Guida alla liberazione dell’Iran

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Da Iranians for Peace, preziosi suggerimenti per una liberazione efficiente ed efficace.
Grazie a Mirumir, sempre sulla notizia.

(P.S. Da residente al Cairo, non posso non notare che devono avere il nostro stesso fornitore di armi chimiche, laggiù.)

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2 Commenti

  1. Pubblicato 1 marzo 2005 alle 11:39 | Link Permanente

    A proposito di Iran e di donne che sanno raccontare, segnalo lo splendido Persepolis di M.Satrapi.
    http://www.randomhouse.com/pantheon/graphicnovels/persepolis.html
    Si tratta della storia autobiografica di un’iraniana che vive il periodo della cacciata dello scia e dell’avvento della teocrazia. Il tutto condito dalle esperienze personali e dal confronto tra Europa ed Iran.
    Essendo una storia a fumetti e’ anche adatto per chi di solito evita argomenti “pesanti”.
    Io l’ho letto nella versione originale (francese), ed ora e’ stato tradotto anche in inglese e italiano.

  2. Hamida
    Pubblicato 3 marzo 2005 alle 21:44 | Link Permanente

    Sono Hamida,sono musulmana e vivo felicemente a Tehran, spero che agli Americani non “venga in mente” di “liberarmi/ci” nello stesso modo descritto dall’articolo che vi giro! Khoda hafez.

    Fallujah: finalmente la verit?
    19 febbraio 2005

    Il Dott. Salam Ismael lo scorso mese ha portato aiuti a Fallujah.
    Questa ? la storia di come gli Stati Uniti hanno assassinato una citt?

    ALL’INIZIO fu l’odore che mi colp?, un odore difficile da descrivere
    e che non dimenticher? mai. Era l’odore della morte. Centinaia di
    cadaveri che si stavano decomponendo nelle case, nei giardini e nelle
    strade di Fallujah. I corpi marcivano dove erano caduti, corpi di
    uomini, donne e bambini, molti per met? mangiati dai cani randagi.

    Una ondata di odio aveva spazzato via due terzi della citt?,
    distruggendo case e moschee, scuole ed ospedali. Era la tremenda e
    spaventosa potenza dell’assalto militare degli USA.

    I racconti che sentii nei due giorni successivi vivranno in me per
    sempre. Voi potete pensare di sapere ci? che ? accaduto a Fallujah.
    Ma la realt? ? peggiore di quanto forse potreste avere immaginato.

    A Saqlawiya, uno degli improvvisati campi profughi che circondano
    Fallujah, abbiamo trovato una vecchia di 17 anni. “Sono Hudda Fawzi
    Salam Issawi del distretto di Jolan a Fallujah”, mi disse, “Cinque di
    noi, compreso un vecchio vicino di 55 anni, quando ? cominciato
    l’assedio sono rimasti intrappolati insieme nella nostra casa a
    Fallujah.

    “Il 9 novembre i marines americani sono arrivati alla nostra casa.
    Mio padre ed il vicino andarono alla porta per incontrarli. Non
    eravamo combattenti. Pensavamo di non avere nulla da temere. Sono
    corsa in cucina per mettere il velo, dal momento che dovevano entrare
    in casa degli uomini e sarebbe stato inopportuno farmi vedere a testa
    scoperta.

    “Questo mi ha salvato la vita. Appena mio padre ed il vicino si
    avvicinarono alla porta gli americani aprirono il fuoco su di loro.
    Morirono all’istante.

    “Io e mio fratello di 13 anni ci nascondemmo in cucina, dietro al
    frigorifero. I soldati entrarono nella casa e presero mia sorella
    maggiore. La picchiarono. E quindi le spararono. Ma non videro me.
    Appena se ne erano andati, ma non prima di avere distrutto i nostri
    mobili ed avere rubato il denaro dalla tasca di mio padre”.

    Hudda mi raccont? di come ha confortato la sorella morente leggendo
    versi del Corano. Dopo quattro ore la sorella mor?. Per tre giorni
    Hudda e suo fratello sono rimasti con i loro partenti assassinati. Ma
    avevano sete e da mangiare avevano soltanto pochi datteri. Temevano
    che i soldati sarebbero ritornati e decisero di provare a scappare
    dalla citt?. Ma vennero individuati da un cecchino USA.

