(Puzzle di post mollati a metà o non pubblicati.
Ne deduco che, per la prima volta nella mia vita, sto da sei mesi dello stesso, identico umore.
Non so mica come farò.)
– Sto che in linea di massima non penso e mi proteggo così.
Perché la mancanza che sento non è ideologica, razionale, pensata. E’ fisica. Ferisce molto di più di quanto temessi. Quindi in genere non penso.
Stasera sì.
– Guardo le foto, l’università, la studentessa che mi regalò il papiro che ho qui sullo scaffale, con la dedica: “A Professoressa mia.”
Tutta quella luce che inonda le foto.
– L’euro in discesa e io che, tutti i mesi, ne spendevo esattamente 100 in più di quanti me ne entrassero.
Sembravano tantissimi, visti da lì.
E, un mese dopo l’altro, ero arrivata al fondo di ogni mia possibilità di fido in banca: mi rimaneva un altro mese. Uno. Poi, finito.
E non avevo la più pallida idea di cosa fare.
Chiudevo gli occhi, calavo la testa sotto l’acqua, in piscina, e mi veniva da ridere e poi pensavo all’aspide.
Pensavo che tutto era perduto ma la scenografia era perfetta e pensavo che ero stata brava: il lastrico in cui mi trovavo era tra i migliori che avessi mai visto.
– Il fratello internettiano (sì, tu) che mi fa piovere in testa una traduzione con cui ci campo tre mesi, in Egitto.
Il collega che mi passa pure lui un lavoro e per tutta la vita mi chiederò se era vero che gli servisse, ché secondo me se lo inventò perché, forse, un po’ si vedeva che ero preoccupata.
Oppure no, chi lo sa.
Non lo saprò mai, tanto.
Ma lo ero, poi, preoccupata?
Ero al di là, credo.
– L’aspetto spiacevole della cosa era fare, con inedita e assoluta crudezza, i conti con i miei limiti. No, altri mestieri non avrei saputo farli: so solo insegnare. No, nemmeno l’avventuriera avrei saputo fare (“Ma trovati un fidanzato danaroso e amen!!”): mi fu chiaro nelle settimane in cui tra me e il webmaster era tutto finito e mi sbucò un corteggiatore con passaporto diplomatico che mi portò al Carrefour, tempio dello shopping occidentale al Cairo e mi disse: “Bello, vero? Dai, prendi ciò che vuoi, posso farti un regalo?”
Un po’ seccata, mi feci regalare la sabbia per il gatto di Julia.
E mi fu chiaro, mentre impugnavo il mio sacchetto di sabbia per gatti, che come avventuriera sarei stata ancora più improbabile che come insegnante madrelingua di una lingua non mia.
Infinitamente più improbabile.
Non ho senso pratico e, a 40 anni, era un po’ tardino per farmelo venire.
– Seduto sull’unica nuvola di tutto il cielo del Cairo, il mio angelo custode doveva avere le mani tra i capelli, nel vedermi filosofeggiare su scenografie, aspidi e mancanze di senso pratico tra le bolle della jacuzzi della palestra.
Ha calato una manona dalla nuvola, mi ha preso per le orecchie e mi ha rispedito a Milano.
E non sono più sul lastrico.
Strano.
Ma non cambia poi molto, non è una cosa che si percepisca come presente.
– Mi si stringe il cuore per le cose più assurde: “Da quanto tempo non vedo uno scarrafone, da quanto tempo non mi morde una pulce, da quanto tempo non mi siedo su un tappeto vero, non entro a sedermi in una moschea all’ombra, non rido per strada, non mi sento a casa, da quanto tempo non controllo la data di scadenza della pasta…”
I pomodori lavati senza spugnetta e senza sapone, ché qui non serve.
Li sciacquo in mezzo secondo e mi si stringe il cuore.
Questa verdura gigante che c’è qua: melanzane come palloni da calcio, peperoni enormi, tutto grandissimo, tutto lucido, tutto che non puoi vivere senza eppure fino a poco tempo fa ci vivevi, senza, e ci vivevi egregiamente.
E ti compri lo straccio griffato Vileda e fai tutto in automatico e non senti niente, proprio niente.
Niente, sento.
Là non mi succedeva mai, di non sentire niente.
– Tutto lucido, niente polvere.
L’ultima polvere cairota che mi è rimasta è sotto i tasti del mio computer che, infatti, non funzionano quasi più.
Il resto, devo averlo lavato tutto.
– Mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiata che mi spavento. In cinquantaquattro giorni.
Però non sto male.
