Quello che segue l’ho scritto quasi due anni fa, in un altro luogo del web e per altre persone.
Sono andata a ripescarlo per dedicarlo a The Rat Race con cui, in un’altra epoca e in un altro mondo, avrei forse potuto andare d’accordo.
L’epoca e il mondo, però, sono quello che sono: è già un miracolo se, per un attimo, abbiamo provato a capirci.
E con questa, la chiudo qui: pur avendolo dichiarato un milione di volte, che di questione israeliano-palestinese non discuto, ogni tanto ci casco, stupidamente.
Colpa mia.

E’ un articolo di un grande scrittore libanese, molto presente nella stampa spagnola e molto assente nella nostra…e, ovviamente, sulla stampa italiana non è mai uscito, quest’articolo.

Io l’avevo letto sul Pais e mi era piaciuto molto, tanto da conservarlo per un anno e mezzo…
Non conservo articoli, in genere, ma questo mi era piaciuto davvero.
Per la sua idea centrale: colui che ripete per anni la propria storia senza mai essere creduto, impazzisce.
Non puoi dire ad uno: “Tu non esisti”.
E questo conduce dritti a quella celebre definizione della schizofrenia che è stata una degli assi portanti dell’antipsichiatria: “La schizofrenia è una risposta sana ad un mondo malato”.
E’ una definizione discutibile, riferita agli individui. Ma per definire un fenomeno storico, un momento del mondo, credo che funzioni.
Per QUESTO momento storico, è perfetta.

Traduco e metto qui l’articolo.

La “fiction” sionista

Ero in Israele per preparare un libro quando esplose tutto; vidi come i palestinesi e gli israeliani, che frequentavo tutti i giorni e che, abitualmente, vivevano distanti dalla politica, affondavano all’improvviso nell’ incubo.
Affondai insieme a loro.
In pochi giorni, il panorama cambiò completamente.
Coloro che vivevano una coesistenza difficile ma possibile sono stati spinti, con le buone o con le cattive, verso istinti di solidarietà primitivi e mortiferi: gli arabi da una parte, gli ebrei israeliani dall’altra e, come unico linguaggio comune, gli omicidi dei bambini ed il linciaggio dei soldati.
Un disastro desolante.

Non sto facendo un parallelismo tra gli “estremisti”: questa simmetria che piace tanto all’Occidente non serve, in questo caso; è pericolosa e falsa.

Non si può negare l’assoluta urgenza di impedire l’irrimediabile, la carneficina di massa.
Ma, lasciando da parte le buone intenzioni, c’è anche un’altra urgenza: quella di comprendere ciò che è successo.
Perchè una simile esplosione di violenza non può essere spiegata soltanto attraverso l’evento che l’ha scatenata, ovvero la ‘passeggiata’ di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee.
Se l’edificio pazientemente costruito dall’epoca degli accordi di Oslo, ovvero da sette anni, è crollato così facilmente, è perchè la pietra angolare che lo sosteneva era marcia.

Ero in Israele-Palestina per scrivere un libro sul 1948 -l’anno della creazione di Israele e del ‘disastro’ palestinese-, un romanzo che avrebbe raccontato, dai due punti di vista, il periodo che condusse al ’48.
In quell’anno si creò un nodo che non è mai più stato sciolto: non semplicemente un atto materiale appartenente al passato (la Palestina svuotata dei tre quarti dei suoi abitanti a beneficio di Israele), ma anche qualcosa di appartenente all’ambito del simbolico, di ciò che è traumatico, che è inibito… non so dire esattamente cosa, ma è qualcosa che non passa e che, pertanto, appartiene sempre al presente.

