Stavo pensando al servizio di leva obbligatorio e al fatto che, abolendolo, non è che si faccia proprio un gran favore alla democrazia.

Non ne so niente, in realtà. Non l’ho fatto, non ho figli maschi e non me ne è mai fregato niente. Ho pensato per anni che abolirlo fosse una buona cosa, ma era uno di quei pensieri a metà tra l’ideologico e l’astratto e a cui non dedichi, in fondo, alcuna attenzione.
Se adesso mi vengono a dire che c’è ancora, la leva obbligatoria, o che magari non c’è mai stata, io dico “Ah!” e amici come prima.

Però i miei ricordi cinematografici parlano di giovanotti americani che dovevano andarci per forza, in Vietnam, e che magari scappavano in Canada per evitarlo.
Perchè adesso non è più così? Non lo so e me ne accorgo adesso. Non c’è nulla di cui vergognarsi nel non saperlo, credo: magari passa di qua lo Zio e me lo spiega, e io imparo una cosa nuova.

Quello che io so è che mezzo mondo parla e decide di guerre sapendo di non essere chiamato a combatterle.
Non fa bene, ne sono certa.
Tutte queste pulsioni di morte, tutta quest’adrenalina, queste energie compresse, questa paura e quest’odio senza sbocco, senza catarsi.
Non può essere. Come non impazzire, quando è così?

Da certe malattie dello spirito si guarisce riacquistando una dimensione corporea, facendosi abbastanza male da avere voglia di rivalutare l’essenziale.
Un po’ come con la febbre: è terribile averne poca, quel 37,2 che ti fa sentire uno straccio e non possa mai.
Meglio diventare bollenti, andare a fuoco, sudare e, una mattina, risvegliarsi come nuovi. Purificati. E felici di stare bene, soprattutto, e ben disposti verso il mondo.

Noi non andiamo in guerra da un po’ di generazioni. E abbiamo ‘sto virusino distruttivo che serpeggia e non possiamo guarirne, non riusciamo nemmeno a identificarlo come si deve.

Da Gaspar leggo:
John Pilger, visiting professor a Cornell, nota la qualità surreale della campagna elettorale americana, e dice:

Not a word suggests that the invasion was a colonial conquest, deliberate like any other, and that 60 years of international law make it ‘the paramount war crime’, to quote the Nuremberg judges. Not a word suggests that the American onslaught on the population of Iraq was and is systematically atrocious, of which the torture of prisoners at Abu Ghraib was merely a glimpse.

Come è possibile votare, decidere ma anche, semplicemente, vivere mantenendo la realtà così distante? Avere così poco bisogno di capire cosa si fa, cosa si è?
E’ possibile perchè, a votare, vanno cittadini che non muoiono, credo.
O, meglio: muore chi tra loro è pagato per morire, chi è “fatto apposta”. Al cittadino medio non può succedere. Quindi gli dici ciò che vuoi, al cittadino medio, e lui ti crede.

Sto cercando di immaginare cosa succederebbe se, a fare le guerre, ci mandassero soldati di leva.
I ragazzi di adesso, mica quelli di un tempo. Questi qui, che sono consumatori, hanno il loro bravo potere d’acquisto e quindi contano e, se gli si chiedesse di correre il rischio di morire, comincerebbero a chiedere spiegazioni più dettagliate di quanto non facciano al momento.
Se invece muore solo chi è fatto apposta per correre il rischio di morire, nessuno si sforza più di tanto a chiedere cosa diamine stia succedendo, con esattezza. Abbiamo tutti bisogni più impellenti: le tasse, il prezzo delle patate, queste cose qui.

A me pare che – soprattutto in democrazia – chi è in guerra abbia il dovere di morire.
In prima persona, dico.
Senza delegare l’incombenza alla servitù.
Lo trovo un dovere, ancor prima che etico, naturale, legato al mantenimento della salute sociale. Un’irrinunciabile tassa da pagare al mantenimento della consapevolezza e del senso di realtà.
Non credo che ci sia alcuna assunzione di responsabilità possibile, senza questo piccolo passo previo. E senza assunzione di responsabilità, la democrazia è una scatola vuota e i cittadini non crescono più. Rimangono dei bamboccioni, infelici e isterici.
Ho l’impressione che i bamboccioni in questione siano la categoria sociale più rappresentativa della nostra civiltà.

Ieri a Leonardo è venuto fuori un post dal lessico degno di un referto ospedaliero: tagliare, medicare, prolungare un’agonia, calmare il dolore, convivere coi moncherini, prendere il tranquillante, rischiare l’accanimento terapeutico.
Ho pensato che aveva ragione: l’elezione di Kerry mi avrebbe fatto l’effetto di un tranquillante, né più né meno. Ed io, a dire il vero, nutro un profondo disgusto per i tranquillanti.

Un tranquillante è, per esempio, l’ultima cosa che consiglierei a quel malato grave che è, secondo me, la società italiana.
Sospetto che neanche agli americani debbano fare un gran bene.

Dovrebbe succedere qualcosa che ci permettesse di crescere.
Fare il morbillo, fare la scarlattina, fare la guerra. Andare a fare il militare, ma davvero.
E, per le signore, mandare i figli a fare il soldato e perderne un po’, come si è sempre fatto.
E riparlarne dopo un po’ di questa cura, di politica estera e di elezioni.

Una volta Cardini scrisse, più o meno: “Dio non voglia che un giorno ci succeda ciò che ci meritiamo.”
Ma come guarire, se non ci succede?