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Venendo dalla campagna egiziana, non riesco ancora a prendere la misure al Cairo.
La spesa, per esempio: continuo a pensare che, chessò, sia più facile farsi arrivare il timo dall’Italia che cercarlo qui. Fosse solo perchè le spezie hanno i nomi in arabo e io mica posso annusare tutti i sacchetti che vedo…
L’imprinting da Alto Egitto mi porta a pensare che qui vendano pochissime cose che io sappia o voglia cucinare: il Fant arriva domani e gli ho fatto una lista della spesa talmente lunga che gli è parso di dover arrivare con un C130 carico di aiuti alimentari.

In realtà, oggi ho scoperto l’ipermercato locale, detto Metro, ed ho trovato persino il timo, appunto. Col nome in inglese.
Tuttavia, persino il Metro condivide con tutti gli altri negozi di alimentari una serie di caratteristiche curiose.

Tu entri nella bottega, per esempio, o supermercato o ipermercato che sia.
Magari hai pure fame, quando ci entri.
E ne esci intonsa. Senza macchia, senza essere stata vittima di nessuna tentazione.
Per quanto il Cairo sia infinitamente più consumista della mia ex campagna, i suoi supermercati non invogliano a nessun peccato di gola. Il concetto di sfizio alimentare è inesistente.
Era apparso durante il Ramadan, con tutte quelle montagne di frutta secca e quei datteri con le mandorle che mi facevano diventare matta, ma ora è scomparso di nuovo.
Puoi girare per ore, ma le uniche idee sul ‘cosa cucinare’ le devi estrarre dalla memoria. Se aspetti che ti vengano in base a ciò che vedi, puoi rimanere digiuno un mese…

Ovviamente, ciò è anche dovuto al fatto che una buona metà di quello che vedi ti è assolutamente sconosciuto.
Quei sacchetti trasparenti che contengono una specie di farina con dei pezzi grossi dentro, per esempio.
Che a volte la farina è gialla, altre volte è beige o bianca, e i pezzi ti sembrano frutta secca o, forse, legumi, o magari pietre e scopri che non è roba da mangiare ma sapone in polvere con dentro pietre profumate…no, non è possibile, in questo scaffale c’è il cibo…
E gli onnipresenti ciotoloni di plastica contenenti una specie di torrone spalmabile, quelli sì che dovrei averlo già capito, cosa sono.
E invece no. Mai comprati perchè ho solo capito che è una roba col sesamo dentro, e a me il sesamo non piace.
Bel guaio, a proposito, che non mi piaccia il sesamo. Mi perdo tutte le gioie della tahina (scaffali e scaffali pieni di barattoli di tahina) ma che ci posso fare…
E poi è complicato, avere a che fare con prodotti descritti solo in arabo: non è come con le altre lingue che non sai ma che, tutto sommato, riesci in parte ad intuire. Qui sei proprio persa e nessuno ti può salvare, e non vale dire “Provalo!” E come lo provo? Crudo, cotto, bollito, fritto, solo, mischiato a qualcosa d’altro? E’ un problema, davvero…
E le date di scadenza, mannaggia a loro! Che non la mettono mai, mettono solo la data di produzione e poi, a parte, scrivono per quanto tempo dura il prodotto.
Quando lo scrivono in arabo, sono cavoli tuoi, che lo fanno in stile discorsivo e sapere i numeri non ti serve a niente. Questo è il motivo per cui sono senza latte, a proposito…

Poi ci sono i prodotti che conosci, nonchè i loro cloni.
C’è la Nutella, per esempio. Carissima. E, giusto accanto, c’è un barattolo uguale che, però, si chiama Moltobella. Sarebbe la parente egiziana della Nutella che imita la sorella famosa, ma a un quarto del prezzo.
E ci sono i Kellog’s ma, più spesso, i Tommy’s. La scatola è praticamente uguale.
E così via… sembra di comprare le borse di Louis Vuitton al mercato di Papiniano.
Ho deciso di dare fiducia ai Tommy’s e ne ho comprato una scatola. E lì che mi guarda. La affronterò e poi verrò a riferire.

