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‘Sta storia dello spostarsi in bicicletta è la cosa migliore che mi sia accaduta a Milano fino ad ora, ché sono tutta gasata e contenta e se mi capitasse la ventura di dimagrirci pure, sulla bici (Milano fa ingrassare, è ufficiale, e qui di sicuro non se ne aveva bisogno), credo che farei un piccolo monumento alla mia. Una cosa discreta, pensavo a un bronzo davanti al Castello.

Io poi la chiamo “bici” ed ho insistito per recuperarla nonostante me la volessero buttare tutti, dal webmaster che non si fa una ragione del sellino che pare una poltrona, dice, e non è serio, secondo lui, a Zanazzi in persona che me l’ha aggiustata, mica no, però non ha potuto fare a meno di osservare: “Ci vuole una notevole buona volontà per riparargliela, sa?”
E io, addolorata: “Ma ci sono affezionata!”
E lui, mogio: “Ma io no. E gliela devo riparare io.”

Ha un mucchio di anni, non ha marce né nulla, ha i freni e ‘sto sellino comodissimo e il cestello nuovo per i libri e la spesa, ché in quello vecchio ci mettevo la Pupi a tre anni e dice Zanazzi che è per questo che non frenavo, che il vecchio cestello sfondato era franato sui freni e tutte queste cose qua.
Io però mi diverto; solo che, con ‘sto po’ di mostri della bicicletta che circolano per il web una si sente una povera patata ad affacciarsi con la sua anziana Legnano per dirlo, ma poi un amico mi ha fatto rompere gli indugi e, ecco, anch’io avrei intenzione di usarla tutto l’anno e mi pongo gli stessi problemi suoi: come fare per arrivare a scuola sufficientemente asciutti durante la stagione delle piogge?
Come si ottiene in un solo colpo il risultato di non bagnare i compiti in classe, non finire sotto un tram causa cappuccio che ti toglie visibilità e, soprattutto, non fare sganasciare dal ridere il centinaio di tipi perfidi e brufolosi che ti vedrà arrivare sotto il diluvio?
Insomma: che caspita vi mettete, voi, quando piove?
Ché così me lo compro pure io.

Perché io non ci voglio stare, triste e infreddolita alla fermata del tram.
Arriverei sempre in ritardo e poi non voglio che lo decida un altro, quando mi devo spostare. Mi deprimerei. Voglio la bici.

Ah, una cosa: i miei studenti sono molto, molto lontani dall’immagine di Milano che uno potrebbe farsi leggendo i blog. Quando dico “utenza difficile”, voglio proprio dire “utenza difficile”.
E quando mi hanno visto arrivare in bici, hanno sorriso divertiti e poi, con una certa condiscendenza, si sono lanciati in interessanti ipotesi sul perché non avessi la macchina. E: “Prof, ma lei ce l’ha, la patente?”

M è parso che per loro fosse un segno di inadeguatezza socioeconomica, spostarsi in bici, e la cosa mi ha colpito parecchio. La pensano esattamente come gli egiziani, dunque: che con la bici si sembra poveri.