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(La divertentissima vignetta che illustra questo post pubblicizza gli Aerei Caproni, usati da Mussolini per le sue missioni di pace all’estero)

I commenti e le email a cui una meno risponde, spesso, sono quelli a cui vorrebbe dedicare più tempo.
Te li metti da parte pensando alle mille cose che vorresti dire e poi perdi l’attimo, arrivano altre email e altri commenti e, soprattutto, tutte le tue energie scribacchine le hai già investite nel tuo post e devi fare altro. La spesa. Lavorare. Vedere un’amica.
Comunicare via internet è difficilissimo. Si fa molto prima a scrivere dei post.

Io volevo rispondere a questo commento di Dado, per esempio, ma mica te la cavi in due righe:

Io da molto tempo mi chiedo e quindi ti chiedo, se avrai la gentilezza di rispondermi, come sia successo che persone assolutamente laiche e di sinistra magari anche “femministe” che mai e poi mai si farebbero imporre alcunchè dalla chiesa, dai preti e dalla visione maschilista siano tanto rispettosi di una religione così intregralista, assolutista e antimoderna dove lo spazio per i pensieri del singolo sono modesti e le donne sono tenute in scarsa considerazione.”

Allora.
Come è successo.
Uh.

Per quanto mi riguarda, credo che la causa scatenante stia nel fatto che sono cresciuta all’estero, e girando tra un paese e l’altro.
Fa presto adesso il buon Luca Sofri a darmi della “razzista involontaria” per un mio approccio alle cose che credo lui definisca relativismo culturale. Io so solo che se non lo avessi imparato molto presto, che “ciascuno porta con sé un particolare software mentale che deriva dal modo in cui è cresciuto, e che coloro che sono cresciuti in altre condizioni hanno, per le stesse ottime ragioni, un diverso software mentale“, avrei preso tante di quelle pedate che a quest’ora non starei qui a raccontarla.
E mica nel mondo arabo: dall’Inghilterra al Canadà, passando per la Spagna e Malta e la Svizzera e non so cos’altro, le pedate sarebbero state assolutamente unanimi. Forse gli unici a non darmene sarebbero stati proprio gli arabi, pensa te. Perché sono una donna, sì. A volte una è assai contenta di avere un maschilista come interlocutore.
Sta di fatto che passare il tempo a scambiarsi pedate mi sembra un modo sciocco di investire energie che possono essere dedicate a scopi più fruttuosi: per crescere, ad esempio.

Ho fatto fatica, e continuo a farne, a rendere in parole il fastidio profondo, viscerale, che questa storia delle vignette mi ha suscitato fin dal primo istante.
Lasciamo perdere per un attimo i vari Calderoli che hanno attinto a piene mani da questa vicenda.
La cosa veramente interessante, secondo me, è quella che io considero l’imponente calate di braghe culturale della sinistra che si è consumata in questi giorni, coronata, nei casi più estremi, da un “aveva ragione la Fallaci” che mi pare un’avvilente ma realistica autocertificazione della posizione di smarrita retroguardia che la parte politica europea in cui io mi dovrei identificare assume quando è chiamata a fare i conti con battaglie diverse da quelle già vinte, come ho detto in altri post, 20, 30 e 40 anni fa.

E’ certo: non si può leggere un blog senza vedere citato l’Illuminismo, ultimamente. Però, come dire: io non ricordo che la funzione dell’Uzbek di Montesquieu o del Gazel di Cadalso fosse quella del bersaglio di illuministici lazzi o dell’impersonificazione di un oscurantismo da cui rifuggire. Mi pare che la loro utilità, per entrambi gli autori, stesse nel loro essere portatori di un punto di vista esterno sulle nostre cose. Punto di vista che, proprio perché esterno, si prestava più di quello interno a mettere in luce contraddizioni, ambiguità, limiti e virtù della società oggetto della loro osservazione, prima che di altre.

