A casa dell’ex colleghina cairota ho scoperto che esisteva la traduzione spagnola di un libro irrinunciabile (e, naturalmente, non tradotto in italiano) per chi vuole documentarsi sul Cairo. Parlo di Cairo: The City Victorious, di Max Rodenbeck. E quindi ho iniziato a leggerlo a casa sua e poi, visto che al ritorno dall’Egitto sono andata a trovare la Pupi in Spagna, ne ho approfittato per comprarmelo (lo spagnolo lo leggo più volentieri dell’inglese, su 400 pagine) e ce l’ho qua.
In italiano, dicevo, non c’è. A cercarlo su Google, tutto ciò che trovi sono citazioni di pensosi giornalisti di Repubblica o La Stampa inviati in Medio Oriente che lo citano col titolo inglese e ne riportano qualche stralcio. Abbiamo un’editoria poco attenta, si vede. (Ah, poi vabbe’: da Diwan, la migliore libreria del Cairo, ci sono sezioni dedicate a libri in francese e tedesco, oltre che in inglese. In italiano, no. Perché non c’è domanda, suppongo. E pensare che è tra le comunità più antiche del Cairo, quella italiana.)
Ho cominciato a leggerlo da lei, dicevo, e già nella prefazione c’era la risposta a chi, prima che partissi, mi diceva che l’avrei trovata peggiorata, la città, e lo temevo tanto pure io e, del resto, in qualche viaggio precedente mi ero lamentata della stessa cosa. “Peggiora, Il Cairo?“. L’ho chiesto alla colleghina la sera stessa del mio arrivo. E lei: “Guarda, io sono arrivata alla conclusione che la città non peggiora affatto, la vediamo in un modo o nell’altro a secondo del nostro stato d’animo. Io, a dire il vero, da un po’ di tempo la trovo persino migliorata.” E mi ha sfoderato un sorrisone, a suggello della sua teoria.
E quindi comincio a leggere questa prefazione e c’è Max Rodenbeck che racconta di avere iniziato a vivere al Cairo da bambino e che poi, a un certo punto della sua età adulta, pure lui aveva deciso che stava peggiorando troppo, la città, e se ne era andato.
Era tornato tre anni dopo, coi timori del caso. Lo racconta più o meno così:
“I miei dubbi svanirono con la prima boccata dell’aria calda della notte, con l’immagine cordiale di un poliziotto addormentato in uno dei corridoi dell’aeroporto e con il baccano dei taxisti che calavano come stormi di gabbiani sui viaggiatori in arrivo, pronti a spennarli. Fu vedere questo e sapere che ero a casa. Forse era tutto poco elegante, d’accordo, e per giunta sporco e rumoroso, ma io me lo sentivo comodo addosso, Il Cairo, come un paio di vecchie pantofole.”
Sì, esatto. Anche io avrei voluto dirlo esattamente così, non appena sbarcata dall’aereo. E poi:
“Tra l’altro, la mia personale egira aveva cambiato la mia percezione della città. Ci saranno altri luoghi più puliti, più tranquilli e meno propensi ai cambiamenti bruschi, ma a tutti mancherà qualcosa: forse il modo di essere facile e caldo dei cairoti e la loro indomabile tranquillità; le complessità e le complicità dei loro rapporti; il loro fortunoso impasto di sensualità e rigida moralità, di ingegno acuto e di credulità. Oppure, forse, la possibilità che offre Il Cairo di evadere verso altri mondi […]”
“Poi, studiando il passato del Cairo, mi accorsi di quanto era sciocco preoccuparsi per il suo futuro. Che idiozia immaginare che questa grande città possa mai arrivare a una situazione irreversibile. La verità è che nessuna generazione, lungo i cinque millenni di reincarnazioni del Cairo, ha mai smesso di denunciarne il declino, eppure la città ha sempre resistito.”
Persino la Sfinge ebbe a lamentarsi dell’abbandono in cui si trovava – ed era il 1400 a. C. -, ma è ancora là, e Il Cairo con lei.
Alla fine, l’ho trovata migliorata pure io. Ma, come appunto dicevamo, la città fa da specchio a chi la osserva. Si vede che io stavo bene.



Grazie, Lia. Aspettavo questo post e in fondo sapevo che non mi avresti delusa. Un abbraccio.