In qualche modo, sto persino bene.
E’ una leggera anestesia.
– Se avesse un nome, quello che mi manca, sarebbe meglio.
Una non può struggersi perché non incappa mai in una pulce. Non è plausibile.
Perché non ci sono le donnole, non scoppiano le lampadine, non ti incazzi con nessuno e nulla ti commuove.
Perché mancano la luce, la polvere e quella sensazione di sentirtela dentro, la città, e mi manca tanto che, anche se ci tornassi, quello che ormai ho perso è talmente enorme che non posso immaginare di potermelo mai più riprendere, nemmeno se ci ritornassi mille volte.
(Il mio nuovo lavoro)
Così, tanto per chiarire di cosa parlo: io ho studenti che, se gli chiedi dov’è l’Ecuador, ti rispondono: “In Spagna?”
Parlo di gente di 16, 17 anni.
Poi, per carità, sono ignorantissimi su tante cose. Ma la geografia, ecco, mi colpisce.
Gli potrei raccontare qualsiasi balla, mi crederebbero.
Che le Ande, chessò, attraversano la Spagna interrotte solo dall’Ecuador che però è un’arcipelago la cui isola più grande si chiama Buenos Aires e ed è francofona.
Prenderebbero appunti e poi me lo ripeterebbero.
Senza fare una piega.
E’ una tentazione che ho spesso.
Poi, massì, hanno anche i loro strumenti: Peppe, quando gli ho chiesto: “Dimmi: dove si parla il basco?” mi ha risposto sicuro: “Nell’Atletico di Bilbao.”
E, guarda, è stato il migliore.
Non me la sono sentita di farmi indicare la zona sulla cartina perché non volevo rovinare il momento.
La collega di geografia cerca di ricostruire il crimine: “Sì, Berlinguer ci diede una bella spallata, ma la geografia ha cominiciato a sparire già da metà degli anni ’80. Poi il ’92 è stato mortale. No, non la fanno alle medie. Cioè, è affidata al buon cuore della docente di lettere, ma in genere loro sono di italiano e storia e la geografia se la scordano, o non hanno tempo. Ecuador?? Ma quelli non sanno nemmeno dove sta il Veneto!”
– Mi rendo conto che non sarebbe il caso ma, di fatto, la mia vita si è fermata da quando sono tornata in Italia. E sono entrata in questa grande parentesi in cui me ne sto seduta ad aspettare che passino tre anni. In questa casetta minuscola ed estranea che mi fa da cella, tra spizzichi di attività che cerco disperatamente di farmi piacere per ingannare il tempo o, meglio, per ammazzarlo, ché è come il tempo di un carcerato. Tempo buttato.
(Amarcord: dal Cairo)
– Quando mi sono comprata la libertà (quando ho mollato città, casa e lavoro, dico, e me ne sono venuta in Egitto) uno dei nodi che ho reciso è stato quello linguistico.
Mi riferisco in concreto a certe roboanti fritture d’aria che, in Italia, sono strettamente legate ai discorsi di lavoro e che servono, credo, a promettere/intortare e a volte addirittura minacciare l’interlocutore e non ho mai capito perché.
Per meglio dire: non ho mai capito nemmeno cosa mi stessero dicendo, i pizzicagnoli d’aria. In genere ascoltavo, rimanevo interdetta e poi ci pensavo e ripensavo fino a quando non riuscivo a tradurmelo, il discorso in questione: “Ah, ok, mi ha detto che mi assume solo se gli promuovo tutti.” Oppure: “Ah, ho capito, mi pagherà pochissimo.” O, addirittura: “Ma vorrà mica scopare?”
Alcuni discorsi, poi, non li ho semplicemente mai capiti, ed è che nella vita una non può sapere fare tutto. Io, per esempio, sono assolutamente inadatta ai rapporti di corridoio, alle cose poco chiare e alle parole che vogliono dire una cosa e ne dicono un’altra.
Mi vengono le bolle, mi sento soffocare e mi assale un formicolio alle ginocchia che vuole dire una cosa sola: “Scappa!”
Sto male, proprio.
Una dirigente del Provveditorato di Milano mi disse, tempo fa: “Voi prof siete tutti dei bambini, questo è il punto!”
Credo sia vero: il fatto di avere a che fare per lo più con ragazzi protegge molto dalle fangosità della vita e ti permette di conservare una sorta di goffo candore che è sicuramente poco pratico ed economicamente disastroso ma che, personalmente, ormai difendo e rivendico, come difendo e rivendico il fatto di avere due piedi e un naso.