Il cous cous lo trovi accanto ai prodotti dolciari.
E il burro, santo cielo…. ma che problema hanno, gli egiziani, con il burro???
Perchè c’è, ed è quello danese. Però lo trovi in vaschettine microscopiche da 10 grammi o in pacchi da un chilo. I pacchetti normali, in Alto Egitto, arrivano ogni tanto. Qui al Cairo, ancora non li ho visti.
Ed è che, in realtà, gli egiziani comprano il burro sfuso: il salumiere estrae dal frigorifero un’enorme colonna di burro e si offre di tagliartene un pezzo. Tu guardi la colonna e la vedi giallo intenso, segno di troppe estrazioni dal frigo, e piena delle impronte digitali del salumiere che ti sorride e di tutti quelli che lo hanno preceduto, e lasci perdere.
Tanto, si sa, il burro non fa neanche bene…

Le verdure, ormai l’ho capito, non si comprano nei negozi.
In Alto Egitto si comprano dalle ceste delle vecchiette per strada, qui dai carretti degli ambulanti.
Ogni tanto le trovi anche incellophanate in negozio, ma in genere sono un po’ malinconiche. Meglio i carretti, che sono pure più simpatici.
La frutta si compra in posti diversi da quelli in cui si compra la verdura.
Va’ che sono complicati, non c’è che dire…

Altra cosa misteriosa: a meno che qualcuno non mi smentisca, in Egitto non esiste il sapone per la lana.
Non è solo una mia impressione: c’è mezzo Cervantes che se lo porta dalla Spagna, e le valigie dei prof tornati dal Natale iberico traboccavano di Soflan e simili.
Pure io ho chiesto la mia scorta, e Fant prenderà l’aereo impugnando il suo bravo detersivo per capi delicati.

La carne richiede un po’ di attenzione, che molte macellerie tendono a farti diventare vegetariana all’istante.
Ne ho vista una l’altro giorno con mezza mucca appesa fuori: non era mezza mucca per il lungo, era proprio mezza mucca dalla metà in giù. Con le zampe, i piedi e la coda ma senza la metà superiore e pareva lo scherzo di un prestigiatore ubriaco, anche per il lago di sangue che c’era a terra.
Truculenze a parte, comunque, trovo che le macellerie siano uno dei posti più interessanti dell’Egitto. In quella qui vicino, ieri, c’era la musica altissima e tutti i macellai saltellavano battendo le mani e facendo oscillare i fianchi al ritmo della musica, e il cassiere annuiva contento e cantava.
Un vero peccato, interromperli per chiedere due cosce di pollo.

Il maiale, ovviamente, non c’è, e i salumi disponibili sono degli affettati chiari (di pollo) o scuri (di bovino). Come in Israele. Ed è che arabi e israeliani hanno molto in comune, sul piano alimentare. Tranne che nei paesi arabi c’è una maggiore varietà: ci sono i frutti di mare, che gli israeliani non mangiano, e soprattutto non c’è il problema di tenere separati latte e carne, per la gioia di chi ama il cheeseburger.

Però in Israele puoi uscire dal supermercato con le tue brave birre, e qui no.
Qui richiede premeditazione, l’alcool.
O ti cerchi l’apposito negozio che vende solo quello oppure, più comodo, prendi il telefono e chiami King Saladino.
Con le due-parole-due di arabo che conosci, dici qualcosa del tipo: “Obelisk. Wahed. Hamra. A piazzetta tal dei tali, numero 7. Saba. Yes, aiwa.” Ti diranno altre cose e tu continuerai a ripetere la tua frasettina come un carillon incantato.
Miracolosamente, dieci minuti dopo sentirai il campanello, ed ecco lì il tipo con una bottiglia di vino rosso.
“Quant’è?” “Fanno 33 LE più 4 per il taxi”
“Sono dei bastardi, questi degli alcoolici”, mi spiega la collega. “Ti fanno pagare il taxi perchè, se non glielo paghi, loro non vengono più. Se ne approfittano.”
E’ la legge della domanda e dell’offerta, nonchè della stranieraggine, che è una tassa di per sé.

Io, stasera, faccio prima e mi stappo un succo di fragola.