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Tornare al lavoro dopo tre settimane di ozio vuol dire che ti ritrovi a doverti svegliare piu’ o meno all’ora in cui sei solita andare a dormire.
Per consolarmi, e anche per evitare di andare a dormire ora che sono le sette del pomeriggio, ho deciso che oggi scrivero’ il mio diario.

Dunque: sveglia 5:50, sms della collega che ha deciso che non si alza, riflessioni davanti alla caffettiera: “Potrei lanciare un appello sul blog e vedere se qualcuno mi spedisce un’introvabile quanto preziosissima guarnizione nuova in gomma per una moka da uno.”
Accensioni varie del fuoco, a piu’ riprese sconfitto dalle copiose perdite di acqua della suddetta moka.

L’Alto Egitto, di giorno, e’ piu’ caldo del Cairo. Di notte e’ molto piu’ freddo. Determinata a fare a meno delle coperte dell’albergone zozzone, medito sull’opportunita’ di portarmi il sacco a pelo.
Mi scoccio.
Lo sostituisco con un paio di calzini di lana nello zaino.
Lo zaino contiene, in ordine sparso, libri, appunti, pigiama, sacchetto con pane e formaggini, astuccio per penne, sigarette e crema contorno occhi di Lancome. Piu’ i calzini di lana. Altri generi di conforto sono in deposito presso l’armadietto dell’albergone zozzone.
Sarei impeccabile nel mio giacca + tacchi, se solo riuscissi a pettinarmi. Dimentico di chiudere il gas e mi inoltro nella Cairo delle 6:30 del mattino. Il paesaggio urbano comprende qualche sporadico signore col turbante, poche scolare mattiniere, asinelli insonnoliti e cosi’ poco traffico che non sembra nemmeno il Cairo.
Un taxista mi pedina: “Ma devo andare alla metropolitana, sono 300 metri!” “Ma fa niente, la porto!” Poi in metropolitana c’e’ gia’ piu’ gente e quando sbuchiamo all’aperto, gia’ quasi a Giza, di colpo si mettono a ridere tutti: piove.
Si’, piove.
E non sono nemmeno cavallette, e’ proprio pioggia vera.
Non la vedevo da febbraio dell’anno scorso, che impressione.

Da li’ fino al treno per la mia cittadina e’ tutto un dirselo a vicenda, che piove. Si incrociano gli sguardi, si indica il cielo, si sorride complici come di fronte a un’eclissi di sole, si continua a camminare come se non piovesse, senza che a nessuno venga in mente di cercare riparo. Chissa’ se si vendono, gli ombrelli, al Cairo.
Io li ho visti solo d’estate, contro il sole.
A un certo punto e’ praticamente un acquazzone, con odore di bagnato e tutto, e mentre cerco il mio vagone del treno non resisto e mando un sms a Fant per informarlo, tutta emozionata perche’ le gocce cadono sul display. “Pazzesco, piove! Ma che bello!”
Non so se, da Bolzano, tanto entusiasmo sia condivisibile.

In treno correggo gli ultimi compiti tra cui uno che, parlando del rapporto genitori-figli, dice:

Noi figli dobbiamo rispettare le loro opinioni e dialogare in modo gentile, rispettare il loro volere soprattutto davanti agli altri per farli essere orgogliosi di noi.

Soprattutto davanti agli altri. Molto araba, ‘sta cosa.
Nella cittadina, il taxista mi riconosce e mi accudisce come se fossi di porcellana, tutto gioviale e contento, e io accendo la sigaretta ancora con il Ramadan addosso, felice che sia finito.
No che non piove. Figurati. Sole sfolgorante e polvere nelle stradine, solito.
E, come al solito, a lezione mi diverto.
Faccio lezione volontaria e non retribuita in terza, che’ il nuovo prof ministeriale non arriva ed e’ da ottobre che lo aspettiamo. E i ragazzi hanno l’esame a Gennaio, dimmi tu.
Mi chiedo dove sia. Mi chiedo se lo manderanno, prima o poi. Mi chiedo se prende lo stipendio, intanto. Mi chiedo.