Se una si compra la libertà, ciò che fondamentalmente sta comprando è il lusso di essere ciò che è senza troppe rotture di balle.
E guardami qua.
Non va.
Mi guardo e non vedo niente.

Lia, se può consolarti (ulteriore fratellanza mediorientale), mi trovo anch’io nella tua stessa situazione. Di lastrico, intendo, ché tra pochi mesi, quando dovrei tornare (per una tesi da discutere), forse non avrò nemmeno i soldi per i biglietti (io non sono solo, ormai, si sa).
Ma più che consolare te, forse leggerti consola più me, in quanto la tua storia mi conferma che c’è sempre un modo di uscirne. Ognuno ha i suoi angeli custodi che, vedo, si assomigliano: anche a me, vista la situazione, mi chiamano per lezioni private che non sono sicuro quanto siano realemente necessarie, ma va bene così.
Persone di nome Mohammad fanno carte false per farmi ottenere un permesso di soggiorno che nessuno mi vuole più confermare (sono anche clandestino, da tre mesi). Musulmani credenti che mi aiutano perché mi stimano e mi vogliono bene, gente che non guarda se sono occidentale, cristiano, e nemmeno mi chiede cosa ne penso di quelle vignette idiote. Gente che mi aiuta, e basta, perché mi vuole aiutare. Lo, l’hai conosciuta anche tu, gente così, in Egitto. E come potremmo parlarne male? E per parlarne male, lo sai, intendo parlarne con superficialità , generalizzando come saprebbe fare il primo leghista d’accatto per strada.
Da persone che ci sono state, in questi posti, è lecito aspettarsi qualcosa di più, e quando lo fai diventi quello che “difende i terroristi e i fanatici”. Che tristezza.
Passando al mio lastrico, spero si risolva presto, anzi ne sono sicuro. Spero però non a Milano, già dato, grazie! ;)
Lo sai che con un programmino ho ritrovato tutti gli archivi di clarence?
E lo sai che a leggerci lì sopra mi paiono passati 150 anni?
Insomma sto cercando di dirti: lo sai che sono serviti questi anni e servirà anche questa parentesi triennale?
Perchè tutto serve anche le pause.
Già il solo fatto di avere in mente un luogo in cui poter “andare” ti dovrebbe fare felice.
Prima erano le persone ed ora sono i luoghi e penso che l’ampiezza dell’obiettivo debba contenere molto più di una semplice e misera persona, no?
Insomma che discorso del cavolo sto facendo…
E’ un tentativo per dirti che tre anni passano in fretta e poi farai della tua vita ciò che hai sempre voluto dacchè ti conosco.
(ehm….)
:)
Non ti ho mai sentita vicina come in questo momento, invece. Non ti ho mai sentita così presente. E mi hai fatto piangere, anzi, sto piangendo. Dritta al cuore, come al solito.
Vedi non sono cose inconcluse, ciascuna di loro è un piccolo grande post, con un inizio. Ed un altro inizio. La cosa bella di quello che scrivi è che inizia sempre, e che chi ti legge spera che non finisca mai.
Dovresti dare una possibilità a quelle pareti che ti sembrano troppo strette, a quel sole che ti sembra troppo grigio, a quella verdura troppo lucida e grossa e ai quei polli troppo grassi.
Perché, vedi, in qualche strana maniera quella città , che non è la tua e che non senti come tua, sta chiedendoti una possibilità : si è messa il suo vestito migliore ed accende e spege i lampioni sotto le ciglia finte dello smog.
Lo so, è vero, sembra una troia di periferia, di quelle un po’ spelacchiate e sdentate. Lo so, sembra così chiassosa e volgare, e manca della spontaneita alla quale ti sei assuefatta respirando l’aria mista a sabbia fine e frastuono dell’Africa meno disperata.
Ma da noi, anche i bambini hanno perso l’innocenza, in un punto imprecisato tra il telefonino e la playstation: figurati se la puttana sulla quale ci adagiamo, sulla quale camminiamo ogni giorno, potrebbe conservarne un poca.
Ma ce la sta mettendo tutta e tu, cazzo, una possibilità gliela devi dare.
Vedi, te la dico con Proust, il vero viaggio dello scoprire non consiste nel vedere paesaggi nuovi, ma nell’avere nuovi occhi.
Basta aprirli, respirare profondamente, e provare a sentire il suono delle cose che ti passano accanto, prendere la baccheta, e finalmente, dirigere l’orchestra… senza fartele suonare.
