tempo. Ed è che il tempo stava per finire, infatti: non il nostro tempo individuale – non sempre, ché io e lui siamo vivi, per esempio – ma il tempo in cui essere ragazzini autorizzava a pensare di potere fare del mondo qualcosa di diverso. Noi lo sentivamo, che i fratelli grandi non avrebbero cambiato nessun mondo, sarebbero invecchiati e basta. E, probabilmente, ci parve che morire fosse un’alternativa più onorevole, più dignitosa. Eravamo testimoni della fine del mondo e ci comportavamo di conseguenza, direi che è tutto qua.

Poi i viaggi, l’andare a vivere altrove, i divorzi e i figli che sono tutti bravissimi ed è che nessuno di noi – proprio nessuno – ha avuto, da genitore, gli stessi soprassalti che noi abbiamo dato ai nostri. Abbiamo messo al mondo una sfilza di ragazzi modello, tutti quanti. Ne siamo increduli. “Vabbe’, i figli si devono sempre differenziare…” E il seguirsi da lontano nei giri che fa la vita, ché essere di Napoli vuol dire trovare sempre, ovunque, qualcuno che conosce qualcuno che conosci, e al Cairo c’era un’amica di lui e sua figlia è amica del mio caro amico e tutte ‘ste cose che apprendi col tempo, che succedono a prescindere da te. E’ fatta così, la mia città: un reticolo di semi-parenti.

E la facilità con cui si ride e quell’inquietudine che non passa mai, la stessa dei 16 anni. La fame, l’ingordigia di storie da accumulare, l’impossibilità di esserne sazi.

Meno male che almeno ci sono i blog, adesso, e le cose non puoi più scordarle, ne tieni traccia.” “Pfui, i blog…

Hai poco da snobbarli, credimi. Se lo avessi avuto allora, un blog, voi tutti mi paghereste oro per sapere cosa c’è scritto dentro. Per sentirvi raccontare le vostre vite.”

Ci portiamo dietro un’adolescenza incapace di finire perché ha sbagliato strada: si è annidata nei desideri, anziché nella memoria.