Io, è evidente, non sono Cadalso e, anzi, mi guardo bene pure dal definirmi illuminista (movimento la cui letteratura è perlopiù pallosissima, oltretutto) e comunque non scrivo nulla di più o di migliore di Haramlik.
Però usare il punto di vista dell’altro per mettere in gioco le nostre certezze è, scusate, un’ottima idea. Illuminista. Utile.
Soprattutto, è quella che interessa a me.
E il mondo islamico si presta stupendamente ad essere osservato allo scopo di scoprire le nostre contraddizioni, perché è diverso senza essere estraneo.
Del resto, è un mondo che ci chiama spesso a questo gioco. Mica gli sono ignote, le nostre contraddizioni. Solo che noi rispondiamo scappando, starnazzando, sparando.
Eppure, almeno tra di noi, potremmo pure applicarci, ogni tanto.
Stare a sentire.
Rispondere.

L’alternativa qual è?
Passare la vita a ripeterci come un mantra le parole d’ordine della gioventù mentre, intorno, il mondo cambia, il pianeta è diverso e quelle parole si fanno sempre più logore, vuote, inadeguate a descrivere la realtà?
Credere di avere raggiunto il limite delle verità possibili e sparare a vista su chi te le discute?
Mi pare la più conservatrice delle posizioni, francamente.
Non c’è da stupirsi se poi ci si ritrova a rimorchio di Pipes, della Fallaci e di Calderoli.

Io non sono musulmana; credo di essere occidentalmente atea e, tuttavia, frequentare un po’ di Islam mi ha fatto capire sulla religione più di quanto non avessi capito in otto anni di scuola a Santa Dorotea.
Sono individualista fino alla ferocia, eppure mi sono scoperta nostalgica di una vita non vissuta, di fronte al tessuto sociale che l’Islam sa produrre.
Non esiste uomo che mi abbia impedito di fare ciò che volevo, in tutta la mia vita, ma so per esperienza che poche donne come le arabe sanno farti sorgere dei dubbi su ciò che veramente vuoi, se ti prendi la briga di starle a sentire.
Mi considero, da sempre, una cittadina abbastanza informata: ho dovuto mettere piede in Medio Oriente per capire quanto fossi spaventosamente ignorante e, soprattutto, quanto questa ignoranza fosse prodotta, perseguita da chi, nel mio mondo, aveva il compito di informarmi.

Questo non vuol dire che io abbia abbracciato il punto di vista dell’altro.
Vuol dire che ho capito che il mio si poteva arricchire. Che i miei pensieri potevano ancora essere nutriti, non erano sazi. C’è spazio.

Soprattutto, abbiate pazienza, noi egocentriche preferiamo concentrarci sui nostri problemi, piuttosto che sui difetti dell’altro. In questo, io sono la quintessenza dell’occidentalità.
Non so voi.

E di problemi (cito a caso: la nostra questione femminile, le libertà individuali, la libertà di stampa, la questione etica in tempo di tortura e guerra, lo sfacelo ambientale, uno straccio di progetto di futuro e continuate voi, ché sennò non finisco più) ne abbiamo un mucchio.
Che senso ha riciclare in altre parti del mondo gli stessi stra-triti strumenti che, da noi, non sono più in grado di dare risposte?

Libertà di satira?
Diritto ad andare in minigonna?
Emancipazione dai dogmi religiosi?
Rifiuto della violenza e del fanatismo?
Tutto giusto, per carità!
Giustissimo!

Ma ora che anch’io ho pagato la mia tassa ai Guardiani della Semplificazione, posso dire una cosa?
La dico: “Che palle!!!”
Avevo 14 anni quando ho cominciato a parlarne.
Ne ho 44.
Sono passati trent’anni.
Possiamo andare oltre, una buona volta?
Ci dispiacerebbe ampliare il campo dei nostri discorsi, delle nostre visioni del mondo?
Ci dispiacerebbe, soprattutto, prendere atto del fatto che è il campo dei nostri problemi, ad essersi ampliato, e che quindi i discorsi non possono continuare ad essere sempre quelli?

Ma dico io: bisogna prendervi a martellate sulla zucca, amici-compagni-e-compatrioti, per farvi capire che “in realtà non è che chi sta cercando di buttare lo sguardo un po’ più in là non sappia o non voglia prendere per i fondelli i fondamentalisti islamici. E’ che vedendo quanto si ignora della natura complessiva dei nostri rapporti col mondo e di quanto l’atteggiamento nostro verso l’esterno sia tutt’altro che neutro od equilibrato, invece che alla satira decide di dare la priorità a questo“?
E siete gnucchi, cavoli!