Un abbraccio immenso come il deserto, Dacia
senti, ti dico una cosa cretina. Ma hai pensato di scrivere un libro?
E’ una delle piu’ antiche cure per la malinconia.
Raccogliere il materiale del blog e stamparlo e’ tutt’altra cosa. Avresti bisogno di un press agent, uno che ti da’ un’anticipo a fondo perduto e a tempo indeterminato. Esistono.
Qundo avrai voglia potresti dirmi di quello che mentre ti faceva proposte di lavoro hai avuto il lampo di dubbio che ci volesse provare?
Ciao.
Belli, questi appunti.
Tra l’altro, il nr.999. Il prossimo brindiamo :)
Uff Lia, Dacia, avete proprio deciso di farmi piangere??
Dacia ha ragione Lia. Sai che questa città non sarà mai come il Cairo ma a questo punto prendi quello che puoi, fai ciò che è buono per te e sopratutto non fare mai paragoni tra presente, passato e futuro: giuro che servono solo a farti assaporare di meno le cose e a generare frustrazione. Sono un’esperta con anni di esperienza sul campo io.
Ed è vero che non ritroverai quello che avevi al Cairo per il semplice fatto che la stessa città e lo stesso posto e le stesse persone non possono riprodurre lo stesso momento della vita in cui ti trovavi.
Quando ci tornerai sarà diverso Lia, ma sarebbe diverso anche se ci fossi rimasta.
Il Cairo è anche e soprattutto un luogo dell’anima per te, ma non è una bolla spazio temporale dove ti sentirai sempre allo stesso modo. Un posto simile non esiste, a meno di non mettere in atto una grossa, enorme finzione.
E tu di tante persone che conosco, anche solo virtualmente, proprio non sai fingere.
Un bacione
Pedrita
E con questo post anche a me è piombata addosso una nostalgia forte, cara Lia. Solo ora, andando a ritroso, scopro che questo blog esiste da così tanto tempo. Io ho iniziato a leggerti nell’estate del 2004, mi incantava questo matrimonio fra la tua scrittura così bella e occidentale, con la luce e il calore umano mediorientale.
Ora permettimi di ripubblicare qui un tuo post di quell’estate che ho appena citato, e permettimi anche di lasciare qui non una parola di consolazione o di solidarietà , ma una certezza: dopo un passaggio duro come quello che stai vivendo non potrà che arrivarti un premio più grande di tutto il “benessere” (reale, ovviamente, non materiale) che hai abbandonato per necessità da qualche tempo. Fiducia, ti ritornerà tutto, chissà dove, chissà come. Un abbraccio, e rileggi qui sorridendo, cara amica.
1 Giugno, 2004 19:21
L’elettricista scalzo
Sto contemplando un elettricista strepitoso che, a sua volta, mi sta montando il benedetto ventilatore in camera.
E un po’ più giovane e maestoso di quello della foto ma comunque gli somiglia molto.
E’ di quelli che, semplificando, una chiama “Brother”, eliminando il “Muslim” per fare prima: zucchetto ovvero “taqiyya” bianca in testa, barbona bianca fino al petto e oltre, aria che ti intimidisce un po’ e tendenza a non incrociare lo sguardo con me femminuccia.
Poi gli è passata, la tendenza: mi sono talmente incaponita nel timore che il ventilatore mi cascasse in testa, se non lo fissava bene, che deve aver pensato che ero oca al di là di qualsiasi tentazione disonesta e che, quindi, tanto valeva guardarmi e mettersi pure a ridere, ché: “La, bung la!!”, ovvero: “Le assicuro, signora, che il ventilatore non le finirà in testa mentre dorme. Mi creda.”
Si è tolto le scarpe prima di entrare, come fanno tutti, e si è inginocchiato per aprire lo scatolone con la dimestichezza di chi si inginocchia molte volte al giorno e, dallo stile, per un attimo ho avuto il dubbio che intendesse pregare.
No, invece. Voleva solo aprire lo scatolone, giustamente.
A me sembra una cosa molto bella e civile, questa di non passeggiare con le scarpe in casa: vederlo trafficare con prese e interruttori protetto dai soli calzini bianchi, tuttavia, mi ha causato un’inquietudine che ho dovuto soffocare cambiando stanza. L’alternativa era porgergli le scarpe, e ci avrei messo un mese a spiegargli il perchè.
