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L’Alto Egitto era parecchio pacioso, questa settimana. Probabilmente c’entra qualcosa il fatto che io non stavo bene e l’ho vissuto al rallentatore, lavorando al minimo e passando ore in contemplazione del Nilo (ma quando mi stancherò di guardarlo, questo fiume?).
Comunque era più pacioso che mai ed ho sentito nostalgia di quando ci abitavo.

E’ stato pacioso il colloquio tra la mia collega e il suo studente aspirante bombarolo: “Ma prof, come sarebbe che il mio tema era minaccioso?? Io certo, se potessi, farei questo e quello, quell’altro e quell’altro ancora, ma a lei non torcerei mai un capello, ma proprio mai e poi mai, e nemmeno alla Duktora Lia!”
“E perchè a noi no?”
“Ma perchè… perchè voi vivete qui.”
E quindi, aggiungo io, perchè ci hai visto ridere, arrabbiarci, grattarci il naso, indossare una gonna carina, quella volta, o girare coi capelli ritti e stopposi e, guarda un po’, ti sei accorto che l’altro è umano e ti è scappata la voglia di odiarlo.
Come capita a qualche lettore del mio blog, quando parlo di te.
Uguale.
(Vorrei, però, non pensare alla Guerra di Piero, mentre scrivo questo.)

Era paciosissimo il traffico, per una che arriva dal Cairo. Quando sono salita sull’autobus, uno studente si è affrettato a cedermi il posto. Questo gli ha permesso di sedersi accanto a una sua compagna e di dare inizio a delle strategie di corteggiamento, peraltro assai bene accette, che mi hanno lasciato addosso il buonumore per tutta la giornata.
Li avevo davanti: lei col velo a fiorellini e le guanciotte tonde e un po’ di mascara che non c’entrava nulla, e lui con una bella camicia azzurra, la sua brava brillantina e alto il doppio di lei. E ad ogni curva si sfioravano, e lui teneva il braccio contro quello di lei e fingeva di rubarle il quaderno e lei fingeva di arrabbiarsi. Dovevano avere una tale voglia di baciarsi da trasmetterla anche a me che li guardavo.
Belli, tanto.
Ma poi è vario, il traffico della mia cittadina e, accanto agli autobus col buttadentro appeso fuori e ai soliti 10 taxi per macchina, incroci gente a cavallo, asinelli grigio-azzurri (uguali a quello dei santini con la Madonna e San Giuseppe che, infatti, sono passati di lì, dicono, ed è lì che devono aver trovato l’asino, dico io) e, insomma, una tale quantità di bestie che più di tanto non puoi correre, se non vuoi rischiare il frontale contro una capra.

Era paciosa l’università, ché il vento bollente non può avere steso solo me.
A mezzogiorno e mezzo, quando io ho l’ora buca, lì c’è sempre mezzo mondo che prega. Oggi più che mai, mi pareva.
Il lunedì, nel mio dipartimento, c’è un’illustrissima collega di una cinquantina d’anni che arriva dal Cairo. E’ una che si fa rispettare parecchio. E’ stata anche, dicono, traduttrice del Presidente. Lui, sì.
Lei, all’ora della preghiera, mette la segretaria di guardia davanti alla porta per non fare entrare nessuno, tira fuori il tappetino, si toglie le scarpe e comincia.
Io, le prime volte, venivo colta da paralisi: come ci si comporta a stare chiusa in un dipartimento assieme ad una signora in preghiera?
Poi ho capito che è esattamente come quando pregano i maschi, che pregano ovunque e non per questo la vita si ferma.
Mi comporto normalmente, quindi, e continuo le eventuali conversazioni telefoniche, fumo la sigaretta, mangio i biscotti, leggo e, con la coda dell’occhio, sbircio.
Lei ha sempre gli occhi chiusi, però, e spiare una che ha gli occhi chiusi non è leale. Allora mi pento, mangio i biscotti e penso a cosa potrei scrivere di lei sul blog.
Penso ‘a forma di post’, come diceva La Pizia.

Erano paciosi i negozi, dove mi chiedono se al Cairo mi trovo bene e si dispiacciono perchè non vivo più lì.
Era pacioso l’internet café dove, l’altra volta, ho fatto una spaventosa scenata alla napoletana perchè il microfono non funzionava e non potevo usare MSN e, nel bel mezzo del mio attacco di nervi, il proprietario mi ha piantato in asso ed è uscito spedito per poi rientrare, cinque minuti dopo, con una cuffia nuova di zecca e ancora inscatolata e col prezzo (solo in Egitto riesci a passare con tanta velocità dai ruggiti ai ‘grazie’ farfugliati mentre ti fai paonazza).

Era pacioso tutto, insomma, ed io, nella mia brava barchetta in mezzo al Nilo, pensavo a quello che mi avevano detto la settimana scorsa due turisti italiani: che loro, qualche anno fa, ci avevano fatto un giro, nella mia cittadina.
L’avevano fatto seguiti dalla scorta, come tutti i turisti. Solo che, qualche anno fa, la scorta comprendeva anche un carrarmato.
Dico davvero, eh.
Loro due, la camionetta dei soldati e, dietro, il carrarmato.
A passeggio nella mia paciosa cittadina.
Piano piano, suppongo, ché non credo che un tank possa correre.