
Riporto per intero l’analisi di Michelguglielmo Torri.
La trovo ineccepibile.
Cari amici,
così Hamas ha vinto le elezioni legislative in Palestina. I nostri media si strappano i capelli e ci propongono interviste illuminanti. Ho appena sentito il giornale radio delle 8,45: sono stati intervistati un giornalista di Ha’aretz e il noto ideologo neocon Daniel Pipes. Evidentemente, il ventaglio delle possibili interpretazioni passa fra una sinistra, rappresentata da un giornalista israeliano, e una destra, rappresentata da un neoconservatore americano.
Quest’ultimo ha fatto un’affermazione rivelatrice (di cui, però, solo la prima parte è stata riportata dai giornali, almeno nella lettura che ne è stata data a “prima pagina” di oggi). “La vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina – ha detto Pipes – sono come quelle di Hitler in Germania nel 1933 o come quelle di Salvador Allende in Cile nel 1970“. Naturalmente è la parte in corsivo che non viene riportata. Dopo tutto, se la leggessero, molti di noi “rizzerebbero le orecchie”. Allende era un Hitler? O era un democratico che voleva sottrarre il suo paese all’egemonia politica ed economica americana? Allora, la vittoria di Hamas è come quella di Hitler o è come quella di Allende? Spero che converrete con me che la differenza non è poca.
Ciò detto, dato che tutti “riflettono” sulla vittoria di Hamas e che tutti dicono la loro, che ne abbiano titolo o meno, lasciate che anch’io dica la mia. Come storico incomincerei con una riflessione storica. Le trattative di Camp David del 2000 fallirono perché gli israeliani, sostenuti dagli americani, non erano disposti ad accettare il minimo richiesto da Arafat. Cioè la costituzione di uno stato palestinese sui territori di Gaza e della Cisgiordania occupati da Israele nel 1967. Arafat era disponibile a scambi di territorio su basi paritarie, a lasciare a Israele i quartieri ebraici di Gerusalemme Est (illegalmente costruiti dopo il 1967), a cedere il quartiere ebraico e, probabilmente, anche quello armeno della città vecchia e, infine, a cedere il muro del pianto a Israele. Inoltre, Arafat chiedeva un’accettazione di responsabilità da parte di Israele per il ruolo nel determinare la creazione del problema dei profughi nel 1947/49 e nel 1967, una richiesta a cui si accompagnava una sostanziale elasticità sulla questione concreta del ritorno di tali profughi in Israele.
Arafat, nel prendere queste posizioni, aveva già esplicitamente riconosciuto che il 78% della Palestina mandataria, compresa Gerusalemme Ovest, era ormai parte integrante dello stato di Israele. Voleva quindi avere il restante 22%. Gli Israeliani e gli americani, invece, impostarono Camp David sull’idea che l’argomento del contendere fosse come spartire quel 22% della Palestina mandataria che formava i territori occupati nel 1967. Un’impostazione che faceva a pugni con il diritto internazionale (che, evidentemente, non vale né per gli americani, né per gli israeliani). In base a questa peculiare impostazione, le condizioni capestro di Barak (che, fra l’altro, comportavano, per riconoscimento dello stesso Barak, una Cisgiordania palestinese priva di continuità territoriale) poterono venir presentate come la “generosa offerta” che solo l’irragionevolezza di Arafat poteva rifiutare.
Il risultato di questo modo di procedere è stato che il nazionalismo laico palestinese è stato umiliato e sconfitto. Ci sono state, è vero, alcune voci isolate che, anche in Israele, ricordavano che, se non ci si accordava con il nazionalista laico Arafat, il risultato sarebbe stato che al suo posto, ci si sarebbe trovati come controparte gli islamisti di Hamas. Ma, naturalmente, nessuno ha mai dato retta a tali voci. Si è preferito, invece, demonizzare Arafat e delegittimare al-Fatah. Secondo l’illustre storico Benny Morris, di fatto non c’è mai stata alcuna differenza fra Arafat e al-Fatah da un lato e gli islamisti di Hamas e del Jihad islamico dall’altra: entrambi hanno sempre voluto distruggere israele.
