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Mo’ ti spiego, guarda.
Io me la sono condita e ricondita, prima di chiudermi alle spalle la porta di casa a Milano per salire sull’aereo e venirmene qui.
Ho cercato mille motivi validi per farlo, ne ho trovati duemila e li ho usati per convincere parenti, amici e conoscenti tutti.
Ogni volta che ne convincevo uno, prendevo un po’ più di fiato e mi avvicinavo al Sant’Aereo delle mie preghiere. Mi serviva a convincere me stessa.

Durante tutta quest’operazione, però, mi sono sentita un po’ come una che stava truffando il mondo.
Perchè la logica c’era, non dico di no: “Ma guarda, è una questione di qualità della vita, ed io non posso più stare al buio ed ho bisogno di sole, mi riprendo e scommetto che mi tolgo pure di dosso i chili in più che mi ha lasciato Milano: sai come dimagrisco, in un mondo senza birre e senza carne di maiale?”
“Che tu dimagrisca in Egitto è fuor di dubbio. Cos’altro puoi fare, con 80 euro al mese?”

Il mio discorso filava, comunque, e fila tuttora.
Non ricordo più esattamente qual era, però.
Ad occhio e croce, doveva essere la costruzione dialettica con cui comunicavo l’unica verità che avevo in testa: “Io voglio andare in Egitto perchè voglio assolutamente andare in Egitto.”
Ma perchè, poi?
Perchè me l’ero messo in testa, suppongo.

La mia qualità della vita si è più o meno decuplicata.
A parità di potere d’acquisto – dignitoso senza sciali – lavoro circa 30 volte meno e con 30 volte più soddisfazioni.
Sento dire che, da voi, vogliono abolire pure i ponti. Fate voi. Che la corsa al consumo, alla ricchezza e allo spreco vada alimentata, a me pare ancora da dimostrare.

E lavorare come, poi?
In Italia, da un po’ di anni, la consegna per chi fa il mio mestiere (nelle lingue, almeno) è ‘Promuovere!’.
Promuovi quello perchè è sensibile e altrimenti soffre, promuovi quell’altro perchè ha i traumi, promuovi Tizio perchè è uno studente lavoratore, promuovi Caio perchè è amico di Tizio, promuovi Sempronio perchè, cribbio, noi siamo un’impresa e le statistiche dei promossi devono essere alte, altissime, e tutti si devono iscrivere da noi.
Promuovi tutti altrimenti non lavori più o, almeno, lavori stancandoti il triplo.
Io, in Egitto, ho riscoperto il piacere di promuovere la gente semplicemente perchè ha studiato.
Ancora un po’ e piangevo di commozione, mentre me ne rendevo conto.
Poi sono buffi, gli egiziani, sempre ossessionati dalla loro dilagantissima corruzione, e sono buffi pure gli stranieri che scuotono la testa e ti dicono che, tzk, qui ci sono i prof egiziani che si fanno pagare le lezioni private etc. etc.
Sì, lo so.
Ma io non vengo da Francoforte, vengo dall’Italia.
A me pare che l’unica, vera differenza tra i guasti del sistema italiano e quelli del sistema egiziano è che, in Egitto, i prof ci guadagnano qualcosa.
Noi, le porcherie le facciamo gratis.

Ma poi, insegnamento a parte, voi non sentite che si lavora peggio?
Io ci ho vissuto felice per anni, a Milano.
Non c’era altro da fare che lavorare (e che vuoi fare, al buio e al freddo?) ma era divertente. Era una gara a fare sempre meglio, ti fidavi del lavoro degli altri, sentivi adrenalina quando mettevi in moto la macchina, era bello. Imparavi un sacco.
Poi è cambiata. Non l’ho avuta solo io, questa sensazione.
Si è incialtronita, Milano.
Ha perso la bravura e le è rimasta la boria.
E, francamente, se a una città del genere togli l’orgoglio di lavorare bene, non so cos’altro possa avere.