E, mentre me lo chiedo, son li’ che recito il Magnifico Lorenzo davanti a una platea di giovani musulmani duri e puri e, festosa, intono:

Quant´é bella giovinezza.
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c´é certezza.

Mi guardano un po’ schifati.
“Bacco, il dio del vino…” E loro tutti a ridere, che ‘sta storia del dio del vino li fa scompisciare. E ci si sente altamente improbabili, a raccontare di ninfe e di satiri davanti a ‘ste faccette che si induriscono un po’ sotto al velo e a cui la nostra associazione tra il vino e l’allegria fa lo stesso effetto che a noi provocherebbe una poesia coreana sulla bonta’ delle bistecche di cane col soffritto d’aglio.

Due ore prima avevo spiegato il termine “cavatappi” in seconda.
Mica facile: “Avete presente una bottiglia di vino?” “No”.
E allora disegna la bottiglia, disegna il tappo, disegna il ferretto a spirale, mima l’apertura della bottiglia e resisti alla tentazione di fare il “Plop!” finale.
“Capito?” “Capito!”

In quarta hanno pronti i temi sul loro futuro.
Una musulmanina mi placca subito: “Prof, il tema e’ per lei ma non me lo faccia leggere davanti ai compagni.”
“Perche’?”
“Perche’ dentro ci sono tutti i miei sogni.”

Poi c’e’ chi lo vuole leggere, invece, e piu’ che un tema pare un comizio e, no, non abbiamo futuro. Ma su ‘sti temi faro’ un altro post.
Intanto si vola basso ed io continuo con la mia battaglia antiretorica, soprattutto in seconda.
“Senti, io ti ringrazio molto, ma forse scrivere che la gioventu’ italiana e’ ‘molto perfetta’ e’ un pelino esagerato. No, anche ‘perfetta‘ da solo non va bene. Se proprio vuoi, parla di come mostrano le proprie qualita’, non la propria perfezione. Non so come lo diresti in arabo, ma in italiano si usano termini meno assoluti. E poi smettetela di cominciare tutti i temi con un ‘senza dubbio‘. Ma siete sempre senza dubbi?? E fatevene venire qualcuno, dai!”
“Ma prof, e’ lo stile anglosassone! Come negli articoli di li’, che cominciano tutti con ‘No doubt’. Voi no?”
Faccia spiazzata della prof.

Poi, firuli’ firula’, finisco e mi inoltro nella giornata di sole fino al solito ristorante, in pace con il mondo e felice di mettermi a tavola, che’ si sono fatte le 4 e io sono sveglia dalle 6.
E, all’entrata, e’ tutto transennato con un nastro giallo, come quando c’e’ un incidente.
“Che roba e’??” E il poliziotto ride.
Me lo spiega il cameriere: “No, e’ perche’ a Taba ci sono stati problemi per i turisti, avra’ saputo. Ma non si preoccupi, e’ solo una misura di sicurezza.”
Vabbe’.
Complimenti per il tempismo a parte, io continuo a rimanerci male, per queste cose. E, davanti alla birretta e dietro al nastro giallo, la mia sensazione di sintonia con il mondo si dissolve e arriva la stanchezza, ma forse era anche ora.

Shish Tawouk con accompagnamento di una cosa fatta con le zucchine e la bechamel e la carne trita. Birra Stella. Sottaceti. Te’ senza menta.
Poi internet cafe’ e mi metto a scrivere per passare il tempo e non pensare a quanto sono idiota, che’ vorrei proprio sapere perche’ diamine non l’ho portato, il sacco a pelo.
Lo sento gia’, il freddolino che arriva dritto dal deserto, e me li faro’ fritti, i miei stupidi calzini di lana.