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Io sono lì che aspetto il treno per tornare al Cairo, sotto un sole da Maggio, e accanto a me si siede uno studente canadese, di padre egiziano e madre italiana, che se ne è venuto qui per studiare medicina.
Ha quasi finito e, nel frattempo, ha pure imparato l’arabo. Perbacco.

“Oh, bene. E come ti pare l’università egiziana?”
“Più disorganizzata, ma medicina e ingegneria sono all’altezza di qualsiasi altro paese. Le altre facoltà no, ma queste sì.”
Uhm. A me pare che Lingue non sia poi così male…

“Ma i medici egiziani, come sono, secondo te?” La domanda è interessata, che mica posso vivere qui senza saperlo…
“Bravi. Soprattutto, hanno molta pratica con i pazienti. I medici canadesi toccano i pazienti molto meno, hanno paura di sbagliare… prescrivono analisi tutto il tempo. I medici di qui, invece, si fanno una valanga di esperienza.”
Lui l’ha detto meglio di quanto io lo stia raccontando, ma mi è parso che, paradossalmente, i diversi modi di vivere la professione rendessero, alla fine, i medici egiziani migliori dei timorosi medici canadesi. Per non parlare degli americani…
L’idea non è del tutto folle: già qualche anno fa, il mio serissimo ginecologo milanese mi aveva rimproverato perchè non mi ero fidata a mettere uno IUD in Egitto e mi aveva detto la stessa, identica cosa: “In quei paesi, i medici si fanno un sacco di esperienza e sono bravi.”

Espongo la teoria allo studente e lui risponde: “L’ideale sarebbe laurearsi qui o lì, fa lo stesso, e poi passare un periodo in Canada: lì, un medico egiziano ha molto da imparare in fatto di tecnologie, amministrazione ed etica.” Si riferisce al consenso informato, al modo di considerare il paziente, queste cose qui.
Mi fa pensare ai medici spagnoli: ancora negli anni ’80, i medici spagnoli erano bravi ma trattavano i pazienti come pezze da piedi, e morire se ti spiegavano cosa diavolo avessi o che diamine di medicine ti avessero prescritto… poi le cose sono cambiate, ma io ho un’ottima memoria, in proposito. Addirittura, le medicine non avevano la data di scadenza ma un codice comprensibile solo al medico. Per sapere se ti era scaduta l’aspirina dovevi rivolgerti a loro…
L’Egitto, col suo senso della gerarchia, è un po’ così, mi pare di capire.

“Mi risulta che siano parecchio insensibili in fatto di terapia del dolore. E’ vero?”
Ride: “Sì, qui c’è l’imperativo del non frignare, non piagnucolare, don’t be a sissy!”
Già. L’avevo notato. “Non mi avranno!”, annoto mentalmente. Io faccio la sissy quanto mi pare.

Il ragazzo, insomma, è soddisfatto e sicuro di sé.
“Ok, i medici sono bravi uguale, ma avrai notato una differenza tremenda con gli ospedali…” Io ci sono stata, in Canada, e mio nonno faceva lì il medico: ricordo ospedali che parevano aeroporti, scintillanti e tecnologici.
“Il Canada è più ricco. Questa è la differenza.”
Parliamo della sconsideratezza degli addetti alle pulizie egiziani, che a me sembrano i veri proprietari dell’Egitto ed i suoi principali carnefici.
“E’ figlia della corruzione, questa situazione di svacco generale. E la corruzione è figlia della burocrazia. Quando la generazione che ora è al potere sparirà, la generazione nuova cambierà le cose.”
“E in che senso? Più Occidente?” gli chiedo.
E lui mi guarda, e io lo guardo.

“Strutture all’occidentale ma cultura locale” è la risposta del giovane canadese. Che, poi, sarebbe la scommessa dei meno disperati tra i giovani arabi. Quelli che non pensano di morire in guerra, dico. La ricerca chiave di questo pezzo di mondo, il nodo della questione.

Mi spiega: “Laggiù non hanno cultura. Zero. Vivono giorno per giorno pensando solo ai soldi. La vita canadese è tutta qui. Niente cultura e niente tradizioni, non sanno nemmeno cosa siano. Non lo immaginano nemmeno. Per questo, poi, gli USA vanno in Iraq e sanno solo distruggere. Perchè sono ignoranti e non capiscono che gli altri non lo sono.”
To’. Beccati questa.

“E tu perchè sei qui?” mi chiede.
“Per le stesse cose che hai appena detto tu.”
“Questa è una risposta molto politica!”, ride.
E penso che, sì, io sono in Egitto per motivi molto politici, se così li vogliamo chiamare.
Perchè, nel bene e nel male, io volevo vederlo da vicino, “un altro mondo possibile”.
Finchè ce ne saranno, io ne approfitto.
Poveretti quelli che, domani, avranno a disposizione un mondo solo, tutto uguale.