    Hudda venne colpita ad una gamba, suo fratello correva ma fu colpito
    alla schiena e mor? all’istante. “Mi preparai a morire”, mi
    disse. “Ma fui trovata da una soldatessa americana che mi port?
    all’ospedale”. Alla fine si ricongiunse ai membri sopravvissuti della
    sua famiglia.

    Trovai anche altri sopravvissuti di un’altra famiglia del distretto
    di Jolan. Mi dissero che alla fine della seconda settimana di assedio
    le truppe USA percorsero Jolan. La Guardia Nazionale irachena
    utilizzava altoparlanti per chiedere alla gente di uscire dalle case
    portando bandiere bianche, portando con se tutti i loro effetti
    personali. Venne loro ordinato di raccogliersi fuori vicino alla
    moschea di Jamah al-Furkan, nel centro della citt?.

    Il 12 novembre Eyad Naji Latif ed otto membri della sua famiglia, uno
    di loro un bambino di sei mesi, raccolsero i loro effetti personali e
    camminarono in una unica fila, secondo le istruzioni, verso la
    moschea.

    Quando raggiunsero la strada principale all’esterno della moschea
    udirono un grido, ma non riuscirono a capire cosa veniva gridato.
    Eyad mi ha detto che poteva essere stato “ora” in inglese. Poi
    iniziarono gli spari.

    I soldati USA apparvero dai tetti delle case circostanti ed aprirono
    il fuoco. Il padre di Eyad venne colpito al cuore e sua madre al
    petto.

    Morirono all’istante. Anche due dei fratelli di Eyad furono colpiti,
    uno al petto ed uno al collo. Due delle donne vennero colpite, una ad
    una mano e l’altra ad una gamba.

    Quindi i cecchini uccisero la moglie di uno dei fratelli di Eyad.
    Quando cadde, suo figlio di cinque anni corse da lei e rimase sopra
    il suo corpo. Uccisero anche lui.

    I sopravvissuti fecero ai soldati dei disperati appelli perch?
    cessassero il fuoco.

    Ma Eyad mi disse che ogni volta che uno di loro tentava di alzare una
    bandiera bianca veniva colpito. Dopo diverse ore prov? di alzare il
    braccio con la bandiera. Ma lo colpirono al braccio. Infine prov? ad
    alzare la mano. Cos? lo colpirono alla mano.

    I cinque sopravvissuti, compreso il bambino di sei mesi, stettero
    distesi sulla strada per sette ore. Poi quattro di loro strisciarono
    fino alla casa pi? vicina per trovare riparo.

    Il mattino successivo anche il fratello che era stato colpito al
    collo riusc? a strisciare verso la salvezza. Rimasero tutti nella
    casa per otto giorni, sopravvivendo di radici e di una tazza d’acqua
    che avevano risparmiato per il bambino.

    L’ottavo giorno furono scoperti da alcuni membri della Guardia
    Nazionale irachena e portati in ospedale a Fallujah. Essi sentirono
    che gli americani arrestavano tutti gli uomini giovani, cos? la
    famiglia fugg? dall’ospedale e ottenne finalmente delle cure in una
    citt? vicina.

    Essi non sanno in dettagli cosa accadde alle altre famiglie che erano
    andate verso la moschea come ordinato. Ma mi dissero che la strada
    era bagnata di sangue.

    Ero arrivato a Fallujah in gennaio come parte di un convoglio di
    aiuti umanitari finanziato da donazioni britanniche.

    Il nostro piccolo convoglio di camion e pulmini portava 15 tonnellate
    di farina, otto tonnellate di riso, medicinali e 900 capi di
    vestiario per gli orfani. Sapevamo che migliaia di profughi erano
    accampati in condizioni terribili in quattro campi alla periferia
    della citt?.

    L? sentimmo racconti di famiglie uccise nelle loro case, di feriti
    trascinati in strada ed investiti con i carri armati, di un container
    con dentro i corpi di 481 civili, di assassinio premeditato,
    saccheggio ed atti di ferocia e crudelt? che superano ogni
    immaginazione.