Insomma, i palestinesi hanno a suo tempo tentato una trattativa partendo da posizioni di ovvia ragionevolezza. La risposta è stata, come si è appena ricordato, la demonizzazione e l’emarginazione del leader che incarnava quell’ovvia ragionevolezza e, subito dopo, la guerra ad oltranza condotta da Sharon contro i palestinesi.
Ora, i palestinesi, hanno deciso di cambiare cavallo. Hanno votato per Hamas, che non riconosce lo stato di Israele. Fallita, cioè, la via della moderazione perseguita da al-Fatah, la risposta dei palestinesi è stata di passare la mano ai massimalisti di Hamas. Ma, al di là delle posizioni teoriche, Hamas ha sempre dimostrato un alto grado di pragmatismo (in caso contrario non sarebbe ora dove si trova). Hamas, quindi, tratterà con Israele. Ma lo farà partendo da zero, non con la concessione a priori del 78% della Palestina. Personalmente non ho alcun dubbio che l’obbiettivo reale che Hamas si pone sia lo stesso di Arafat: uno stato palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967. Ma sarà una trattativa in cui nulla sarà dato per scontato. A quel punto, forse, l’irragionevolezza della posizione degli israeliani, che si ostinano a mantenere 440.000 coloni nei territori occupati, che rivendicano la parte araba di Gerusalemme, che vogliono rosicchiare parti ulteriori di quel misero 22% di Palestina che i palestinesi rivendicano come loro, che si rifiutano di accettare le loro responsabilità per la pulizia etnica del 1947/48 risulteranno essere ciò che sono: non posizioni di grande generosità, bensì posizioni irragionevolmente e meschinamente estremiste.
Nella situazione che è oggi venuta in essere in Palestina, quali alternative vi sono? Schiacciare Hamas con strumenti militari? Sharon ha certamente cercato di farlo negli ultimi cinque anni. Con il risultato che ora si è visto. L’unica via all’eliminazione di Hamas sarebbe l’eliminazione del popolo palestinese. Il che, però, allo stato attuale delle cose, sembra ancora un obiettivo un po’ difficile da raggiungere (ma, chissà?, forse col tempo ci si arriverà). Quindi, al momento, rimangono solo due possibilità: la continuazione della guerra all’infinito (o fino al genocidio dei palestinesi) o la pace con Hamas. Sia gli israeliani, sia i loro amici americani e europei, che con il loro incondizionato appoggio politico e economico sono corresponsabili dell’avventurismo israeliano, farebbero bene a rendersene conto e a trarne le conclusioni logiche.
Che poi non si tratti con i “terroristi” era un’obiezione che venne fatta anche a De Gaulle al tempo della guerra d’Algeria. Il nazionalista francese De Gaulle rispose: “Si tratta con chi ci combatte”; e non solo accettò l’indipendenza dell’Algeria, ma liberò la Francia dall’incubo di un’atroce guerra coloniale.
Cordialmente.
Michelguglielmo Torri
P.S. I grassetti sono miei.

nell articolo leggo :”
Arafat, nel prendere queste posizioni, aveva già esplicitamente riconosciuto che il 78% della Palestina mandataria, compresa Gerusalemme Ovest, era ormai parte integrante dello stato di Israele. Voleva quindi avere il restante 22%”
Ma Gaza e Cisgiordania sono veramente -solo- il 22% del territorio che venne diviso nel 1948 tra arabi ed ebrei ?
Un bellissimo e chiarissimo articolo questo del prof. Torri.
Grazie per averlo riportato, davvero.
Daria
è detto tutto in breve e molto bene. Grazie!
son iscritta anch’io alla mailing list dove il prof. Torri ha spedito quest’analisi, la stavo per postare nel mio blog, ma ho pensato che l’avresti fatto anche tu.