Scrivo qui ciò che intuivo: prima del 1948, la società palestinese, radicata nella propria terra da secoli, era persuasa di essere la realtà, ed osservava i giovani che sbarcavano dall’Europa intenzionati a fondare uno Stato ebraico separato, così come si osserva una ‘fiction’ quasi buffa, un’utopia irrealizzabile.
Compravano terra, facevano venire immigranti… si lottava contro di loro, ma non si pensava che avessero nessuna possibilità di creare una società totalmente ebraica al posto della società araba palestinese.
Era inconcepibile.

Da parte loro, i sionisti che vivevano nell’utopia, molto semplicemente non vedevano la realtà – vale a dire la gente – che avevano di fronte.
E contro le aspettative, grazie alla loro determinazione e ad un insieme di circostanze eccezionali (“miracolose”, dicono gli ebrei credenti) vinse la ‘fiction’ e, nel vincere, trasformò la ‘realtà’ palestinese in fiction.

Voi non esistete, non siete mai esistiti, non eravate altro che arabi indistinti che avevano piantato le loro tende in quella che era, dall’eternità, la nostra terra.
E potete urlare, sfoderare alberi genealogici, titoli di proprietà, il nome dei vostri paesi rasi al suolo, ma non cambierà nulla.
Al massimo diremo che si tratta della “vostra visione della Storia”, ma la versione ufficiale davanti agli occhi del mondo è un’altra, è la nostra, quella del piccolo Stato d’Israele sopravvissuto all’Olocausto e circondato, senza motivo, da un oceano di ostilità araba.

In questa negazione c’è, a mio parere, il nocciolo del problema, questo ‘qualcosa’ avvenuto nel 1948 ed il cui mancato riconoscimento è rimasto sospeso nelle gole e rende tutto impossibile.

Perchè il fatto è che chiunque racconti instancabilmente la propria storia senza essere mai creduto, diventa pazzo, violento, ed odia. Ma la sua terribile collera, distruggere Israele, gettare a mare gli ebrei (restituire questa nuova realtà alla fiction), si è ritorta solo contro di lui, non ha fatto altro che confermare la versione del suo nemico.

In fondo, i palestinesi hanno trascorso mezzo secolo affannandosi insensatamente per ottenere un’unica cosa: tornare alla realtà, e non solo geograficamente.
Lungo questo cammino, hanno segnato delle tappe importanti.

In primo luogo, sono passati da una situazione di inesistenza assoluta ad una di riconoscimento sussurrato.
Gli israeliani più lucidi hanno ammesso che Israele, Stato indiscutibile, aveva occupato durante la guerra del 1967 dei territori palestinesi che bisognava restituire in cambio della pace.

Ma persino un filosofo israeliano lucido come Yeshayahu Leibowitz non tollerava che gli si dicesse che l’appropriazione della terra non era stata molto diversa prima e dopo il 1967.
Parlare di “questo” era, secondo lui, mettere in discussione l’esistenza di Israele.

Ma il problema è che proprio “questo” era il punto: dire la verità, riconoscere ciò che era successo, non per mettere in discussione l’esistenza di Israele – cosa materialmente impossibile – ma per ottenere che i palestinesi smettessero di impazzire.

La stretta di mano tra Arafat e Rabin, nel 1993, fu l’icona dei tanti anni di attesa.
Ma l’immagine risultò, in parte, ingannevole: non era tanto un riconoscimento della verità del ’48, ma piuttosto la concessione, ai palestinesi abitanti nei Territori, di uno status che permettesse ad Israele di sbarazzarsi di alcune città palestinesi ingovernabili.

Eppure questo gesto storico di Rabin oltrepassò l’ambito delle circostanze specifiche e sopravvisse, come una formidabile breccia nel non-detto.

Un episodio rivelatore: nello stesso periodo emersero i “nuovi storici” israeliani, che non solo raccontarono la realtà del 1948, ma che riuscirono anche ad imporre la verità nei libri di testo, così che qualsiasi bambino israeliano, oggi, impara a scuola ciò che i suoi genitori ed i suoi nonni hanno realmente fatto ai palestinesi.
Eppure manca sempre qualcosa, questo “qualcosa”.

