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Stasera ero a casa di un amico che ha appena adottato un gatto e si è fatto arrivare il veterinario a casa per la prima visita e le vaccinazioni.
Avendo io avuto diversi felini, sono stata nominata sul campo ‘esperta in gatti’ e mi è stato delegato il compito di parlare con il veterinario. In inglese, ovviamente.

Quando questi se ne è andato (all’1,30 di notte ora locale: tra spagnoli ed egiziani, qui non si capisce più niente in fatto di orari) l’amico mi fa: “Meno male che c’eri tu che parli inglese! Io non lo conosco proprio, il vocabolario delle cose mediche, e non avrei capito niente”.

Il mio amico è laureato in arabo, vive in Egitto da quattro anni e traduce libri dall’arabo.

“Tu non sei in grado di sostenere una conversazione con il veterinario???”
“No. Con i linguaggi settoriali, se non conosci i vocaboli ti attacchi: non c’è modo di arrivarci per vie traverse, quindi non capisci.”

Non so se ci rendiamo conto: dopo dieci anni di arabo, uno che, di mestiere, studia, può non essere in grado di comunicare con il veterinario del proprio gatto.

Sono uscita di lì con un vago desiderio di impiccarmi.