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Ora che so dire: “Come ti chiami?” in arabo, l’ho potuto finalmente chiedere alla vecchiettina che viene a fare le pulizie da me.
E lei, congratulandosi festosa per i miei progressi linguistici, si è presentata: “Umm Ali”.
Dal che si deduce che suo marito si chiama “Abu Ali” e che suo figlio si chiama Ali.
Una risposta, tre informazioni. Fantastico.

“Umm” vuol dire “mamma”, ovviamente, e “abu” vuol dire papà. E a me è sempre parsa molto tenera, quest’abitudine araba di dare ai genitori il nome dei figli.
I cambiamenti profondi nella propria vita comportano spesso un nome nuovo: penso ai religiosi, quando prendono i voti, o alle nostre spose, che cambiano cognome.
Be’, non conosco trasformazione più radicale di quella provocata dalla nascita di un figlio. Nemmeno gli arabi, a quanto pare.

Ne parlavo poi con Omar: “E come la devo chiamare? Signora Umm Ali? Sayeda Umm Ali, quindi?”
“No, Sayeda suonerebbe strano, si usa per altre classi sociali. Chiamala Hagga. Hagga Umm Ali.”
“Ma Hagga non vuol dire ?pellegrina alla Mecca??”
“Sì, ma si dice lo stesso. Mica le togli il titolo solo perché non ha potuto andare alla Mecca!”
“No, certo che no!” E mi sento in colpa per averlo anche solo pensato, ovviamente, mentre mi traduco mentalmente “Hagga” in “Donna”, come Donna Concetta, la panettiera di quando io ero piccola.
“Pellegrina mamma di Ali”, quindi. Ok.

“Ma se la primogenita è femmina, una si può chiamare Umm Fatima, o Umm Aisha?”
“Si può, ma non lo fa nessuno.”
“Aha!! Vi ho beccato!! Non lo fa nessuno perché essere genitore di una femmina è meno importante???”
Mi guarda costernato. “Ma no! E? perché non sta bene, che il nome di una donna venga continuamente pronunciato da chiunque, e in sua assenza! A nessuna piacerebbe!”
“Uh. Non ci avevo pensato.”

Quindi io mi chiamo Umm Alejandra, ma tra me e me.
Che non si espone indiscriminatamente, il nome di una fanciullina.