Già , non fa una piega!
Non occorre andare per forza a Gaza per capire queste cose, basta anche solo la piccola Betlemme.
C’è un piccolo ospedale pediatrico ai suoi confini.
Quando penso alla Palestina, penso agli occhi dei bambini che ho visto là : chiedono di vivere.
La vittoria di Hamas era prevedibile.
Ha preso alla spovvista i Sionisti e i filo-sionisti americani.
Per il futuro prossimo, prevedo una Cia ed un Mossad scatenati nel cercare di compiere omicidi ed attentati mirati.
Conciso e illuminate.
Ma perchè tutte le volte questi articoli me li devo andare a cercare ?
Cìè qualcuno di voi gentilmente che mi da l’indirizzo per iscriversi alla mailing list dove il prof. Torri ?
Grazie
Ciao
Tre
Chiedo scusa, dimenticanza imperdonabile.
La lista è: http://it.groups.yahoo.com/group/Apriti_Sesamo/
Lia raccontami di Milano the day after :):)
La Palestina è un rebus, troppi interessi in gioco, bisognerebbe rifondare tutto, tornare al 48, e fare tutto da capo. Ma come si fa?
L’aspetto più interessante di queste elezioni è che scegliendo Hamas il popolo palestinese sta scegliendo di lottare per il proprio diritto alla vita. Di non delegare più alla burocrazia corrotta, perchè a furia di deleghe e trattative segrete si ritrova in condizioni ancora peggiori che in precedenza. Hamas non mi piace affatto, ma Hamas non è certo Al Qaeda…non è un’organizzazione dei servizi segreti, è un’organizzazione sociale fortemente radicata. Per Israele la situazione si complica, non sarà certo semplice perchè i palestinesi hanno espresso, con queste elezioni, la loro indirimibile forza, la loro vitalità . Se avessero votato per la burocrazia, sarebbe stato un atto di rassegnazione. E poi: da sempre si chiede ai palestinesi di dimostrare di non essere terroristi….chi chiede conto a Israele del genocidio e della miseria che sta perpetrando? Chi gli chiede conto del terrore e dell’odio che alimenta?
Fa sempre piacere leggere il prof. Torri. Mi ricordo che alcuni anni fa, erano i tempi di Camp David, ci trovammo su posizioni diverse, e la cosa divertente (visto che anche in questo commento farò anche se solo in parte il bastian contrario) era che le mie erano decisamente più filo palestinesi.
Purtroppo per lavoro ora seguo molto di più altre questioni e ho seguito soltanto sui giornali questo ultimo anno e mezzo in terra santa.
Ci sono due riflessioni secondo me da fare però, tutte e due incentrate sulla figura di Arafat.
Arafat è stato sicuramente una figura carismatica, che ha saputo incarnare l’idea di palestina, un’idea che, fino a quando fatah non ha preso il dominio sull’OLP, era piuttosto minoritaria nel mondo arabo. La soluzione della questione palestinese era vista sul piano retorico nella realizzazione dell’unità araba e nella conseguente distruzione di Israele e, sul piano pratico, come un mezzo da utilizzare per legittimare internamente il proprio governo e delegittimare i governi arabi rivali.
Riconosciuto il merito storico di Arafat di aver posto la creazione di uno stato palestinese come obiettivo unico dell’azione palestinese, e considerata anche la vita straordinaria di sacrifici per la causa vissuta dal rais, non ci si può però nascondere la tragedia degli ultimi anni di Abu Ammar (tragedia in cui, per chiarezza, dico subito non rientra camp david. la responsabilità del fallimento di un negoziato che non aveva in quel momento possibilità di successo è stata di chi, clinton e barak, per motivi propri ha trascinato una terza parte a un tavolo cui non voleva sedere proprio perché conscia dei rischi associati al sedervisi in quel momento).
