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C’è questo studente che, causa eccesso di irruenza, mi fa spesso incavolare.
Devo avere esagerato con i cazziatoni, però: ieri è entrato in dipartimento, mi si è piantato davanti con aria solennemente afflitta ed ha esordito con il più classico dei: “Prof, lei ce l’ha con me!”
“Ma no, Ahmed, cosa dici?”
E lui, tristissimo: “Prof, a me pare di sì. Oggi mi ha sgridato tre volte e ieri due. Anche a qualche mio compagno sembra che lei ce l’abbia un po’ con me. Ed io volevo dirle che… volevo dirle che… volevo dirle che io non volevo darle fastidio ma, ecco, se invece le do fastidio, io me ne sto a casa, ecco!”
“Ahmed, tu non mi dai affatto fastidio! Semplicemente, dovresti spostare un po’ i pensieri dal cuore alla testa e ascoltare, prima di ribattere sempre. Stiamo giustappunto… bla, bla, bla…”
Insomma, ne abbiamo parlato.
E, sapendolo polemico, ho inserito nel mio discorsetto il carico da novanta: “Perchè, Ahmed, riflettere sul perchè mi fai arrabbiare è anche una questione di rispetto!”

La parola ‘rispetto’, qui, ha un potere dirompente.
Sapevo di avere usato un termine che avrebbe fatto effetto.
Pure troppo, stavolta.

Perchè Ahmed ha fatto un balzo: “PROF!!”, ha quasi urlato. “Ma io la rispetto moltissimo!!! Lei è la mia insegnante!!! E poi io sono musulmano, lei non può pensare che io non la rispetti!!! Per l’Islam, un insegnante è come un’emanazione del Profeta, e lei è la mia insegnante!!”

Eh???
Ma dai!
Cough.
Ci siamo poi lasciati da ottimi amici, lui sollevato e io barcollante: sono ancora qui che mi gratto la fronte, pensierosa.

(Certo che alla Moratti non farebbe male, un pelino di Islam.)