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Mi inoltro in una zona che ancora non conosco e, cammina cammina, arrivo all?University Hospital.
Niente a che fare con l?ospedaletto che ho vicino casa, questa è una roba seria.
Palazzine di 5 o 6 piani circondate da giardini e vialetti pieni di gente e, tutto attorno, un?alta cancellata. Spio all?interno delle palazzine, cerco di cogliere la quotidianità di un ospedale egiziano. Piani e piani di stanze, ognuna col suo balconcino e l?apparecchio dell?aria condizionata. Possibile che sia un ospedale così ricco? Nella mia provincia sperduta? Ma pensa?
Qualche signora in hijab prende il fresco del tramonto affacciata al suo balcone, e l?immagino moglie in visita, intravedo il riflesso verdognolo delle pareti della stanza alle sue spalle.

Seguo la cancellata fino all?entrata principale e mi ci pianto davanti per guardare meglio.
Il custode mi viene incontro e mi chiede se voglio entrare. Gli faccio cenno di no, spiegandogli con i miei rudimenti di arabo che sono straniera e che sto solo guardando.
Lui reagisce secondo il galateo dell?ospitalità araba: mi spiega orgoglioso che questo è l?ospedale universitario della nostra cittadina, e mi invita a entrare per visitarlo. (Che bello cominciare a capire l?arabo, a proposito! Quando capisco una frase la ripeto, assaporandola come una caramella?)
Si avvicina anche il poliziotto di guardia: sono ansiosa di entrare ma mi pare opportuno mostrargli la mia carta d?identità egiziana con lo stemma dell?università, per tranquillizzarlo. Dopotutto, faccio parte della stessa ?famiglia? dell?ospedale.
Leggono la mia professione, ovvero il che diamine ci faccio qui, e: ?Benvenuta, duktora!?. L?ospedale è a mia disposizione.

E? dignitoso, altroché. Questa è la cittadina di Donna Susan, la molto amata moglie del Presidente, e si è investito molto nell?università e nelle sue strutture. Lo sapevo già, ma vederne gli effetti mi sorprende sempre: qui non siamo al Cairo, siamo in una provincia senza industrie e senza turismo. Vedere qualcosa di costoso e pulito non è frequente: in compenso, rallegra molto.
La palazzina di Radiologia è pulita che scintilla, ciò che vedo degli atri e dei corridoi, è elegante, ben pensato. La manutenzione, punto dolentissimo dell?Egitto, non mi pare male.
Non oso provare a entrare nei reparti, non mi pare il caso.
Giro per i vialetti, passo davanti alla moschea interna che è affollatissima. E? l?ora della preghiera. Accanto alla sala della preghiera c?è la zona delle abluzioni, e ci butto l?occhio e poi sorrido: abluzioni in stile ospedaliero, con rubinetti di acciaio e igienicissimi scorritoi per l?acqua, e piastrelle bianche. Che asettico, gessù?

Penso che forse, se mi capitasse qualcosa, non sarebbe poi necessario precipitarmi al più vicino aereo per l?Italia. Mi pare plausibile essere ricoverata qui ed uscirne viva.
(Aggiungerei persino un?altra tacca al mio itinerario turistico-ospedaliero dopo la medaglia presa 20 anni fa, partorendo all?Ospedale della Virgen de la Macarena di Siviglia, io e 18 zingare, tutte assieme.)

La palazzina del Centro Dialisi ha le luci accese a pianterreno, e pare esserci vita.
Nessuno in vista: mi tiro su la gonna, scavalco la siepe, raggiungo le finestre e spio dietro i vetri. No, ok, questo è Egitto, non ti puoi confondere: i materassi sono troppo grandi o troppo piccoli per i letti, le lenzuola sono scucite o strappate. Alcuni guanciali hanno le federe tenute assieme con il nastro adesivo e, sotto i letti, scatole e scatole di farmaci o chissà cosa. Questa povertà tenace che qui non avevo ancora percepito, e che si infiltra nei particolari, negli oggetti quotidiani, nella stessa estetica dei luoghi abitati o comunque vissuti, tingendo tutto di uno squallore che pare invincibile, più forte di qualsiasi buona volontà o investimento.
I macchinari accanto ai letti mi ricordano i computer degli internet café: scoperchiati e con i fili in vista ma, con ogni probabilità, funzionanti.
Non mi ha visto nessuno: riscavalco la siepe e me ne vado.

All?uscita, passo davanti al custode e alla guardia.
La guardia scatta in piedi, si irrigidisce nel saluto militare e grida: ?Salam, duktora!?, facendomi tanto di inchino, manco fossi un capitano dell?esercito.
Mi fa venire un male alla bocca dello stomaco, questa mania di salutarmi militarmente perché faccio la prof.
Non so come rispondere, è paralizzante, vengo travolta da un?ondata di imbarazzo che mi taglia il respiro. Non sono abituata, e nulla di ciò che ho fatto nella vita mi ha preparato a rispondere a un saluto militare.
Che si fa? Si sorride? Si grida un marziale ?Salam!?? Si fa un cenno secco col capo? Si corre verso chi te lo fa con una mancia in mano?
Non ne ho la più pallida idea. Sorrido, ringrazio e filo via.
All?università mi sono abituata, e saluto distratta pensando ad altro.
Ma qui, di sera, all?entrata di un ospedale dove non dovrei essere, in un quartiere mai visto prima e con tutti che si sono girati a guardarmi e la mia consapevolezza di aver spiato tutto il tempo, mi sento travolta da un?ondata di disagio che riesco a scrollarmi da dosso solo infilandomi di corsa nel mercato vicino e lasciandomi rincuorare dall?odore dei pop corn, dai bambini che ti pestano i piedi, dagli asinelli, dalla folla, dalle spezie e dalla preghiera del muezzin che esce dagli altoparlanti e che la gente canticchia distrattamente a memoria, assieme al muezzin, come se fosse una canzone dei Top 10.

(Facendo i conti col metro degli stipendi universitari, lo stipendio di un medico egiziano deve essere di un centinaio di euro al mese, forse qualcosina in più. Un infermiere ne prenderà la metà. Per vivere tranquillino e schiscio, qui, te ne servono circa 200 più la casa. Senza famiglia da mantenere, ovviamente.)