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Questa nella foto è la frontiera israelo-egiziana di Taba.
Il posto di blocco che la precede, per la precisione.
L’ho scattata dal pullman che mi riportava al Cairo un mesetto fa. Ero così presa a fotografare, con la mia webcam, che non mi sono accorta che era salito a bordo un poliziotto e che lo avevo dietro di me.
Mi ha tolto la macchina fotografica di mano, ovviamente, e l’ha girata di corsa per vedere nel display cosa diamine stessi fotogrando.
Solo che la mia è una webcam, appunto, e non ha display.
E’ rimasto un po’ lì a fissare la plasticaccia azzurra, con l’aria delusissima e parecchio incerta sul da farsi.
Poi mi ha restituito la macchinetta e se ne è andato incavolatissimo.
Mi piacerebbe che leggesse il mio blog per rendersi conto che io, una foto buona e/o interessante, non riuscirò mai a farla nemmeno per sbaglio. Può stare tranquillo, sulla macchinetta restituita.

Taba confina con Eilat, dove ci sono spiagge, ombrelloni, pedalò e bagnanti, ristoranti e discoteche.
Un po’ più in là c’è un’altra frontiera con Israele, ed è quella di Rafah.
Lì c’è un campo profughi che esiste dal ’49, invece, e, al momento, ci sono 12.600 persone le cui case sono state demolite dall’esercito israeliano.
Spero di non sembrare troppo antisemita, se lo ricordo.
Ah: Rafah è famosa anche perchè ci è morta un’altra antisemita, Rachel Corrie.
Si opponeva alla demolizione della casa di un medico, se non ricordo male.

Leonardo dice cose sensate sull’attuale alluvione di immagini di sangue e sulla capacità che gli adulti dovrebbero avere di associare le emozioni alle parole. Eppure, non so.
Anche perchè bisogna vedere come sono scritte, queste benedette parole: io non mi fiderei molto di uno che dice “abuso” per descrivere ciò che, in immagine, mi appare come un uomo incappucciato e legato a fili elettrici.
Più che altro, io credo che le opinioni pubbliche dovrebbero ristabilire delle gerarchie, per le loro emozioni. E sapere decifrare ciò che le provoca.
Molto banalmente, io credo che il problema dell’Iraq (il nostro problema in Iraq) consista nel ruolo che vi stanno svolgendo gli USA, non nel fatto che gli iracheni vadano in giro a tagliare teste.
In quanti luoghi le democrazie occidentali violano i diritti umani? E quanti arabi, in cambio, vanno in giro a decapitare la gente?
Se tornassimo ad imparare a interrogarci sui fenomeni che davvero si ripercuotono sul futuro di tutti noi, faremmo una cosa santa e, soprattutto, eserciteremmo del rispetto verso le nostre intelligenze.
(Se, poi, uno preferisce delirare sui califfati, che gli vuoi dire?)

Tornando alla frontiera di Taba: c’è un mare bellissimo, lì, e la guerra sembra lontanissima.
E tuttavia la incroci, nei racconti degli occidentali che escono da lì per venire a fare vacanza in Egitto.
In quell’autobus conobbi una coppia di americani che lavorava nel Negev per i Physician for Human Rights .
Sarà un mese, che mi riprometto di parlarne, e non ci riesco mai: dovrei consapevolmente decidere di stare male per tutto il tempo che ci impiego a scrivere un post.
Rimando sempre, quindi.
Tanto, che cambia? Dicevano quello che c’è scritto nel link qui accanto, che è scritto in un migliaio di posti.
Cosa cambia, se io lo racconto in forma di conversazione su un pullman con un paio di testimoni oculari? Cambia il mio malessere, nient’altro.

Da quando sono in vacanza, vado a letto sempre più tardi e mi sveglio con sempre maggiore calma.
Forse devo dare una riordinata ai miei orari, prima che diventino irreversibilmente anarchici.

Mi serve un pensiero da portare a dormire per scacciare quelli qui sopra.
Per esempio: ma a che diamine serve l’olio di semi di cotone che vendono in tutti i supermercati, qui?
Esisterà qualche ricetta che viene bene solo se la prepari con l’olio di cotone?
E la bottiglia è di plastica, classica bottiglia da olio di semi, e c’è la foto dei fiocchi di cotone, sull’etichetta. Ne comprerò una giusto per il piacere di fotografarla.

Poi volevo parlare anche del ghee di bufala, ma è tardi.
L’olio di cotone è stato sufficiente a farmi venire voglia di andare a dormire.