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Quando non conta la cosa che dici ma il tuo tono, il tuo modo, e la posizione del tuo corpo, il tuo sguardo, come tieni le mani e, insomma, ciò che sei mentre la dici.
Conta il fatto che in quello che dici ci sei tu. E a quello si risponde, non a ciò che hai detto.
Quando, insomma, l’altro non registra le tue parole. Registra solo che provengono da te e, quindi, sono una manifestazione come un’altra del tuo essere. Opportuna o inopportuna sempre in quanto tale, mai in base ai contenuti che cerchi di esprimere.

E quindi: “Non scocciare, ragazzina”, e il padre (marito, fidanzato, fratello, quello che vuoi: questa è una violenza di genere, ahimé) ti archivia perchè lui è manageriale, iper-razionale, realista, sintetico, va al dunque, inquadra, analizza, esamina e conclude soprattutto se non gli rompi le balle con questa tua dialettica (“ma no, è una frase!”) emotiva (“emotiva???”) polemica (“ma non sto facendo polemica!”) e vagamente letteraria da sfaccendata (“ma io…”).

Poi passano gli anni. Una cresce, l’altro invecchia e tu non glielo dici che avevi anche cercato di spiegarglielo, che in fondo pensava e diceva stronzate. Non glielo dici e non glielo dirai mai per misericordia di genere. Tra i nostri ruoli c’è quello di proteggerglielo, l’ego, ai grandi uomini della nostra vita.

Però, per quanto si cresca, sono due ex bambine mortificate quelle due prof di una certa età che limano insieme la lettera importante da spedire, per lavoro, a un altro uomo: “Limala di più. Falla più asettica. Togli tutti gli aggettivi, elimina la necessità di virgole, qui pare che divaghiamo, niente considerazioni personali, freddezza operativa, iper-razionalità, spersonalizzazione. Surgelamento. E’ abbastanza sintetica, secondo te?”

La regola è: “Sparisci da ciò che dici, se vuoi essere credibile.”
Che poi è uno dei classici motivi per cui, tra signore, la credibilità è una conquista ardua e dai costi personali elevati.