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Il basilico, qui, e’ una pianta ornamentale, e ce ne sono enormi aiuole un po’ ovunque, e grossi vasi davanti ai negozi.
Nessuno si sogna di mangiarlo, e qui non sono esperti nelle cose del mondo come nei posti turistici: quando spiego che noi lo mangiamo (“Ana Italia, pasta, maccaroni, tumatin, sgnam!!”), rimangono esterrefatti e se lo confermano a vicenda, per poi richiedere conferma a me, tutti assieme. (“Aiwa, good, slurp!”), confermo io, e mi sento uguale a Amitav Ghosh quando confessava di non depilarsi.

Il fatto e’ che ogni tanto mi serve, quindi chiedo ai negozianti di regalarmene un po’.
E loro me lo danno come mi darebbero un fiore, ovviamente.
E, suppongo, con la stessa perplessita’ che sentirebbe un italiano nel regalare un mazzo di fiori a una donna sapendo che lei se lo divorera’ subito dopo.

Cerco di non andare sempre dallo stesso negoziante: un giorno vado da quelli della tintoria, un altro giorno lo chiedo al tabaccaio…
Finiranno per conoscermi tutti come “la straniera che si mangia le aiuole”.