Tragedia che si riassume nella responsabilità di essere stato così attaccato al potere, cedendo anche alla tentazione dei conti esteri, ahimé anche se questo è il meno, da aver creato da una parte un sistema corrotto e incapace di gestire i territori palestinesi, e di aver cavalcato irresponsabilmente una guerra persa dall’altra.
Io non credo che i palestinesi che hanno votato per Hamas l’abbiano fatto pensando a Israele o individuandovi la strada migliore per giungere alla liberazione della propria terra. Chi lo pensasse commetterebbe, a mio modestissimo avviso, il grave errore di coprirsi gli occhi con quella purezza ideologica che sempre caratterizza i sostenitori di una causa più dei protagonisti della stessa. Io credo che chi ha votato per Hamas abbia voluto dire basta a un sistema corrotto e inefficace, alla gerontocrazia, al nepotismo, alla divisione dei territori in piccoli feudi personali. E abbia votato invece per una forza non (ancora) contaminata con il potere, alla testa dell’unica vera rete assistenziale che è rimasta in piedi, nella speranza che sappia rimettere in piedi un’amministrazione minimamente decente. E questo nonostante il fatto che, secondo alcuni sondaggi (che di solito nella realtà palestinese sono credibili) il 70% dei palestinesi voglia i negoziati e la pace con Israele. E qui, nella distruzione della credibilità di Fatah (cioè di quella che è stata per cinquant’anni la bandiera stessa del popolo palestinese) risiede la prima tragica responsabilità di Arafat.
La seconda è nel perseguimento a oltranza di una guerra persa: l’intifada armata.
In guerra, si sa, Dio è sempre con noi. Ma che una guerra sia giusta o ingiusta, ai fini della vittoria poco cambia. Militarmente la vittoria è stata sempre impossibile. Chi pensava che la strada degli hezbollah nel Libano meridionale (espulsione militare degli israeliani) fosse riproponibile in Cisgiordania aveva drammaticamente torto. La Cisgiordania è eretz Israel il Libano meridionale (al di là di chi vorrebbe arrivare al Litani, ma lasciamo stare…) no. E allora l’unico obiettivo poteva essere politico. E lì gli errori, a mio avviso, sono stati due. Il primo l’aver preso le armi. Le poche armi a disposizione dei palestinesi, anche i kamikaze, sono nulla in confronto a quanto a disposizione degli israeliani. L’aver condotto un conflitto armato ha posto l’illusione dell’equilibrio tra i combattenti. Non vi è stato quel caso di coscienza, in Israele e fuori, posto dalla visione negli anni Ottanta di bambini che tiravano pietre contro carri armati. Il secondo errore è stato non comprendere come qualunque speranza di successo di una strategia come quella dell’intifada sia morta con l’11 settembre. Ricordiamo il 2000 e guardiamo a oggi. Come diceva Lia in un post qualche tempo fa guardate a cosa dice l’opinione pubblica mondiale, le forze politiche (in particolare le stesse a sinistra e a destra che fino a pochi anni fa non nascondevano le proprie simpatie filo-palestinesi). L’11 settembre ha cambiato il clima politico mondiale. Quello che nel 2000 non sarebbe stato possibile credere, l’equazione Arafat-Bin Laden di Sharon, nel 2002 era senso comune. Non prenderne atto è stato un drammatico errore.
E ora?
E ora secondo me butta male. E non riesco a rallegrarmi come taluni, dicendo: “gli israeliani non hanno voluto fatah e adesso si beccano hamas”. Perché Hamas, l’islam politico che essa esprime, sul versante questione palestinese, significa tornare a prima di fatah, alla questione palestinese al servizio di una causa più grande. Anni fa, parlando con uno dei principali esponenti dei fratelli musulmani giordani, ricordo mi disse “non importa se sarà tra dieci, cinquanta o cento anni. la vittoria sul nemico sionista è certa, perché Dio la vuole”.