Ok: l’elettricista è sopravvissuto e se ne è anche andato. Questi “brother” hanno un sacco di virtù, tra cui una certa tendenza ad essere onesti con i prezzi. Una volta, un taxista brother mi ha addirittura dato il resto senza che io glielo chiedessi. Ancora un po’ e gli svengo davanti per la meraviglia e lo sconcerto. Una cosa pazzesca. Mi è successo solo quella volta, infatti, ma, tra i taxisti, i brother sono rari.
Non so esprimere tutta la soddisfazione che provo nel contemplare il meraviglioso ventilatore salvavita sotto cui dormirò da adesso in poi.
Per festeggiare, mi sono sdraiata sul letto con la webcam in mano ed ho fotografato puntando in alto.
Poi sono tornata al computer per vedere se c’era davvero, l’oggetto meraviglioso, ché magari era un miraggio dovuto al caldo.
C’è. Mi viene voglia di baciarlo.
Quello che credi di aver perso è dentro di te: intoccabile, inviolabile, completamente tuo.
Non permette che qualcosa, qualunque cosa, ti nascona questa verità .
Quello che la tua esperienza egiziana ti ha insegnato è il vedere la semplicità delle cose nella loro più lieve essenza. E’ un contatto che nulla può scalfire, con la tua anima.
La vedi come nostalgia, come mancanza. Ma se guardi bene dentro te anche questi sentimenti sono un contatto con la bellezza delle cose che hai trovato e che conserverai sempre.
Io ho gli stessi sentimenti di nostalgia struggente nei confronti della Cina da quando sono tornata, pero’ con il tempo mi sono resa conto che, appunto, la Cina per me e’ un “luogo dell’anima” e quindi rappresenta un tipo di sensazione che non ha necessariamente bisogno di uno specifico luogo geografico per venire fuori. Credo che sia piu’ o meno simile la tua di situazione, cosi’ a occhio e croce…ma magari sbaglio :-)
Daria
Pur non essendo mai stata in Egitto, anch’io spesso mi guardo e non vedo niente e anch’io mi ritrovo ad ammazzare il tempo.Assurdo! Ma è così. Poche cose vivo intensamente, poche cose sento davvero che mi appartengono (ma queste poche cose sono VERE). In realtà mancano nella mia vita: 1) il rapporto con la “terra” 2)la condivisione di esperienze, lo scambio di idee, l’amore con un compagno.
Quando a mio nonno chiedono “Come stai?” lui risponde “Se deve andare peggio è meglio così”…. ;)
“Perché mancano la luce, la polvere e quella sensazione di sentirtela dentro, la città , e mi manca tanto che, anche se ci tornassi, quello che ormai ho perso è talmente enorme che non posso immaginare di potermelo mai più riprendere, nemmeno se ci ritornassi mille volte.”
Ecco. Penso che il punto sia questo. Anche a me capita di pensarlo. Perchè non è solo il luogo, è anche il tempo. Quel tempo.
Che non tornerà .
Come Venezia quando c’era Elena. Anche se tornassi a Venezia, anche se ritrovassi Elena.
Però ho anche scoperto che la vita a volte mi sorprende, e quando meno me l’aspetto trovo qualcosa che vale la pena aver sofferto.
Un abbraccio
PS. certo che una foto più piccola no, eh?
…e poi, ora che mi viene in mente, è proprio nell’ultimo post di melusina la frase che dice tutto, si trova in “appunti di viaggio” vai a cercarla Lia, e portati a casa quel vagone con quella scritta!
Bellissimo, Bellissimo, Bellissimo … un abbraccio forte, forte,FORTE!
Perche’ non ti fai trasferire a Torino ?
In caso di crisi di astinenza te ne vai al museo egizio ^_^
abbraccio.
per fortuna la serenità è in agguato.
Mi permetto di dirti una cosa. Spero di non essere troppo invadente, se mai scusami, è solo un modo in cui tento di dialogare con il tuo scritto.
La questione non è che l’egitto è lontana (o lontano?). à che partendo da lì hai l’impressione di non poter essere più quella che sei.
Ma è solo un’impressione. Che le cose non artificiali ci sono dappertutto, anche se ci si premura di nasconderle (persino in svissera).
à che in egitto era più facile vederle. Così era più facile per una parte di te risuonare con.
à il risuonare che ti manca. L’impressione che nulla risuoni e ti faccia sentire dentro qualcosa che ha una sua musica interna.
Ma forse non risuona anche perché hai paura che non risuoni.
Abbraccio di nuovo. :-)
lia è bellissima quando sorride
Ecco a voi l’ingrandimento fotografico richiesto.
By rotafixa.
Old, ho come l’impressione che “qualcuno” abbia tolto il link!