Cosa è successo, signori?
Quello che io ho visto, abbiate pazienza, è una parte del mondo che teorizza e spiega la sua irrefrenabile e sorprendente urgenza di precipitarsi a disegnare Maometto ricorrendo all’armamentario di un movimento culturale e filosofico che risale a tre secoli fa, riciclato e stiracchiato allo scopo di spiegare ad altri che loro sono arretrati.

Tutti illuministi, tutti piombati nel 2000 direttamente dal ‘700.
La sinistra europea che, per dialogare col resto del mondo, mostra la propria modernità rispolverando i precetti del dispotismo illuminato.
Certo che ne abbiamo fatta, di strada.

Questa alzata di scudi, ne sono certa, non è da figli di Voltaire.
E’ da figli della Valtur, più che altro.
E’ il prodotto diretto della pretesa di andare ovunque, parlare con chiunque, credere di conoscere tutto senza mai spostarsi dal proprio villaggio, sempre uguale, da Agadir a Ko Samui. Con gli stessi abiti. Con lo stesso cibo. Mantenendo intatte le stesse certezze.
Ma vi pare che funzioni?

Oddio, dipende: se ciò che si persegue è imporsi sul mondo, funziona.
Caspita, se funziona. Certo: si incappa in qualche resistenza, qua e là, ma nulla che una buona atomica sganciata al momento giusto non possa risolvere.
Ma se, puta caso, l’intento fosse quello di perseguire la convivenza, comunicare, evolversi e costruire qualcosa di decente per chi verrà, forse c’è da rivedere qualcosa.
E il compito della sinistra mi pareva fosse questo, francamente. Non certo correre a dare ragione alla Fallaci con cinque anni di ritardo salvo poi chiedersi come mai la sinistra è in crisi.

Frasi talmente logore da non avere più senso.
Prendi questa: “Siamo figli dei Lumi”. E’ stata detta troppo, mi pare. Se provassimo, chessò, con “siamo figli delle lampadine”, forse torneremmo a chiederci cosa stiamo dicendo. Che i lumi, e le lampadine, servono a fare luce, per esempio.
Che non possiamo più accettare l’informazione ignorante, approssimativa, superficiale o direttamente embedded che ci viene data, per costruirci la nostra immagine del mondo con cui ci si chiede di scontrarci.
Qui ci sono persone che trovano molto più tollerabile essere informate malissimo in patria che ammettere che cento scalmanati sfascino degli uffici a 3000 km da qui.
Si accetta che non ci informino. Lo si giustifica.

La Stampa scrive che “Non uno delle migliaia di manifestanti che due giorni fa hanno assalito le ambasciate di Danimarca e Norvegia a Damasco e che ieri hanno incendiato quelle di Beirut o sono scesi in piazza al Cairo e a Nablus, non uno solo di loro aveva visto in realtà le vignette pubblicate dal quotidiano danese.
A me è bastato un colpo di telefono per sapere che le vignette erano state pubblicate da mo’.

Ci si arrovella sulle vignette extra quando nessuno meglio di un giornale avrebbe gli strumenti per vedere, volendo, che le vignette pubblicate fin dal primo momento erano quelle autentiche (via Dacia).
Ma non ce li hanno, i corrispondenti, dico io?
Gli servirà mica il numero di telefono della mia collega? No, chiedo.

Quale intelligenza c’è dietro una stampa che si straccia le vesti perché il proprietario di France Soir (quello che ha licenziato il direttore) è un franco-egiziano e non si accorge che si chiama Raymond, che quindi è cristiano e che questo implica una lettura del suo intervento un po’ più complessa di quanto non sia stato riportato?
No. Forattini in TV dice che è musulmano e nessuno lo smentisce. Amen.
Quale voglia di capire e far capire hanno i giornalisti che si precipiteranno a leggere il saggio di Daniela Santanchè sull’Islam (!!!) e non ci raccontano cosa dice il Palestine Chronicle e qual è invece il punto di vista in Egitto?
Ma quale libertà di stampa, quali Lumi, quale spirito critico, quale eredità culturale?
Bah.