Certo, sono cambiata anch’io: ho smesso di avere 30 anni ed ho cominciato ad averne 40.
Non vorrei fare autocoscienza: mi limito a considerarmi un campione rappresentativo della popolazione.
E’ arrivato un momento in cui io ho concluso che non era giusto dover far tanta fatica.
Una fatica molto femminile, tra l’altro: io ricordo la spesa del Sabato – dopo una settimana di lavoro folle – come un incubo che potrebbe ancora farmi svegliare di notte, urlante. La coda, il rimanere ore in piedi, il disumano sollevamento pesi sotto la pioggia o la neve. Io non ne potevo più.
Non ne ho la forza.
Ho deciso che, non solo ero delicata, ma avevo pure il diritto di esserlo.
Femminismo??? Ma voi siete pazzi!!
Io sono una debole femminuccia – cazzo – e mai più voglio fare l’Hulk in gonnella che crede di essere in carriera mentre si avvia festosa verso il macello.
E il fatto è che un paese islamico ti salva la vita, sì.

Qui, i mestieri esistono ancora e nessuno si aspetta che tu faccia tutto.
Tu fai la prof? Poi c’è quello che, di mestiere, svuota il carrello della tua spesa e quello che riempie i sacchetti. Nei negozi ci sono le sedie ma, soprattutto, c’è quello che ti porta a casa la roba, fosse pure un chilo di zucchero. Alla stazione c’è il facchino. Nei palazzi ci sono i portieri.
In un paese islamico, io godo di tutti i vantaggi dell’essere una donna e vengo sollevata da tutte le fatiche.
E’ l’ultima frontiera di una donna occidentale stanca di guerre, un paese islamico.
E sai quanto ci giochiamo, con questa cosa, tutte quante?
Al minimo problema, una dice all’altra: “Va’ e fa’ la faccia da donna.” E tu vai, sbatti tutte le ciglia che hai, fai la faccia di quella che ha bisogno d’aiuto e, ma guarda che è pazzesco, non resistono.
Non so cosa abbiano gli arabi nel DNA, ma con uno “Ngué” femminile li smonti a pezzetti piccoli e quello che, un attimo prima, era impossibile, un attimo dopo è lì.
Che, poi, la vita è fatta di queste cose. Non di massimi sistemi.
La vita è da quando ti alzi la mattina a quando vai a letto la sera, e quante volte hai sorriso tra i due momenti.

Poi, certo, io mica sono espatriata perchè ero stufa di fare la spesa…
Berlusconi al potere, è stato.
L’ultima goccia.
L’incarognimento al potere, è stato.
L’ LSD mediatico che ha cominciato a calare sull’Italia, lo stravolgimento di ogni realtà e di ogni buon senso, il comprare miraggi in edicola ogni mattina – come se non ne avessimo avute già abbastanza, di cose inutili da comprare – e mezza Italia che trovava la propria ragione d’essere nell’odiare gli altri.
Un paese di poveracci, stavamo diventando, talmente distratti dall’esigenza di applaudire i guadagni altrui da dimenticare completamente l’evidenza del proprio diventare sempre più straccioni.
Una follia generale, con i media ti dicono che tu sei così e colà (bello, ricco, felice, moderno, ammericano) e tu ci credi, quando basterebbe uno specchio per avere una percezione più realistica di se stessi e del mondo.
Un mondo di marionette che si arrogano il diritto di spiegare agli altri come dovrebbero essere.
Io me ne sono scappata, e a gambe levate. E me ne sono andata dagli altri, appunto.
I quali, di farsi spiegare da noi come dovrebbero essere, fanno del tutto a meno. Saggiamente.

Io mi sento come una che è evasa da Marte ed è tornata ad abitare tra gli umani.
Sono fin troppo cinguettante?
Sembro “una pensionata in gita”, come diceva un acido commentatore l’altro giorno?
E che devo fare.
Provateci voi.
Venite qui. Fatevi la mattinata che mi sono fatta io, a comprare menta e cartocci di gamberi sotto al sole, a ridere col taxista che ti vuole insegnare l’arabo, ad uscire dalla banca con un mucchio di banconote senza avere paura, a guardarti intorno e sentire che, porca miseria, sei contenta di stare al mondo.
A me non succedeva da un sacco di tempo. Adesso mi succede.
Sembro in gita? Lo sono. E spero che mi duri molto. Moltissimo.

Io, degli arabi, fino a questo momento ho capito solo una cosa: che andrebbero lasciati in pace.
Questo è un mondo con un sacco di problemi ma non è un mondo infelice.
Qualsiasi cosa abbiano (la religione, certo) funziona, e ti si contagia pure.
Lasciamoli in pace, davvero.
Che rimanga un posto sulla Terra dove poter fuggire, quando il mondo che abbiamo fatto noi diventa insopportabile.