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Alla fine, e come era prevedibile, Al Qaeda non c’entrava niente con le bombe nel Sinai.
E’ stato un palestinese rifugiato in Egitto aiutato da alcuni beduini.
Non è una buona notizia, secondo me. Dire “Al Qaeda” – qualunque cosa sia – fa sembrare tutto distante e misterioso, toglie razionalità agli eventi facendoli sembrare inauditi e, di conseguenza, irripetibili.
Quello che è successo, invece, è tutto fuorchè irrazionale. Situandosi perfettamente all’interno di una dinamica di causa-effetto, è perfettamente ripetibile.

Io avrei 20 giorni di vacanza, al momento.
Da gestire con un pelino di austerity, ché a Natale vado in patria e lo choc del passaggio all’euro ve lo raccomando.
Pensavo di andare qualche giorno a Dahab ma, dopo la telefonata di Jose, ci sto ripensando.

Dice Jose che si sta benissimo e sembra Agosto. Però: “Guarda che i prezzi sono raddoppiati!”
La stanza d’albergo che quest’estate mi costava 50 LE adesso ne costa 120, per dire.
“E come è possibile??”, esclamo stupefatta.
“Perchè è tutto pieno. Strapieno, anzi.”
“Ma come, pieno?? Ci sono gli israeliani??”
“Sì, a valanghe. Sono spariti giusto i primi tre giorni dopo l’attentato, dopodichè sono tornati in massa. Qui è tutto pieno, ti dico.”

Be’, posso pure capirlo, quest’impazzimento dei prezzi: gli albergatori avranno pensato: “Se nemmeno con le bombe se ne vanno, i turisti, cosa vuoi che sia un ritocco al listino?”
Il cielo li fulmini.

A margine, non è che la cosa mi piaccia moltissimo: credo di dimostrare abbondantemente che non ho paura, in Egitto, però confesso di non avere molta voglia di trovarmi in un albergo pieno di israeliani, di questi tempi.
Per questo dicevo che l’identificazione dei colpevoli dei fatti di Taba non è una buona notizia: con quello che succede non è improbabilissimo che aumenti, la gente a cui saltano i freni.

Quello che succede: qui si parla di party in strada, a Gerusalemme, per brindare alla morte di Arafat. Ho postato un’immagine festaiola nel post qui sotto. L’effetto non è molto dissimile da quello che si provò da noi nel vedere le scene di allegria nel mondo arabo dopo l’11 settembre. Sorge un po’ lo stesso tipo di incazzatura vagamente aggressiva, non so se mi spiego.
E quell’altro simpaticone del ministro di Giustizia israeliano, che risponde all’appropriato nome di Yosef Lapid e dichiara che a Gerusalemme vengono sepolti re ebrei e non terroristi arabi.
Non per dire ma, al di là di Arafat, dispiace vedere una sintesi tanto riduttiva di una città che è santa anche per l’Islam e per il Cristianesimo.

Bah. Come dicevo, non ho mai avuto paura in Egitto.
Però al momento ho un istinto che mi dice di andare a Basata, se voglio andare nel Sinai, o a Dahab, certo, ma in uno di quegli alberghi che espongono la bandierina palestinese all’entrata e dove, di conseguenza, gli israeliani non vanno.
Il primo lettore che mi dà dell’antisemita per questo vince un soggiorno di una settimana a Ras Shitan.

La paura.
Io non scrivo il nome della cittadina in cui lavoro per evidenti motivi di privacy degli studenti di cui mi piace, ogni tanto, raccontare le gesta.
Però l’ho vista definita, in un sito di musulmani americani, come “tough place“.
Già.

La gente è buona, lì.
Generosa, leale, tutta d’un pezzo e tanto, tanto testona. In situazione di normalità, ti danno il cuore e quello che vuoi tu. E, finchè ci vivevo, mi sentivo sicura manco fossi stata in una cassaforte.

Però non ci vivo più, lì: faccio la pendolare e, con lo zaino dei libri in spalla, sembro una turista. E la città è chiusa al turismo, a meno che non sia scortato dalla polizia.
E l’epoca che viviamo non è normale.

L’abbiamo notata, Taba, nelle nostre trasferte settimanali in Alto Egitto.
Molta più polizia, molti più controlli e una piccola, strisciante inquietudine che io sento quando sto con la collega, stranamente, e non sento quando sono sola.
L’altra settimana sono andata sola e mi hanno offerto il tè all’internet cafè, ho incontrato studenti, ce la siamo chiacchierata: pareva piccola e calda come quando ci vivevo, la cittadina, e l’Egitto non turistico è la cosa più bella del mondo, quando ti accoglie.
Normalmente, però, siamo in due, e si forma come un velo tra noi e la città. La lingua straniera in cui ci esprimiamo, un certo nostro inconsapevole coalizzarci, piccole cose quasi impercettibili che, tuttavia, ci rendono estranee al contesto più di quanto non lo faccia la nostra semplice identità.

E si ha come la sensazione che stia succedendo qualcosa.
Gli scontri in università.
Il collega che dice: “Tra due anni, se la situazione internazionale non cambia, questa zona tornerà incontrollabile come lo era 8 anni fa.”
E poi la rinuncia alla scorta che mi hanno fatto firmare.
Perchè proprio adesso e non l’anno scorso, o a Settembre?

E ‘sti poliziotti che innervosiscono.
Martedì sera mi è arrivato a passo di marcia, il poliziotto, appena sono sbucata verso il binario: “Nazionalità? Cosa fa qui? Che treno prende? Dove va?” E poi in radio: “Un’italiana. Ripeto, un’italiana. Numero di biglietto tal dei tali, carrozza tot, sedile tot.”
E poi è salito sul treno con me e, fino a quando non mi ha visto seduta al mio posto, non se ne è andato.
Una si stressa, che volete da me.

Ogni tanto leggo in giro per internet commenti scandalizzatissimi sulle mie posizioni politiche e accorate denunce di frasi inaudite che avrei scritto.
Confesso che mi dispiace sempre un po’: mi rendo conto che la distanza che mi separa dal sentire comune che c’è in patria cresce sempre di più; abbiamo informazioni diverse, innanzitutto, e vediamo immagini diverse, sentiamo discorsi diversi. Io sono circondata da una sensibilità che non è la stessa che circonda chi è in patria e che, tuttavia, è assolutamente comprensibile, sensata, condivisibile. Direi che non condividerla è impossibile, quando si vede il mondo da quest’angolatura qui.

Però sono una straniera, ovviamente. Non vado in giro con il cuore esposto e se, in Alto Egitto, a qualcuno si spezza qualche freno, io sono la prima a cui conviene mettersi a correre.
E vorrei andare al mare e, guarda che sfiga, la mia spiaggia preferita è all’ombra del più grande casino del pianeta.
(La collega diceva, schifata: “Non dirmi che ci toccherà andare a Sharm con gli italiani, per stare tranquille nel Sinai!”)

Mi sento particolarmente straniera, stasera. Qui e in patria.
A differenza di altre volte, il pensiero mi immalinconisce.