Dopo l’euforia di Oslo, i palestinesi constatarono che la loro vita era diventata più difficile (la libertà di circolare, ad esempio), che gli israeliani non rispettano gli accordi firmati (per esempio, la data dell’evacuazione dalla Cisgiordania) e, soprattutto, che la macchina per l’appropriazione delle loro terre non aveva smesso di funzionare un solo giorno, né con la pioggia né con il sole, né con la destra al governo né con la sinistra.
Persino ciò che gli veniva dato, non era mai dato come un diritto, ma come una “concessione” generosa in cambio di un’altra concessione.

E quando arrivava il giorno di darglielo, se arrivava, era sempre con riluttanza – quando Rabin strinse la mano, pure ebbe lo stesso irreprimibile gesto di esitazione -.

E questo, perchè gli israeliani continuano a vivere nella loro fiction: questa è la loro terra, hanno su di essa un diritto storico legittimo, e ciò che “cedono” ai nativi è come un regalo per ottenere la pace.
E’ questo fossato impossibile da colmare tra le due parti, che ha condotto, inevitabilmente, all’esplosione di odio e violenza.

Barak ha ordinato allora ad Arafat di ristabilire immediatamente la calma perche altrimenti… cosa?
La guerra?
Ma quale guerra?
Quanti morti ci vogliono per placare una simile collera ed obbligare i bambini a non tirare sassi?

Israele scopre di colpo la terribile dialettica tra il forte e il debole.
La sua superiorità militare è tale da non potere essere usata a tappeto.
La sua fiction “etica e valoriale” non sopporterebbe una carneficina contro una popolazione quasi disarmata davanti alle telecamere del mondo intero.
La bomba atomica non serve a niente, davanti ad un nemico armato di spade di legno.

Altrettanto inquietante è, per Israele, la ribellione degli arabi israeliani, quei “palestinesi del 1948” che rimasero e che si credeva fossero praticamente addomesticati.
Hanno manifestato per solidarizzare con i loro fratelli dei Territori e, come a loro, è stato sparato addosso.
Le decine di morti tra le loro fila hanno fatto vacillare un’altra fiction (a meno che non fosse la stessa): dopo 52 anni di vita in comune, questi “cittadini israeliani” dotati, in linea di principio, degli stessi diritti dei loro compatrioti ebrei (tra cui quello di manifestare) continuano ad essere degli arabi, per il loro Governo.

Tutto il processo di pace poggiava sull’idea che fosse possebile creare uno Stato-moncone palestinese separato.
Ma con gli arabi israeliani che vivono a Jaffa, Haifa o Nazareth non c’è nessuna possibilità di creare una frontiera.
Non so quanto tempo ci vorrà, e nemmeno se sarà possibile, ma sono convinto che non ci sarà alcuna pace possibile senza un abbandono formale della fiction sionista.
Le cose cambieranno solo, forse, il giorno in cui un dirigente israeliano si alzerà in piedi per riconoscere pubblicamente ciò che è stato fatto ai palestinesi nel 1948, per inchinarsi davanti a loro e chiedere perdono “ogmat nefesh” (dal fondo dell’anima) non solo per la perdita della loro terra e del loro Paese, ma soprattutto per la negazione morale che, da mezzo secolo, li ha trasformati in fastasmi annichiliti e violenti.

Sembra impossibile, soprattutto adesso.
Ma l’alternativa è una guerra orrenda, senza scopo e senza fine.

L’Esercito israeliano ha riconosciuto, finalmente, di avere ucciso il bambino che era tra le braccia del padre, ma neanche di questo ha colpa: quel bambino non avrebbe dovuto essere lì.
A conti fatti, questa è tutta la storia: i palestinesi, semplicemente, non avrebbero dovuto essere lì; sarebbe stato meglio.

Selim Nassib, scrittore.

El País, 15 Ottobre 2000.