Dunque, l’itinerario fino ad ora.
Cancun, ignorata. Isla Mujeres, fricchettona e turistica, per qualche giorno va bene. Da Cozumel sono fuggita nel giro di poche ore, invece: scomoda e con un turismo antipatico, non l’ho manco esplorata. Playa del Carmen: c’ero già stata a Natale, è turisticissima ma piacevole, buon punto di partenza per esplorare la zona. Tulum: la spiaggia più bella del mondo, una goduria. Entri in acqua e non vuoi uscirne mai più. Mentre eravamo lì a prendere il sole, io e Enrica, abbiamo visto cascare una cosa dal cielo. Una roba tonda con le spine, bianca, evidentemente caduta dal becco di un rondone. Siamo rimaste là perplesse a chiederci cosa fosse. Un frutto? Una pianta? Un cactus? L’ho sollevata dalla sabbia aiutandomi con una ciabatta e, mentre la studiavamo, Enrica ha esclamato: “Ma ha occhi e bocca!” Li aveva. Era un pesce. Un pesce incazzatissimo e semi-morto, certamente imbestialito con le due turiste che stavano lì a farsi domande, invece di sbrigarsi a salvarlo. E così lo abbiamo riportato in acqua, poveretto, e lui si è ripreso ed è filato via. Tu pensa che viaggio, per un povero pesce: dall’acqua al cielo alla terra per poi ritrovarsi di nuovo in mare. Altro che il viaggio nostro. E poi abbiamo lasciato la Riviera Maya e siamo andate a esplorare un po’ di Yucatan: Valladolid, caldissima e deliziosa, tranquilla, ispira pace. Campeche, bella e curatissima, con piste ciclabili che noi ce le sogniamo e un’amministrazione che dà la vernice gratis agli abitanti del centro storico affinché le casette siano sempre impeccabilmente dipinte di fresco. Tanto perfetta che pare finta, distrugge ogni stereotipo sul Messico. Sabancuy, villaggio minuscolo sul golfo del Messico, senza un’anima, ne ricordo il silenzio e le panchine che in realtà sono lettini, le mie panchine ideali.

E poi la Laguna de Términos, piena di pellicani e uccelli strani, tra cui un tipo di rondone che si impicca se non mangia – si impicca sul serio, mette la testa tra i rami e poi gira su se stesso per strozzarsi, dimmi tu – e poi Villahermosa nel Tabasco, una fornace di calore e senza un turista. Un italiano che vive là ci diceva che si sta bene. Che bisogna pagare la protezione, sennò ti sequestrano, ma che per il resto si sta bene. La cronaca che leggi sui giornali, d’altronde, è parecchio allarmante. Che poi li vedi, ‘sti messicani, e non ti sembrano affatto dei sanguinari. Poi li leggi sul giornale, invece, e pensi: “Gessù”. E il Chiapas, infine. Verdissimo e freddissimo, che sali sul bus nel Tabasco zuppa di sudore e scendi a San Cristóbal de las Casas, la mattina dopo, e rimani paralizzata dal gelo, uno sbalzo termico che non te lo aspetti, e il golfino che hai nello zaino te lo fai fritto, corri a comprare felpe e giacche a vento. Sembra di stare in certe zone rurali dei Paesi Baschi, stesso clima e stessa architettura, giusto ingentilita dal tocco coloniale.

Il Chiapas, dicevo. Ci siamo fermate un po’ di giorni, nonostante il clima orrido, ed è che ha veramente un mucchio di roba da esplorare e da conoscere. C’è questo centro culturale, il Kinoki, dove ti affitti una saletta e ti vedi film e documentari. Noi ci siamo fatte un po’ di cultura sull’EZLN e poi siamo andate a visitare Oventik, caracol zapatista tra le montagne.

Ci avevano avvisate che non sempre ti lasciano entrare. A un paio di ragazzi con cui abbiamo parlato avevano preso i passaporti e li avevano lasciati fuori dai cancelli per ore, fino a che si sono arresi e sono tornati a San Cristóbal. Noi siamo entrate abbastanza in fretta, invece, ma ci hanno giusto permesso di dare un’occhiata in giro e fare qualche foto alle strutture ma non alle persone. Volevamo parlare con qualcuno della Junta, ma non c’è stato verso: sono chiusissimi, santo cielo, e a stento rispondono alle domande e non capisci se è che parlano poco lo spagnolo o se semplicemente non sono loquaci. Tutte e due le cose, probabilmente. Qualche foto ai nostri accompagnatori coperti dal passamontagna l’ho rubata, comunque. Già. Vanno in giro col passamontagna, esatto. Poi una si stupisce che non parlano.

 

E poi niente, siamo arrivate in Guatemala l’altro ieri. Ma io continuo ad avere la sensazione di essere appena partita, va tutto velocissimo. Forse è perché non scrivo: vedo le cose ma poi non le rivivo col pensiero e mi scivolano via, le perdo per strada. Che cosa sciocca. Lo sanno tutti, che in viaggio bisogna scrivere.