Caro diario;

questa mattina, dopo essermi pettinata il mocio vileda che solo due giorni fa era una testolina fresca di parrucchiere, ho infilato l’ennesimo calzettone pesante blocca-alluce-fratturato e sono andata a scuola.
Senza caffe’, che ero in ritardo e in autostrada c’erano lavori.
La sbarra del parcheggio di Famagosta si è rotta giusto davanti alla macchina prima di me ma, dopo aver accumulato la giusta dose di adrenalina, ho finalmente raggiunto il metrò.
Cinque fermate di ‘La questione palestinese’ di Said, tanto per rilassarmi, ed eccomi in classe.
Nell’ora buca ho chiamato Action for peace, cercando di sembrare una persona equilibrata e serena e non l’attonito essere mugulante che, nel segreto del mio cuore, so di essere diventata.
Di nuovo in classe, dove entro giusto in tempo per vedere un ragazzo entrare con tutto il pugno in una vetrata, farsi uno sbreco infinito e, lasciando dietro di sè una scia di sangue, caracollare verso l’infermeria.
Saltellando sul sangue, raggiungo la cattedra.
Non sto bene e si vede.
Non ho nemmeno voglia di fare lezione, e ripeto la Casa di Bernarda Alba come un vecchio 78 giri, e mi pare di essere una polverosa diva d’altri tempi che, a fatica, rimastica la vecchia parte in teatri di periferia.

Mi fa male il piede.
Arranco giù per le scale, all’uscita, e il preside mi intercetta: “De Hispalis!!! Lei non ha consegnato la programmazione!!!”
“Gnic, lo so, domani…”

“La questione palestinese’, ancora, e 4000 calorie di spuntino consolatorio.
Più grassa e più infelice, torno a scuola a correggere i compiti e, quando arriva l’ora, zoppico verso l’università.
Il tempo non passa mai, il piede mi fa un male cane, trascino ‘sto congiuntivo imperfetto su e giù e non so nemmeno io cosa dico, non ci sto dentro, sono a mille miglia e vado col pilota automatico.
Mi fa male.
Se Dio vuole, arrivano le sei e, finalmente sola, poggio la testa sulla cattedra. Driin. Cellulare. Aereo sul Pirellone.

Porto a casa il mio alluce interrogandomi sui destini del mondo e su quelli del mio piede, considerando anche che il fatto di zoppicare ti rende fatalista: tanto, non potresti mai scappare, pure se incrociassi l’intera Hezbollah o Sharon senza i neurolettici.

A casa c’è Pupina, che archivia il Pirellone in tre secondi perchè ha da raccontarmi il dramma di Torero.
Pare che la paella avariata, da me sposata tempo addietro, soffra molto a farmi causa, ma non può evitarlo perchè altrimenti soffrirebbe di più.
“Pollice valgo da assegno mensile?”
No, pare che i sintomi siano profondissimi. Saranno profondissimi i sintomi, non dubito: mi chiedo solo come facciano a stare in Torero, allora.
C’è qualcosa che non mi torna a livello di leggi della fisica, ma non discuto.

Da ‘sti sintomi che mi vengono descritti, compreso uno scambio epistolare notturno tra lui e la figlia, deduco che l’ora è grave, e Torero pure.
La lettera di lui mi viene consegnata: ci ha pianto sopra ed usava la stilografica, naturalmente.
L’effetto scenico è notevole.
Madame Torery.
Tutto quello che so dire è: “Le sentimentalate, uno non dovrebbe sbrodolarle addosso ai figli.”
Pupina mi guarda colpita, e correggo: “Amore, la situazione sarebbe tragica se fosse seria. Non essendolo, mi pare tutto uno spreco di energie. Come è andata a scuola?”
Pupina conclude che forse non ha tutti i torti, il padre, a farmi causa dichiarandosi “umiliato” da me.
Due a zero per Torero, ma io chiedo la panchina per infortunio al piede.
Qualcuna vuole sostituirmi?

Mentre è intenta a guardarmi indignata, la signorina realizza di colpo che ho una brutta cera: “Mamma, ma hai profondissime occhiaie marrone scuro, la pelle verdognola, i capelli che fanno letteralmente schifo in soli due giorni, lo sguardo spento e un’aria distrutta!”
“Grazie, tesoro, avevo bisogno di incoraggiamento.”
“Vado a farti un’insalata”.

Mi piacerebbe pensare alle vacanze ormai non troppo lontane, se non fosse che il mio luogo di vacanza è a 50 km dalla frontiera israeliana.

Mi porto a letto e mi rimbocco le coperte.
‘Notte.