:))))))))))))))))
Certo Lia che appena uno si mette il cuore in pace e decide che, dai, anche Roma può andar bene, incappa in questo post e gli crolla il mondo addosso. Non conosco il Cairo, ma riconosco in quello che scrivi la mia nostalgia per la Siria. Non devo leggerti più, ne va del mio equilibrio psichico.
Ale
caspita… mi si risvegliano tante di quelle cose dentro…
è che quando uno ha la fortuna e insieme la bravura di trovare casa, non dovrebbe lasciarla. invece chissà perché ce ne andiamo. ce ne andiamo sempre per un motivo o un altro, per forza o per volontà . nomadi di piedi e di testa. fa male… in bocca al lupo.
noce
Cara Lia, se hai la forza di prenderne le distanze e quindi ti puoi concedere un po’ d’ironia, anche il nostro mondo mercantil/tristarello può strapparti una risata.
Se ti serve allo scopo, ecco una pagina del mio blog (cofesso che io a ridere non ci sono riuscita poi tanto) aug.
Gli arabi-mussulmani (considerati tutti terroristi dalla scuola della signora Fallaci & C) diventano un utile  e perciò rispettabile- oggetto di mercato?
Trascrivo alcuni passi di un articolo del Messaggero Veneto (Udine) dellÂ11 febbraio.
Made in Udine il jeans mussulmano
ÂVerranno lanciati sul mercato a partire da domani e sono stati disegnati e realizzati da una ditta di Udine i jeans voluti appositamente per il mercato mussulmano.
Il progetto è nato dalla ditta ÂAl Quds che malgrado il nome (in arabo è lÂappellativo della parte arabo-islamica di Gerusalemme, la Âcittà santaÂ) ha la sua sede legale e operativa a Udine .
Il pantalone ÂAl Quds si presenta dunque come il jeans per i mussulmani non solo per il nome che è stato scelto ovviamente in lingua araba, ma anche per tutta una serie di accorgimenti adottati nel corso della realizzazione. Prima di arrivare al disegno definitivo per questo jeans dedicato ai clienti del mondo arabo, è stato anche studiato a lungo lo stesso mondo mussulmano, per comprenderne eventuali necessità , avvalendosi persino della consulenza di rappresentanti di questo mondo.
Ed ecco dunque che il jeans per arabi avrà un taglio ampio (più comodo ad esempio per inginocchiarsi per la preghiera), no vita bassa, tasche ampie per contenere tutti gli oggetti che sono indossati durante la preghiera (orologi, braccialetti, occhiali etc.), impiego di filo verde per le cuciture (uno dei colori preferiti dal mondo arabo/mussulmano), nessun tessuto strappato o particolarmente consumato o stinto.
Prodotto materialmente in paesi di religione mussulmana (come ad esempio il Pakistan) comincerà la sua strada si proposta al pubblico nei centri commerciali XXÂ.
Seguono altre considerazioni, compreso il nome del centro commerciale che non ritengo opportuno trascrivere e la firma  . (fe.ba)
Mi hanno detto che lÂiniziativa è stata pubblicizzata anche al TG regionale: questo non lo so perché, in questÂera lego-berlusconiana straripante, alla TV guardo preferibilmente i gialli serali e mi tengo alla larga dalle trasmissioni in cui il Presidente del Consiglio e i suoi simili potrebbero apparirmi davanti in atteggiamento per me molesto.
Quindi mi fermo allÂarticolo.
Cominciamo da un clamoroso errore: si afferma che Al QudsÂin arabo è lÂappellativo della parte arabo-islamica di Gerusalemme, la Âcittà santaÂ.
Non è così: Gerusalemme è la traduzione dellÂantichissimo nome ebraico della città e Al Quds, la santa, è il suo nome arabo, che le appartiene da quando il califfo Omar la conquistò (nel 638) senza spargimento di sangue ma per mezzo di una trattativa con il patriarca Sofronio. In seguito a quella conquista gli Ebrei, cacciati dai Romani nel 135 e.v. (e minacciati di morte se fossero entrati in Gerusalemme) poterono rientrare in città .
Che poi la città vecchia, chiusa dalle splendide mura fatte costruire da Solimano il Magnifico nel XVI secolo, sia divisa in quartieri (quattro, lo dice la parola stessa!)  questa è altra questione.
