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E’ un periodo più mondano che blogghistico, e che mi sia testimone il mal di testa che deposito qui adesso.

La mondanità di ieri prevedeva una cena in uno di questi albergoni polifunzionali cairoti e questo blog, obbedendo a un istinto non meglio decifrato ma che rientrava nella variegata categoria del “voglia di fare danni”, si è infilata nella borsetta il passaporto e tutti i dollari che aveva.
“Nell’albergone c’è il casinò”, ho pensato. “E io ci andrò. Il mio gentile accompagnatore non lo sa ancora, ma stasera è destinato a portarmi al casinò.”

Io non sono una giocatrice. Al casinò ci sarò stata meno di dieci volte in tutta la mia vita, e quasi tutte qui in Egitto. Questo vuol dire che sostanzialmente non so giocare e ho bisogno di avere qualcuno accanto che mi faccia un veloce ripasso delle regole, prima di cimentarmi. Non sono autonoma, insomma, e uno di questi giorni mi farò qualche pippa autoanalitica sulle implicazioni simboliche della cosa.

Al mio accompagnatore non gliene poteva fregar di meno, del casinò.
Mi ci ha portato perché non aveva margini per dirmi di no ma, una volta lì, si è appollaiato al bancone del bar con la ferma intenzione di conversare. Il bancone del bar è lontanissimo dal signore che ti vende le fiches.
Io: “Giochiamoci un dollarino, dai.”
Lui: “Ma non gioco da anni, non mi ricordo, no dai, ma guarda che bel bancone del bar.”
Io: “Ma facciamoci un giro tra i tavoli, dai.”
Lui: “Cosa bevi?”

L’ho trascinato verso il blackjack solo per arrendermi all’evidenza del fatto che la sua assoluta imperizia lo rendeva del tutto inadatto ad essermi utile.
La scena successiva ci vedeva davanti alla roulette, ché quella la capisce chiunque. Che diamine.
Lui: “Ah, ecco, la roulette forse è divertente.”
Io: “Cambiamo? Dai, accompagnami a cambiare i MIEI dollari.”
Lui: “Ma no, dai, andiamo via, dobbiamo andare al Tal dei Tali.”

C’è un limite ai capricci che si possono piantare e – che tristezza – a volte la ragion di Civiltà obbliga a rinunciare a incaponirsi contro le situazioni. E’ uno dei motivi per cui rimpiango i 16 anni, quando sei renitente giustificata.

Lui: “Aspe’, prima di andare guardiamoci questa giocata. Io punterei sul 27, e tu?”
Io: “Sul cinque.”

Non avevo nessun dubbio mentre guardavo la pallina che girava.
Non mi sono sorpresa, non mi sono emozionata, non mi sono incazzata. Non ho fatto una piega.
La gente (gli uomini, soprattutto) ti fa i discorsi razionali, ti spiega le cose logiche, ti fa sentire una deficiente e ti boccia agli esami di realtà e tu lo sai benissimo, che si sbaglia.
E’ solo che mancano le parole, il linguaggio si ritorce contro di te e tu taci.

Cinque.
Ovviamente.

Tutti i miei dollari (i miei ultimi dollari) sono ancora lì, intonsi, nella borsetta nera, e l’idea di riporli nel cassetto mi immalinconisce assai.