Al di là del fatto che, personalmente, preferirei vedere due stati che vivano fianco a fianco, piuttosto che vedere un Israele buttato a mare (ma tanto anche dovesse accadere non credo possa accadere nel mio span di vita…), questa strategia, questo approccio non potrà portare che al prolungamento per un altro ciclo di violenza del conflitto israelo-palestinese. E i palestinesi francamente non se lo meriterrebbero. E già temo la solita reazione a catena, già mi vedo Likud che recupera su Kadima. E i due estremismi che mutualmente si rafforzano. E francamente non ce la faccio a dire, beh se la sono cercata.
Marco
P.S. sull’Algeria, beh francamente non mi sembra proponibile come confronto. I francesi, al di là dell’Algeria territorio metropolitano e delle generazioni di coloni, un posto dove tornare ce l’avevano: la Francia. Gli israeliani un posto dove andare non ce l’hanno. E in una creazione ideologica come lo stato di Israele, lasciare la Giudea e la Samaria non è che sia cosa facile. Questo non per condividere la posizione israeliana, ma per non nascondere dietro al mio personale apprezzamento delle ragioni in causa il contenuto e le difficoltà del negoziato.
P.P.S. Chiedo scusa della lunghezza. Ma tanto il blog è moderato per cui Lia puoi decidere di non pubblicare.
Riconciliazione: la grande sconfitta
Da un articolo di Herb Keinon
Valutare chi ha vinto e chi ha perso è sempre lo sport preferito dopo le elezioni, e quelle di mercoledì per il Consiglio Legislativo Palestinese non fanno eccezione. LÂironia è che hanno perso sia israeliani che palestinesi, e per lo stesso motivo. La netta affermazione di Hamas significa che gli estremisti hanno ora conquistato una forte base dÂappoggio ufficiale nella proverbiale piazza palestinese.
Una delle tragedie durature dellÂormai centenario conflitto arabo-israeliano è che gli arabi estremisti, quelli che rifiutano qualunque forma di riconciliazione, finiscono sempre per avere la meglio.
Finora si poteva sostenere la tesi che il palestinese medio desidera soltanto condurre la sua vita come tutti noi. La convinzione era che la maggior parte dei palestinesi volesse semplicemente vivere in pace, mandare i figli a scuola senza paura, ma che la società palestinese fosse sempre tragicamente Âsequestrata dagli estremisti.
Ma ora a quanto pare la piazza palestinese, o per lo meno una grossa parte di essa, si è volonterosamente e democraticamente Âconsegnata nelle mani degli estremisti. Il che non è un bene per i palestinesi, perché la cosa garantirà che il conflitto continui ad infuriare. E non è un bene per gli israeliani, perché garantirà che il conflitto continui ad infuriare.
Dunque, chi ha vinto? Per adesso, gli americani. Nonostante il presidente dellÂAutorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) segnalasse di voler rinviare le elezioni quando appariva chiaro che Hamas avrebbe prevalso e che la sua carica era in pericolo, gli americani hanno premuto perché le elezioni si tenessero alla data fissata. Perché stavano promuovendo la democrazia in Medio Oriente. Allo stesso modo, quando Israele segnalò di essere ben poco entusiasta che i palestinesi votassero a Gerusalemme per un partito che invoca la distruzione di Israele, lasciando intendere che avrebbe potuto impedire quel voto, gli americani hanno respinto lÂidea. Perché stavano promuovendo la democrazia in Medio Oriente. E in effetti il punto di vista degli americani è prevalso su entrambi i fronti: un buon esempio di quanta influenza siano in grado di esercitare in questa regione.
Gli americani hanno avuto ciò che volevano: elezioni democratiche nel Medio Oriente arabo, unÂaltra agognata Âtacca su quella lista dei successi della democrazia in Medio Oriente che deve essere appesa in qualche ufficio a Washington. Gli americani volevano delle elezioni democratiche nellÂAutorità Palestinese che fossero corrette, libere e alla data fissata. E le hanno avute. Ma potrebbe risultare una vittoria di Pirro, una vittoria che non farebbe che sottolineare quanto enorme sia la sfida che si trova di fronte lÂimpulso degli americani per la democratizzazione della regione.