Quanto alla descrizione che lega curiosamente moda e religione  lÂaffido a chi se ne intende. Per ciò che mi riguarda durante i miei soggiorni in Palestina e nel corso di altri viaggi in paesi arabi ho visto persone con la tunica, con abiti occidentali, con jeans normali e con jeans stretti lÂabbigliamento non era determinante nellÂidentificare la loro appartenenza religiosa (e perché doveva esserlo? E perché poi in paesi dove la multiculturalità è un dato di fatto ormai secolare che ancora le violenze di gruppi fanatici non hanno distrutto?) e non ho mai sentito parlare di esigenze jeansico-religiose.
Ci sono però due fatti che mi lasciano perplessa: uno è la delocalizzazione (problema non piccolo anche in relazione ai locali problemi occupazionali) ricoperta con pretesto religioso (ÂProdotto materialmente in paesi di religione mussulmana, come ad esempio il PakistanÂ) e lÂaltro, che pur trovo intrigante, riguarda forse più la Francia che lÂItalia, ma non è neppure estraneo alle nostre diffusamente precarie cognizioni in materia di pluralismo, multicultura, intercultura.
Mi sembra infatti che in Francia sia vietato nelle scuole e nei pubblici uffici ogni abbigliamento con significato religioso. La polemica è nata dal velo islamico ma, se non erro, le espressioni che la caratterizzano sono abbastanza generalizzanti e vanno oltre lÂoccasionale punto di partenza.
Come la mettiamo con i jeans da inginocchiamento? Ci sarà un rapporto ottimale larghezza del jeans-ginocchio che, pur facilitando la preghiera, non sia identificabile come improprio segno religioso? Chi andrà a manipolare le gambe dei credenti per verificare se si recano alla preghiera con un Âproibito- simbolo religioso alle ginocchia o con un Âlaico jeans a cuciture verdi?
Attenzione, tanto per cominciare, al mercato francese signori dei Âjeans mussulmani (ma forse la cosa non vi preoccupa dato che avete Âpersino la consulenza di rappresentanti del mondo mussulmano!!
io al cairo ci sono stata in tutto 14 giorni e mezzo. il mezzo era quando ci sono passata per andare da sharm ad alex(andria) e lì c’era il cambio dell’autobus. ed era la prima volta che la vedevo…ed ho un’immagine precisa in mente ormai da 5 anni, erano le 6 della mattina, c’era una leggera foschia dovuta a smog e caldo immagino e io ero nell’ autobus e dalle casse mi arrivava la voce di una preghiera e dal finestrino vedevo in lontananza le piramidi sbucare dalla nebbiolina…è stato mozzafiato. come quando ti capita di vedere un uomo o una donna o un bambino bellissimi. e rimani rapito..
Io lì non avevo ancora visto niente, e neanche dopo i 14 giorni al cairo e i totali 56 passati in egitto, io non ho visto niente….
eppure il vuoto che mi rimane dentro per non essere lì è enorme…e leggere post come questi mi scuote l’anima e anche se è doloroso, Lia, ti ringrazio sempre per condividere.
Sono felice di avere queste emozioni e anche questo vuoto. meglio così che non averlo mai toccato tutto questo. Nonostante la lontananza, è una delle cose più familiari della mia vita. E non mi passa.
Un abbraccio forte. Tieni duro, lo spirito di conservazione che abbiamo ti farà trovare la strada giusta, ne sono convinta.
sei sposata?
Io credo invece che “quella città ” i suoi vestiti migliori, li abbia ormai logorati, consumati, e sia giunta ad indossare stracci consunti, vecchi e sbiaditi che vuol far passare per i suoi vestiti migliori, convinta che nessuno se ne accorga.
Pretendendo che nessuno se ne accorga.
E forse un pò di ragione c’è in questa sua convinzione o pretesa.
Ti si avvicina, sfregando le mani, ti offre lei, o ti chiede lei, quelle che lei crede delle possibilità , dicendo ciò che in realtà non pensa.
Bella roba.
Io comunque, sarà che oggi non è giornata, non sono riuscita a leggere il tuo post.
Poche righe e quello stringimento di cuore è troppo forte per andare avanti.
Forse questa sera, e non da sola, ci riuscirò
Ciao Lia e che Dio benedica la tua Bella Persona.
Beh, come canta un simpatico signore catanese, amante della cultura araba:
“la pioggia di settembre (vabbè non cambia molto)
risveglia i vuoti della mia stanza
ed i lamenti della solitudine
si prolungano
come uno straniero non sento legami di sentimento.
E me ne andrò
dalle cittÃ
nell’attesa del risveglio.”