Il risultato è che la nostra acrobatica sinistra si fa portavoce di quel bizzarro miracolo culturale che è l’Illuminismo Acritico.
Dice: “Ma pensa a criticare la destra!”
Dico: “No. Io pratico l’osservazione delle pulci in casa mia, non si è ancora capito?”

Che poi non è neanche una novità, vorrei ricordare.
L’Illuminismo Acritico, dico.
Non a caso, dal ‘700 a oggi sono passati tre secoli.
Sono successe delle cose, in questi tre secoli.
Mentre i figli di Voltaire dormivano, suppongo.

E’ successo, per esempio, che nel foglietto illustrativo dell’Illuminismo è stato aggiunto che il prodotto non va assunto senza leggere attentamente le istruzioni.
Perché, mi domando, non ci si rizzano le antenne del sentire democratico, di fronte a questo ragionare puramente astratto sulla questione? Non ci viene il dubbio che possiamo stare mettendo in pratica “il gioco della mente con se stessa, che si verifica quando la mente è tagliata fuori dalla realtà e “sente” solo se stessa. I risultati di questo gioco sono “verità” obbligatorie perché si suppone che la mente di un uomo non differisca da quella di un altro“?
La frase è di Hannah Arendt, non mia. La imparano gli studenti al liceo, non ci vuole una scienza.
Che la Dea Ragione possa essere “intesa alla stregua di un segugio che va in cerca di residui di diversità per stanarli e che, nel ‘900, si incarna nella follia nazista che annienta gli ebrei” non lo abbiamo mai sentito dire? Non c’è un istinto che ce lo suggerisca?

Io non faccio la filosofa: mi limito al massimo a insegnare la letteratura di un paese europeo che non potrei definire “figlio dell’Illuminismo” conservando la faccia seria.
Però, porca miseria, a me pare che questo discorso sia già stato fatto: “”Non abbiamo il minimo dubbio […] che la libertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico”. Ma esso è intrinsecamente unito a una forte e reale tendenza al regresso e alla distruzione della libertà stessa. Il progresso come tale non è garanzia di libertà; la mancanza di una adeguata critica all’Illuminismo e al progresso presi insieme, porta inesorabilmente ad un’accettazione passiva del “dispotismo”. Porta le “masse tecnicamente educate” alla “paranoia “popolare”

Lo so e lo sento, perché sono cresciuta quando, per esempio, la lezione delle persecuzioni razziali e dell’Olocausto andava imparata perché era l’umanità intera a dovere imparare a riconoscerne l’odore, pure da lontano.
Sono di quelle a cui è stato insegnato che queste cose non dovevano succedere mai più a nessuno. Non sono di quelle che hanno capito solo che è sufficiente che non accadano più agli ebrei.

Ed io lo vedo, il razzismo delle vignette.
Li annuso, i limiti dell’interpretazione della realtà in base a principi astratti.
Lo sento a pelle, che sentirci superiori ad altri ci serve a puntellare un’identità cigolante che non abbiamo la forza di tornare a discutere.
Mi sento a disagio nel fare mia la battaglia per tornare a pubblicare vignette equivalenti a quella qui sopra.
Come è possibile che io ed altri, con cui pure condividiamo tante cose, abbiamo sensibilità così profondamente diverse su questo punto?
Io non me lo spiego, davvero.

Però sono un tipo pratico.
Tra una cosa che funziona e una che non funziona, sceglierò sempre la prima, finché campo.

E visto che, a quanto pare, questa storia della libertà di satira ha convinto la sinistra che il nostro futuro è strettamente legato al linguaggio che sceglieremo di usare, io non ho dubbi e, anche se ne avessi avuti, i fatti di questi giorni me li hanno tolti: sto con chi dice che “the future of the earth depends on cross-cultural communication” e non mi riconosco nella parte di sinistra che, dallo specchio, vuole solo sentirsi dire che, sì, continua ad essere la più bella del reame.