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Alcuni amano sapere come vanno a finire le vicende.
Il pacioso Alto Egitto in cui mi trovo oggi e’ il luogo ideale per fare un po’ il punto.
Per esempio:

Il paesino sequestrato e assediato l’altra settimana.
Gli studenti mi hanno spiegato tutto.
Mi hanno descritto la Sicilia della mafia, in pratica, ed io ero li’ tutta contenta che ululavo: “Uh! Uguale all’Italia, preciso!” ed erano contenti anche loro e ci siamo gemellati festosi.
Solo che loro hanno meno peli sulla lingua di quanti ne avrebbe un gruppo di universitari palermitani, credo: erano li’ che mi raccontavano le vicende di questa potente famiglia con tanto di nomi e cognomi, descrizioni di intrallazzi politici e, insomma, roba che il dito mi diventa pavido e prende le distanze dalla tastiera, nel riferirle, che loro saranno pure alto-egiziani e spensierati ma io sono italiana del sud e, sara’ pure riflesso atavico, non ho alcuna voglia di farmi incaprettare accanto al Nilo.

Deve essere stato un film, comunque: la famiglia (pare che vivessero in un castello, nientedimeno, e che la polizia stesse raccogliendo prove contro di loro da tre anni) aveva fatto scavare un fossato attorno al paese e costretto i contadini a dare fuoco ai campi di marijuana.
Poi, quando l’assedio dell’esercito e’ diventato intollerabile, sono fuggiti in quarantaquattro.
La polizia e’ entrata e, a quanto pare, e’ stata l’unica a farsi male. Le fonti ufficiali parlano di un soldato ferito, i ragazzi sospettano che i feriti siano di piu’ e che non lo vogliano ammettere perche’ pare brutto.
Quarantaquattro tra figli, figlie, generi e nuore sono fuggiti, dicevo.
Il capofamiglia invece e’ restato, da bravo capitano della nave e, prima di farsi arrestare, si e’ avvelenato.
Lo hanno portato in ospedale, dove adesso e’ piantonato, ed ha rilasciato un’intervista alla TV: “Dove era lo Stato quando hanno ucciso mio nonno?? E quale marijuana, se io possiedo solo campi bruciati?? E che c’e’ di male ad avere un castello, se uno lavora duro??”
I ragazzi dicono che e’ capacissimo di essere assolto, questo qui.
“E’ furbo, furbissimo!”
Comunque i paesani sono salvi e tutto e’ bene cio’ che finisce bene.

L’agghiacciante Toto Cotugno Show.
Che volete da me. Bisogna farsene una ragione: il pezzo piace.
Dopo aver fatto tutti gli esercizi di comprensione che dovevano fare, c’e’ stato il riascolto finale in cuffia.
Loro sentivano la musica e io no, mi limitavo a guardarli.
E quello che vedevo erano tutte ‘ste capocce, nero-imbrillantinate o velate a colori che andavano su e giu’ al ritmo del “pum-ti-pum” di Cotugno e poi, timidamente, uno stonatissimo e guardingo coretto che gorgheggiava: “Lasciaaatemi cantaaare, sono un italiano. (Un italiano vero, pu-ti-pum.)”
Mi hanno chiesto il cd.
Per le scale, uscendo, ho sentito Ali’ che la personalizzava: “Non faaatemi studiaaare”.
La settimana prossima cerco di rimediare e porto De Andre’.

Aggiornamento sulla nostra lapidazione settimanale.
E’ venuta fuori proprio mentre si parlava di Cotugno e dei luoghi comuni.
Io facevo l’esempio del “tutte le donne occidentali sono poco serie”, che si comincia con lo stereotipo e si finisce che gli prendono a pietrate le prof, e uno mi fa: “Ma no, prof, e’ che quei ragazzini pensano che voi siate israeliane!!”
“Eh??? E tu che ne sai, Mustafa’?”
Mica l’ho capito, come lo sapeva: “Mustafa’: giurami che non e’ tuo fratello piccolo, quello che tira le pietre alla duktora di spagnolo!”
Risate. “Ma no, certo che no! Pero’ il posto e’ piccolo e un amico di un amico di un amico dice che, la prima volta, i ragazzini hanno visto due straniere che parlavano strano e hanno subito pensato che fossero israeliane! E sono ancora di quest’idea.”
Il resto della classe ha annuito, grave.
Sembra a tutti una deduzione ragionevolissima, quella dei ragazzini.
Come se qui in giro passeggiassero gli israeliani, gessu’. Quelli non vengono qui dal’ultima volta che hanno bombardato…

E quindi, ecco qua.
Perche’ non si dica che la vita non la prende per il culo, una.
Che, una, piu’ filopalestinese non potrebbe essere, con tutta la buona volonta’, e invece to’, si ritrova a scatenare un’Intifada privata e su misura. Ma si puo’??

E prima pensavo che l’abbigliamento, qui, non e’ che ti permetta di chiarire il malinteso: se ci mettiamo una kefia, sembriamo due straniere che hanno rubato il copricapo a un passante. A voler indossare una maglietta con la bandiera palestinese, dovremmo coprirla con una camiciona e non si vedrebbe.
Non vedo proprio come risolverlo, ‘sto problema.
Mi sono anche baloccata con l’idea di fare indossare alla collega la bandiera della pace a mo’ di hijab, ma temo che la sua credibilita’ professionale ne risentirebbe.
Vedremo.