Cosa accade quando, come in Germania negli anni Â30, il popolo sovrano va a votare e vota i cattivi? Che si fa? Una delle ragioni per cui lÂAmerica ha spinto così fortemente per le elezioni era la speranza che si innescasse un effetto valanga, che elezioni nei territori influenzassero positivamente i passi verso la democrazia nei vicini stati arabi. Cosa che potrebbe effettivamente accadere. Vedendo queste elezioni nellÂAutorità Palestinese, la gente in Egitto, in Arabia Saudita, in Siria potrebbe dire: ÂEhi, se possono votare a Ramallah e a Kalkilya, allora possiamo farlo anche noiÂ. Il che è una buona cosa. La brutta notizia, per la quale gli americani non sembrano avere una risposta, è: cosa accade quando la popolazione, o una parte significativa di essa, non vuole la democrazia jeffersoniana, preferendole lÂestremismo fondamentalista islamico?
(Da: Jerusalem Post, 26.01.06)
Giovanni: detto in altre parole, il discorso di Keinon è il seguente:
1. Se i palestinesi non si riconciliano con chi li occupa è colpa loro. Sarà che hanno un brutto carattere.
2. I palestinesi non desiderano “vivere in pace” (ma come? Dove? Che vita è?) ma, chissà perché, preferiscono confrontarsi a mani nude o con l’arma dei loro corpi contro il quarto esercito del mondo, per sempre. Stirpe di guerrieri nati, non c’è che dire.
3. Se continua a infuriare il conflitto, è solo perché i palestinesi si ostinano a non stare buoni di fronte alle decisioni di Israele. Come dei bambini ribelli che papà Israele è costretto a prendere a cinghiate.
4. E dire che basterebbe non lasciarli esprimersi, questi arabi, per tenerli buoni. Perché, se li lasci parlare, loro ripetono sempre la cosa sbagliata. Sono cattivi di natura, si vede.
Ma dai, che discorso è?
scusa Lia ma…
ho postato il pezzo di Herb Keinon per la domanda:
” cosa accade quando la popolazione, o una parte significativa di essa, non vuole la democrazia jeffersoniana, preferendole lÂestremismo fondamentalista islamico? ”
pioche’ la Memoria,inevitabilmente,porta al raffronto con le elezioni che videro hitler vincere”democraticamente” la domanda non mi pare peregrina.
Sia chiaro che non ho la risposta!
Ma neanche il gioco del buono o del cattivo oggi e’ una risposta.
Siamo ancora in grado di “sentire il vento” che spira in questi periodi???
finche’ siamo in tempo,serve ben altro…
Non ci sono piu’ buoni o cattivi,c’e’ nuovamente il maccanismo infernale del nazionalismo e del razzismo che macina tutti senza distinzione.
A noi capire chi come e perche’ lo abbia rimesso in moto e come contrastarlo prima che ci stritoli tutti e in questo compito vi e’ anche la necessita’ di comprendere dove finisca quello che facciamo/diciamo/scriviamo – spesso anche al di la delle nostre intenzioni.
giovanni
Guarda: con tutto il rimpianto che io posso avere per quello che avrebbe potuto essere la società palestinese, se non fosse stata strangolata, accolgo almeno con sollievo la chiarezza che la vittoria di Hamas comporta.
Tutto è meglio del pantano degli ultimi tempi, del mantra della “pace” ripetuto facendo finta di non vedere che ridurre l’avversario al silenzio è qualcosa che puoi chiamare come vuoi, ma non “pace”.
