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Il discorso del colonialismo patriarcale ha mutuato il linguaggio del femminismo e ne ha fatto la punta di lancio del suo attacco alle società islamiche prendendo a pretesto la condizione delle donne all’interno di esse.
Esponenti (di sesso maschile) di una cultura imperialista – antifemministi in patria – usavano la retorica del femminismo, oltre i suoi confini, per criticare i comportamenti di Altri uomini e il loro disprezzo per le donne al fine di legittimare il dominio occidentale e giustificare le politiche coloniali volte a sovvertire le culture e le religioni dei popoli colonizzati.
Questa posizione venne perfettamente esemplificata da Lord Cromer. Famoso in Inghilterra per la sua opposizione al femminismo, Cromer fu in Egitto (dove ricopriva la carica di console generale britannico) il principale sostenitore della necessità di porre fine all’umiliazione islamica delle donne e un campione della lotta contro il velo.
Questi costumi, secondo la sua tesi, ostacolavano il “progresso” e la “civilizzazione” delle società musulmane e delle loro popolazioni che dovevano “essere persuase o costrette” ad assimilare “lo spirito della civiltà occidentale”.

[…]
Le femministe europee, critiche verso i comportamenti e le idee dei loro connazionali riguardo alle donne, sottoscrissero e diffusero in effetti la rappresentazione maschile europea degli Altri uomini e delle loro culture e si unirono, nel nome del femminismo, alla lotta contro il velo e le usanze delle società musulmane.
Queste critiche, sia che provenissero da imperialisti ostili al femminismo in patria o da missionari, o che fossero fatte in nome dell’ ‘incivilimento’ delle popolazioni locali, della loro cristianizzazione o della liberazione delle donne dalla religione e dalla cultura cui avevano la disavventura di appartenere, servivano ad autorizzare e a circonfondere di un’aura di legittimità morale la denuncia dei costumi dei paesi sottomessi affinché vi rinunziassero per adottare quelli degli europei.

[…]
Come appare chiaro dalla storia delle donne occidentali, l’idea che l’emancipazione delle donne sia realizzabile solo attraverso l’abbandono dei costumi di una cultura androcentrica locale in favore di un’altra cultura, non ha alcuna validità.
Neppure la più ardente femminista del secolo scorso ha mai sostenuto che le donne europee potessero liberarsi dall’oppressione della moda vittoriana (concepita per costringere la figura femminile a conformarsi a un ideale di fragilità per mezzo di corpetti soffocanti che spezzavano le costole) adottando semplicemente l’abbigliamento di un altro tipo di cultura.
Né si è mai sostenuto, anche da parte delle femministe più radicali, che l’unica possibilità per le donne occidentali fosse quella di abbandonare la loro cultura per trovarsene un’altra.

Leila Ahmed, Oltre il velo.
(Titolo originale: Women and gender in Islam. Historical roots of a modern debate. 1992)