    Per tale motivo decidemmo di entrare a Fallujah a investigare. Quando
    entrammo in citt? quasi non riconoscevo il posto dove avevo lavorato
    come medico nell’aprile del 2004, durante il primo assedio.

    Trovammo persone che vagavano come fantasmi tra le rovine. Alcuni
    cercavano i corpi dei parenti. Altri cercavano di recuperare dalle
    case distrutte alcuni dei loro beni.

    Qua e l?, piccoli gruppi di persone facevano la coda per carburante o
    cibo. In una coda alcuni sopravvissuti lottavano per una coperta.

    Ricordo di essere stato avvicinato da un’anziana donna, i suoi occhi
    gonfi di lacrime. Mi afferr? per il braccio e mi raccont? di come la
    sua casa era stata colpita da una bomba USA durante un’incursione
    aerea. Il soffitt? crollo sul figlio di 19 anni, tagliandogli
    entrambe le gambe.

    Non pot? ottenere aiuto. Non poteva andare in strada perch? gli
    americani avevano postato cecchini sui tetti ed uccidevano chiunque
    si avventurasse fuori, anche di notte.

    Fece del suo meglio per fermare l’emorragia, ma fu inutile. Rimase
    con lui, il suo unico figlio, finch? questi mor?. Ci vollero quattro
    ore perch? morisse.

    Il principale ospedale di Fallujah fu preso dalle truppe USA nei
    primi giorni dell’assedio. L’altra sola clinica, la Hey Nazzal, venne
    colpita due volte dai missili USA. I suoi medicinali e l’attrezzatura
    medica vennero tutti distrutti.

    Non c’erano ambulanze, le due ambulanze che venivano ad aiutare i
    feriti furono colpite e distrutte dalle truppe USA.

    Abbiamo visitato case del distretto di Jolan, un’area povera di
    lavoratori nella parte nord occidentale della citt? che era stata il
    centro della resistenza durante l’assedio di aprile.

    Sembrava che questo quartiere fosse stato scelto per la punizione
    durante il secondo assedio. Ci spostavamo di casa in casa, scoprendo
    famiglie morte nei loro letti, o abbattute in soggiorno o in cucina.
    Tutte le case avevano i mobili fracassati ed i beni sparpagliati.

    In alcuni posti trovammo corpi di combattenti, vestiti in nero e con
    le cartucciere.

    Ma, nella maggior parte delle case, i corpi erano di civili. Molti
    erano in vestaglia, molte delle donne non avevano il velo, il che
    significa che nella casa non vi erano altri uomini che quelli della
    famiglia. Non vi era nessuna arma, nessun bossolo.

    Ci divenne chiaro che eravamo testimoni delle conseguenze di un
    massacro, il macello a sangue freddo di civili inermi ed indifesi.

    Nessuno sa quanti sono morti. Ora le forze d’occupazione spianano i
    quartieri con i bulldozer per coprire il loro crimine. Ci? che ?
    accaduto a Fallujah ? stato un atto di barbarie. La verit? deve
    essere raccontata al mondo intero.

    Assieme a questo articolo si dovrebbero leggere i seguenti:

    Eyewitness in Fallujah
    http://www.socialistworker.co.uk/article.php4?article_id=5892

    Sorrow and fury as the dead are buried in Fallujah
    http://www.socialistworker.co.uk/article.php4?article_id=5885

    Fallujah timeline
    http://www.socialistworker.co.uk/article.php4?article_id=5886

    To show the reality is also a form of resistance
    http://www.socialistworker.co.uk/article.php4?article_id=5893

    Fallujah: the truth at last
    http://www.socialistworker.co.uk/article.php4?article_id=5891

    Il video che accompagna questo rapporto si trova nel sito Information
    Clearing House:
    http://www.informationclearinghouse.info/article8076.htm
    The Legacy of Fallujah, video features Dr Salam Ismael

    Attualmente il governo britannico rifiuta al Dott. Salam Ismael il
    reingresso in Gran Bretagna.

    http://freebooter.da.ru/

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