Salvatore
Io: Non mi sembra che Lia sia attualmente interessata. Nel caso però mi sembra che la fila sia piuttosto lunga…
;-)
..ed eccone un’altra (me) di profuga mediorientale, che ha acquistato in 8 mesi 8 anni sulla faccia, che ha smesso di pensare e di sentire, che di possibilita’ alla sua citta’-prigione gliele puo’ pure dare, ma non e’ quello il punto…
è per colpa della gente come te(nocedifool)che ci troviamo a vivere in una situazione politico sociale a livello mondiale come quella odierna.
Ogni tentativo di un avvicinamento tra religioni viene vanizzato con futili ed inutili considerazioni superficiali, quali le tue.
Credo che un musulmano invece che acquistare jeans americani preferisca quelli fatti nel suo paese ad un prezzo inferiore che richiamino anche la forte religiosità che lo caratterizza.
Come credo che tu sappia il jeans nel mondo arabo musulmano è l’indumento più utilizzato dalla parte maschile della popolazione, il fatto che siano stati studiati larghi è semplicemente un discorso di comodità per la preghiera del venerdì.
Concludendo questo tipo di jeans per quanto ho potuto apprendere dai giornali, non ha assolutamente lo stesso ruolo del velo, sono un’alternativa al monopolio del jeans russo-americano, con elementi caratterizzanti che lo contraddistinguano,che lo rendano un simbolo.
Un simbolo non di divisione ma di unione tra i popoli.Allora invece di mettere alla gogna iniziative intelligienti e costruttive con stupide considerazioni impara a guardare oltre il tuo giardino coltivato con i fiori marci dell’inciviltà .
cordialissimi saluti
ps impara a vivere in questo mondo, non va più di moda andare contro tutto
a noi verrebbe in mente una strofa di questa allegra canzoncina:
“Signorina Maccabei
venga fuori dica lei
dove sono i Pirenei?”
“Professore io non lo so, lo dica lei”.
Il resto lo leggete su
http://www.filastrocche.it/leggi.asp?id=10746.
(riservato ai pisquani e alle sentinelle della correttezza politica che passano spesso da ‘ste parti: l’allusione a “Maccabei” è puramente casuale. o no? vallo a sapé).
? … ehm… federico, temo che tu abbia sbagliato destinatario. l’autore dei commenti si trova dopo il commento non prima. dunque il commento a cui ti riferisci non è il mio.
a volte le intolleranze nascono da equioci e gli equivoci da quella stessa superficialità che citi. tant’è. scusa lia se mi permetto di chiarire la mia voce. anzi grazie.
nocedifool
nocedi fool mi scuso enormemente per questo errore, in quanto a quello che dici sugli equivoci ne convengo anche se riaffermo che spesso sono le persone che vanno contro tutto e tutti che impediscono una convivenza civile su questo pianeta.proprio oggi sul giornale apprendiamo che in nigeria sono morti 15 cristiani e bruciate cinque chiese a causa delle vignette danesi.Io non ho parole per esprimere il mio pensiero riguardo quelle persone che alimentano l’odio approfittando della religione.
Potrei sembrare un fondamentalista cristiano ma in verità neppure ci credo, preferisco credere agli alieni, mi attengo ai fatti in maniera estrena da agnostico.
Vite umane sacrificate per delle vignette?chiese bruciate?civili morti per una guerra non causata da loro?mi chiedo dove andremo a finire…e in queste situazioni ci vedo pochi equivoci.
saluti a tutti
Cara Lia,
per certi aspetti mi trovo in una condizione simile alla tua.
L’umore è quello lì, schifoso, ormai da lungo tempo, e ho già testato varie volte che cambia in meglio quando torno a respirare, a vivere, anche solo per pochi giorni, in un ambiente a me più consono (nel mio caso non è l’Egitto, ma la Spagna).
Qualcuno dice che sia un problema soprattutto interiore; che quando uno sta bene con sè stesso, sta bene dovunque; che non possiamo rivivere un periodo già vissuto.
Non ci credo: nella vita di tutti i giorni, troppe cose, persone, sensazioni, mi ricordano che non è questo il posto dove vorrei vivere- non adesso.
A volte ti senti vuoto, altre volte pieno da scoppiare.
E a volte, è vero, ti chiedi se possa essere un problema tuo.
Fortunatamente ho la presunzione di pensare che, no, non è un problema mio; fortunatamente, dico, perché così, almeno, ho una meta da raggiungere, ed in fondo ho anche il tempo per farlo.
Forse mi illudo. Sarebbe già un ottimo risultato – non riesco più a farlo, qui.
Tu sogni ancora ad occhi aperti? Immagino di no.
Tieni duro.