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Leggo su Appunti di viaggi che e’ morto Manuel Vazquez Montalban.
E’ una perdita che si somma a quella di Terenci Moix, morto ad Aprile e le cui ceneri sono state portate qui in Egitto, in un paesino del Sud.
C’e’ una Catalunya che si sta sgretolando, letteralmente.
E non credo mi piaccia la Catalunya che rimane, ripiegata attorno al feticcio della propria lingua, innamorata di se stessa a costo di naufragare in un provincialismo che non merita.
(Come se avessero parlato solo in catalano, i suoi grandi scrittori… Come se fosse stata solo in catalano, la sua storia…)

Ricordo Montalban (sto soffrendo, con questa tastiera araba priva di accenti) con il suo spazio nella gloriosa colonnina dell’ultima pagina del Pais, quando questo giornale spiegava ai propri lettori cosa fosse la democrazia, fino alla vittoria del PSOE nell’82 e il “Cambio”, e negli anni subito dopo.
C’era un’altra stupenda catalana, Maruja Torres, e poi Juan Marse’, e sono catalani che hanno messo parecchi mattoncini nella costruzione della Spagna che conosciamo oggi.
E anche nel mio destino di parlatrice di spagnolo, che mi impressionarono quando ero piccola e non mi passo’ per la mente di difendermene, e feci bene.

Lo ricordo con le sue poesie, e la mia scoperta di un “tono” (parlare di dolore con sorniona asciuttezza?) che, in italiano, non avevo mai sentito.
E Carvalho, con la sua fidanzata dignitosissimamente prostituta, al modo spagnolo.
E le ricette, che una volta mi spinse a fare delle cozze con bechamel e zafferano che ancora inorridisco al pensiero.
E l’impegno, ovviamente.
Un intellettuale che faceva il suo mestiere, e non e’ poco.

Ho cercato in rete la sua ricetta dal Pa’ amb tumaca.
(Non fate la guerra ma pane e pomodoro. Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro. No alla NATO e sì al pane e pomodoro. Ovunque e sempre.)

E’ qui.

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