Zvi Schuldiner scrive, nel bell’articolo sul Manifesto intitolato “Trent’anni fa «terrorista» era l’Olp. Ora è il momento del negoziato.” una frase su cui rifletterei:
“Sia Israele sia la comunità internazionale sembrano destarsi dal sonno pesante nel quale
erano immersi dal ritiro unilaterale e scoprono che c’è un prezzo da pagare per la politica dell’occupazione militare. Scoprono inoltre che la paralisi o la repressione non bastano per cambiare la realtà .
La realtà è quella della stessa occupazione.”
Se anche non gli avessero permesso di votare, questa realtà sarebbe cambiata?
Ma cosa si pretende, dico io?
Io credo che Israele e i suoi alleati (quelli che, come dice Torri, con il loro incondizionato appoggio politico e economico sono corresponsabili dell’avventurismo israeliano) dovrebbero fare un enorme, e certo anche doloroso, sforzo di buona fede.
E’ la mancanza di questa, l’ostacolo insomontabile per qualsiasi embrione di pace.
X Giovanni Giani
Se l’Italia venisse occupata da stranieri, che decidono di “confinare” gl’Italiani in uno spazio grande come la Basilicata…
Ma santo cielo, Giova’, quale Hitler?
Ma come si fa a non vedere che il paragone non regge per le evidenti differenze, fosse anche in semplici termini di potenza, tra la Germania di Hitler e gli sfigatissimi Territori?
Ma che proiezione è mai questa?
Qua si pretende che una società misera e oppressa voti come voterebbe una società borghese e benestante. Ma ci rendiamo conto che i bisogni sono un po’ diversi?
Qui non è questione di giocare ai “buoni” o ai “cattivi”. Qui si pretende che la gente si lasci opprimere, per 60 anni, col sorriso sulle labbra e copiando i bisogni del suo oppressore pur con la certezza di non poterci accedere.
Qui si parla di palestinesi che “non hanno come priorità il mandare i figli tranquillamente a scuola” quando sono anni che la Cooperazione Internazionale non riesce a mandare uno straccio di insegnante, nei Territori, ché i colleghi spagnoli destinati a Gaza non riescono manco a entrarci, e quella che era a Nablus ha fatto due giorni di lezione in un anno, con il gruppo che le si riduceva perché gli studenti, semplicemente, morivano.
Ma come si fa a ragionare in termini così astratti?
Di cosa hai paura?
Del fatto che i palestinesi possano essere “razzisti”?
Che buttino Israele a mare con tutte le sue testate nucleari?
Ma dai.
mi sono iscritta ad Apriti_Sesamo, grazie Lia.
Rispondo all’ultima parte del tuo commento, Giovanni: presa dal discorso me l’ero scordata.
“Non ci sono piu’ buoni o cattivi,c’e’ nuovamente il maccanismo infernale del nazionalismo e del razzismo che macina tutti senza distinzione.
A noi capire chi come e perche’ lo abbia rimesso in moto e come contrastarlo prima che ci stritoli tutti e in questo compito vi e’ anche la necessita’ di comprendere dove finisca quello che facciamo/diciamo/scriviamo – spesso anche al di la delle nostre intenzioni.”
Appunto.
Uno dei risultati del vuoto di informazione che c’è sui palestinesi, costantemente rappresentati da ciò che ne dicono gli israeliani, è il razzismo che inevitabilmente deriva dal non capire i motivi delle loro azioni.
Cercare di spiegarli, questi motivi, non vuol dire alimentare il razzismo contro l’altra parte in causa, ma disinnescare quello contro di loro.
E’ possibile avere il link dell’intervista a Pipes?
Nei suoi articoli ho mai trovati simili paragoni, mi sembra strano.
LucaP: è una sua teoria non di oggi, ribadita in diversi articoli. Se cerchi nel suo sito Allende o Pothole theory troverai tutti i riferimenti.
A quanto ho capito ora come ora è una posizione minoritaria nella stessa amministrazione Bush.
Già , in questo articolo nel marzo ’05 è presente il paragone.
http://it.danielpipes.org/article/2484
Saluti