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Qui c’è la Settimana “Panorama Cinema Europeo” e stasera il film – un documentario, in realtà – era di un olandese, Jack Jannssen.

We Loved Each Other So Much.

Chi sia Fairuz, la cantante attorno a cui gira il film, lo spiega benissimo Groucho qui.

[…] poi guardo fuori dal finestrino e sento di essere affetto da quello che viene definito mal di Medio Oriente, e ora capisco perché. Non si può rimanere indifferenti a questo mondo, fatto di posti e di persone così diverse tra loro ma strettamente connessi, tutti, dal legame tenace di un’identità araba che, variegata, discorde e molteplice quanto si vuole, ma C’E’, esiste e si percepisce ad ogni piega del paesaggio, sia esso una montagna verde libanese o il deserto tra Siria e Giordania, palmizi sul mare più antico del mondo o suq variopinti e odorosi. E poi, Feiruz. […] qui è una parola magica, una voce che dischiude tutto ciò che c’è da capire e sapere sul Medio Oriente.

(E se pubblicasse le sue Cronache da Damasco usando supporti tecnici contemporanei, il nostro Groucho, farebbe di noi delle donne felici. Chessò, un permalink, una funzione search… cosine così, ecco. Ché mi sono dovuta rileggere daccapo tutto il sito, prima di beccare il post che cercavo e tornare a morire di invidia perchè lui l’ha vista in concerto, la Diva, beato lui.)

Comunque è il secondo dall’alto, il post che dico io.
E dice tutto quello che potrei dire io, quindi è inutile che ripeta.
Aggiungo solo che, negli ultimi anni, Fairuz ha fatto concerti a Beirut, naturalmente, e poi a Parigi, a Dubai, negli Stati Uniti, a Londra e a Ginevra, ma nella nostra pur scintillante Cairo non si è vista.
Mi toccherà andare in Libano, se la voglio vedere. E, dopo aver visto il film di stasera, sono seriamente tentata di prendere un aereo.

In sala c’era il regista che, dopo il film, ha risposto alle domande del pubblico.
E l’ha spiegata così:

“Io ero in Palestina all’epoca della prima Intifada. Ero lì a girare un documentario. Ed entravo in case semidistrutte dove non c’era niente se non i segni della violenza e la povertà. E in tutte quelle case, in tutte, c’erano immagini di Fairuz strappate da una rivista, da una copertina, ed appese al muro.”

E così è andato in Libano, Janssen, ed ha filmato le storie di musulmani, cristiani, drusi, sciiti, cattolici, gente di sinistra e di destra, palestinesi, gente che è cresciuta nella guerra, che si è sparata addosso, che ha fatto anni di carcere, che ha perso persone care, che vuole ricostruire il Libano o ne vuole fuggire e tutti, tutti legati dal comune amore per una cantante.

Ed è assolutamente commovente ciò che ne viene fuori, e questo blog ci ha seminato pure qualche lacrima perchè – a proposito di identità araba – c’è qualcosa di disarmante, di nudo, forse di ingenuo nel modo che hanno qui di esprimere l’amore, e se a tratti dici “Ma dai, esagera!”, poi ti mordi la lingua e taci, davanti al taxista cristiano che in guerra era di estrema destra ed ora inveisce contro tutti e vuole emigrare ma poi, parlando di Fairuz, si addolcisce, si commuove e mette la cassetta mentre guida e canta pure lui ed è struggente.

O nel beirutiano dell’altro bando, musulmano che ha combattuto con i palestinesi e la sera ascoltava ciò che si ascoltava in tutta la città, Fairuz, e dice: “Non se ne è mai voluta andare, è rimasta qui per tutta la guerra. E’ stata con tutti noi, cristiani e musulmani, ed è di tutti.”
O nel palestinese che ha perso le gambe, nel medico cristiano che ha fatto 9 anni di carcere in Siria, nella signora bionda ed elegante che va in palestra e nel vecchietto del negozio di dischi. Nella città intera, divisa e ancora ferita, nonostante l’immagine di sé che vuole tenacemente ri-costruire e che però sembra svegliarsi la mattina e andare a dormire di sera accompagnata dalla voce di questa specie di fata.

Intervistano un gruppo di ragazzi e ragazze giovanissimi, musulmani.
Raccontano di essere andati a Sud per partecipare a una manifestazione pacifica contro gli israeliani. E poi gli israeliani si sono messi a sparare – “Noi le avevamo viste solo in TV, queste scene, e di colpo ci eravamo dentro e cercavamo di non mostrare i sentimenti, di non mostrare la paura” – e fanno due morti. Due ragazzi di cui vengono detti i nomi – che hanno un nome, ti viene da pensare.
“Nel pullman, di ritorno a Beirut, qualcuno mise la canzone di Fairuz dedicata a Gerusalemme. E di colpo si sciolse tutta la tensione accumulata, la rabbia, la paura, e c’erano trenta uomini in lacrime, su quel pullman. Piangevamo tutti.”

Un fenomeno poco spiegabile secondo le nostre coordinate, quello di questa donna.
Mentre vedevo il film fantasticavo.
Pensavo: “Immagina che, solo per una settimana, l’Italia intera sia obbligata a vedere queste cose: film, documentari, canzoni, racconti, storie di gente. Basterebbe anche che solo un canale RAI decidesse di dedicarsi a questo, solo per una settimana. Ad ascoltare, ma ascoltare sul serio. Immagina come cambierebbe tutto.”
Perchè cambierebbe tutto, ne sono convinta.
Non potrebbe non succedere.

Insomma, ho visto un bel film.
Non so se in Italia è uscito, su internet non l’ho trovato.
Se esce, andatelo a vedere.

(Così poi posso pure raccontare di un piccolo dibattito tra il regista e una focosa signora in sala, ché farlo se non si sa di cosa sto parlando non ha senso.)