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Sotto il mio post sulla Pasqua copta è apparso un intervento tratto da culturacattolica.it, secondo cui io vivrei in un paese di estremisti che arresta e tortura i copti.
Potrei/vorrei rispondere seriamente, ma ho appena smesso di applicarmi sulle origini di Israele e me ne mancano le energie.

Questo blog è fatto con Movable Type.
Possiede, dunque, un efficiente sistema di ricerca e, se proprio uno ci tiene a sapere cosa so io sulla questione, gli basta digitare “copti” ed avrà tutti i messaggi in cui ne ho parlato.

Ci sono altre voci che potrebbero essere cercate, con questo sistema:
“Donne”
“Gay”
“Israele”
“Terroristi”
………..

Questo, se uno volesse sapere cosa ne so e cosa ne penso io.

La gente è pigra e va di fretta, però.
Lo capisco: anch’io sono pigra e spesso vado di fretta. Non ho mai pensato, però, che questo mi autorizzasse a fare stancare gli altri per non stancarmi io.
E’ come quando ti arrivano email che dicono: “Ciao! Ho appena scoperto il tuo blog, mi piace moltissimo, mi potresti però spiegare esattamente chi sei e cosa ci fai in Egitto?”
Ma no, dai.
Se davvero lo vuoi sapere, ti leggi il blog.
Come ti viene in mente che io possa impiegare tempo della mia vita a farne riassunti per degli illustri sconosciuti? A me sembra talmente scortese, aspettarselo…

La cosa peggiore, però, è che un mucchio di gente non è affatto pigra.
Semplicemente, ti vuole convincere del fatto che tutto ciò che tu vedi e vivi è falso e che la realtà di ciò che ti circonda è su internet.

Questa settimana, ho portato mia figlia quattro volte nel migliore studio dentistico del Cairo, che è di cristiani copti. Bravissimi, cari e danarosi, con macchinari che non avevo mai visto in Europa. L’ultima volta, ieri sera.
Siamo tornate a casa ed è salita la vicina, furibonda, a raccontarci che aveva dovuto fare il giro di dieci farmacie, prima di trovarne una disposta a venderle la pillola anticoncezionale: le farmacie sono gestite quasi tutte dai cristiani, e la risposta standard era: “Noi, queste cose non le vendiamo!”
Tre giorni fa l’ho portata in Alto Egitto, mia figlia: le mie alunne cristiane le hanno fatto un sacco di feste ed una è venuta a salutarla in stazione portandole in dono un enorme poster di Gesù.
Prima, in taxi, guardavo giù dalla sopraelevata, lungo la strada che scende da Heliopolis al centro: una distesa di croci, tra i tetti, e chiese, campanili, scuole di cristiani di ogni tipo. Roba da fare fermare il taxi e fotografarlo, se non fossimo stati su una sopraelevata in mezzo al traffico del Cairo.
Li vedo tutti i giorni, i cristiani d’Egitto.
Non faccio altro che vederli: li ho come alunni, come medici, come veterinari del gatto di Julia, come negozianti, come professori della scuola di arabo dove vanno gli italiani, come vicini, come taxisti, come…
Ne sono circondata.

E invece no: devo farmelo dire da culturacattolica.it, come vivono i cristiani di qui.

Come la storia del collega che ha un blog, mi pare su Clarence.
Vedo il suo indirizzo tra i miei referrer, vado sul suo sito e leggo che io sarei una collega “in trasferta” (io??? Magari: prenderei 10 milioni al mese…) che non sa come vivono le donne egiziane.
E che dovrei informarmi andando su non so quale altro blog che riporta non so quale fatto di cronaca.
Cioè: io non dovrei basarmi sui miei occhi, per farmi un’idea di come vivono le egizione, ma dovrei aprire il blog di una che è in Italia e scoprirlo tramite lei.
Ma è normale?
Ma dico io: ma io per caso vado sui blog dei bresciani con il Giornale di Brescia in mano a spiegare loro come si vive, in realtà, a Brescia??
Vado a spiegare a quelli che stanno a Tokio come è in realtà il Giappone??
Ma con quale criterio, ragiona la gente??? Persino i colleghi, gessù…

Poi dice che una si irrigidisce.
Poi dice che una non parla male degli egiziani.
Per forza: c’è da aver paura a farsi sfuggire mezza critica all’Egitto, qui.
Io leggo e mi irrigidisco, certo. Ci mancherebbe altro.

Questo blog è diventato abbastanza frequentato, ultimamente.
Mi fa piacere, certo.
Non sarei umana, se non mi facesse piacere.
Mi succedono pure cose francamente divertenti.( L’ultima, questa mattina, per “colpa” di Melusina, e magari poi la racconto.)
Scopro persone e blog che mi piacciono, e molto.

Però, in sottofondo, sento crescere il rumore della temibilissima discussione infinita, e a me vengono i brividi.
Perchè io non tengo un blog per imbarcarmi in discussioni infinite: ho già avuto un forum, per questo, e ne sono fuggita a gambe levate.
E’ una cosa che non mi diverte, non mi interessa e non trovo utile.
Io tengo un blog per il più banale dei motivi: perchè mi piace scrivere e, per essere precisi, mi piace scrivere di cose piccole, di particolari. E cercare di scoprire le cose grandi partendo da quelle minime.
Sono qui per questo, tutto sommato.
Mi piace chiudermi la porta di casa alle spalle, stare sola e mettere in ordine i pensieri per iscritto. Come adesso.

La piccola vanità del vedere il proprio blog in movimento comporta, come prezzo da pagare, un mucchio di rumore, inteso in senso internettiano, di parole e liti e discussioni e storie e ancora parole che si rovesciano nella rete per nulla.
Per nulla, sì.
E si ripetono all’infinito, anno dopo anno, nello stesso modo, uguali.
Ed io ci casco e non so come fare a non cascarci.
Davvero, proprio non lo so.
Se non rispondo, l’argomento rimane come sospeso.
Se rispondo, posso farlo in modo pacato e, magari, minimamente intelligente la prima volta. Che è quando uno si sente ispirato. La seconda. La decima volta. La trentesima.
Alla quarantesima, una urla.
Non ne può più.

Leonardo, una volta, scrisse che cercava sempre di fare in modo che ogni suo post potesse permettere al lettore appena arrivato di capire il blog senza andare nell’archivio.
Leonardo, però, è bravissimo. Per giunta, non tiene un blog egiziano.

Io vorrei sfuggire alla maledizione de “I cristiani!” “Le donne!” “Gli israeliani fanno fiorire il deserto!” “I gay!”, e non so come fare.
Non perchè non ne voglia parlare: mi interessa, ne ho già parlato, sono argomenti ricchissimi se non ci si sclerotizza nelle ripetizioni infinite.
Però vorrei parlarne quando lo decido io, quando ho qualcosa da dire.
Questo è un blog, non è un jukebox.

Da un po’ di giorni a questa parte, non mi diverto più.