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Il delirio trash che va in onda da Sherif ha dell’appassionante, per gli amanti del genere.

Scopro di essere anche molto citata nel putiferio generale, ma questa degli Uomini Egiziani vs. Donne Italiane è proprio una mischia nella quale non riesco a cacciarmi.
Sherif se la cava splendidamente, del resto, e gli sto anche scoprendo una vena ironica che, finora, era restata un po’ in ombra.
Lettura da seguire armati di bevanda e pop-corn, quindi, un po’ come certi film di Buzzanca trasmessi a tarda notte.

Non che non ce ne siano, poi, di cose serie da scrivere sull’argomento.
Ce ne sarebbero a bizzeffe ma Haramlik, in questo periodo, è sul moscetto e non ha voglia di cose serie.
Posso al massimo costituirmi: temo che un bel po’ degli sciupafemmine attuali e futuri di Sharm, Hurgada e simili lo abbiano imparato da me, l’italiano, e da quello che leggo sul sito delle arrabbiatissime signorine che Sherif, a parer mio, ha già linkato abbastanza, è un po’ come se gli avessi insegnato a sparare. Ci sono dei “Ti amo” che devastano a vita, gessù.

Non ho voglia di cose serie, dicevo, né di analisi socioeconomiche delle relazioni tra camerieri che prendono 50 euro al mese e turiste che ne guadagnano 1000 o 2000, e non ho voglia di raccontare da dove vengono e che pensano e sognano in realtà i miei sciupafemmine futuri, studenti attuali.
Domani, magari. Stasera no.

Questa società impastata di fede e fisicità è molto erotica, in realtà.
Un collega, ridendo, mi diceva: “Cribbio, questi ti fanno mettere in discussione le tue certezze più radicate, in campo sessuale! Ti guardano con quegli occhioni neri e ti dicono ‘Prof, io ti amo’ e tu rimani lì come uno scemo.”
E io: “Perché non ti ha toccato un’estetista! Perché non hai avuto vicine nude e gementi nell’hammam!”
Ci si racconta i turbamenti, insomma, e da raccontare ce n’è. Complice anche la lingua araba, per la quale dire a un prof (maschio quanto te) che lo ami è una manifestazione di stima, non l’appassionata confessione gay che sarebbe in Italia.

Di amori misti ne conosco ormai un bel po’, ma è un fatto che noi italiane (assieme alle russe, che però hanno anche una nutrita rappresentanza di prostitute professioniste e la cui definizione è quindi più altalenante) siamo ormai un piccolo fenomeno sociale, da queste parti.
Chissà cosa abbiamo: da parte italiana c’è una sorta di inconfessabile (è politicamente scorretta) voglia di maschio, direi; e lo capisco anche.

Gli egiziani, quando sono belli, lo sono parecchio.
Soprattutto, sono belli al naturale: la costruzione, la palestra, il taglio di capelli, l’occhiale scuro e la maglietta figa dei nostri connazionali possono essere letti facilmenti dal nostro cavernicolo inconscio (e l’inconscio è cavernicolo o non è) come altrettanti trucchi femminileggianti anziché no.
Questi, se sono belli, è proprio perché così li ha fatti la loro mamma: soprattutto per le italiane, un simile prodotto è una rarità che ti può stendere.
E poi non si guardano allo specchio, guardano te. Uh, se ti guardano. Mancano, insomma, delle nevrosi standard (narcisismo femminileggiante, insicurezza, calo del desiderio, afasia e introversione affettiva) dei maschi nostrani. O, almeno, così sembra. E una è contenta, certo che sì. Almeno fino a quando non comincia a conoscere le nevrosi locali, ma quello è un altro discorso.

Non mi ci cimento, in questo discorso, perché il filo tra la sensatezza e la stupidità totale è veramente troppo sottile e perché, davvero, gli egiziani meno egiziani d’Egitto sono quelli che lavorano nel turismo.
Gente che, in buona parte, arriva dalla provincia o dalle zone rurali e che va lì sapendo già che, se vuole sbarcare il lunario, gli tocca scoparsi le straniere.
E quando Sherif parla di ‘turismo sessuale’ ha perfettamente ragione, anche se ‘ste signorine non lo capiranno mai e, comunque, mica hanno responsabilità a livello individuale.
E’ generale, il problema, e i bravi ragazzi che io strapazzo in classe e che hanno un cuore come una cattedrale, dopo un anno a Sharm saranno persone diverse: più cattive, più disilluse sul mondo, infinitamente più stronzi e disonesti.
E’ un peccato, ma le signorine non lo sapranno mai: li vedono già a Sharm, loro. Cosa ne sanno di ciò che erano prima?

Oddio, no, per un attimo ho fatto la seria.
Marcia indietro, presto.

Le italiane, dunque: bone, curate, disinvoltissime la prima sera e impiastri totali dalla seconda in poi.
Incapaci di fermarsi sul ruolo che si sono scelte: ma cielo santo, bambina, non avevi detto che hai tre fidanzati e che vuoi un’avventura? Cosa ci fai, la mattina dopo, attaccata a un telefono? Cosa ti piangi, cosa ti preghi, cosa gli fai scene?
E perché, soprattutto perché devi parlare tanto?
Perché cercare di controllare le cose a base di parole, di teorie, di sailcavolo? Anche se, questo, lo capisco bene. Oh, se lo capisco.
E’ una stronzata che pratico anch’io, e del resto mica lo condividiamo invano, il passaporto.

E tuttavia confesso che lo condividiamo solo in questo, il passaporto: a costo di fare incazzare tutti, egiziani ed italiane, sento di dover dichiarare che io, ahimé, il “fascino dell’egiziano” non lo subisco.
Curioso, no?
Adoro questo paese, mi è simpaticissima la sua gente, sento una forte empatia verso miliardi di aspetti di questa cultura.
Con il solo limite delle cose di cuore.

E mi piacerebbe subirlo, ‘sto famoso fascino, specie adesso che inauguro una single-aggine che non praticavo da parecchio e che mi apre nuove prospettive sul mondo. Però no. O, almeno, lo subirei se l’egiziano in questione fosse muto. E invece parlano, maledizione, e qui (questo è qualcosa di più di un semplice stereotipo, giuro) c’è una retorica del corteggiamento che è superiore alle mie forze.
La luna.
Le stelle.
I tuoi splendidi occhi.
La cosa speciale e irripetibile.
La persona meravigliosa che sei e che lui ha indovinato dal primo istante, oh sì.
No, non è possibile: io le censuro pure nei temi dei miei alunni, ‘ste manie retoriche e roboanti, figuriamoci se posso sopportarle da un corteggiatore. Non riesco, con tutta la buona volontà, ad immaginare nulla di più antierotico.
Ed è un problema, mannaggia: in un paese afflitto da una piaga di italiche femmine che li trovano irresistibili, ‘sti maschi, io devo essere l’unica ad avere il problema di non riuscire a farmeli piacere, e proprio per le cose “carine” che dicono e che in me, più che altro, scatenano il versante prof e vorrei spiegarglielo, che così non si fa, ma come fai…
Non è nemmeno una cosa dedicata alle straniere, è proprio il modo di parlare d’amore che hanno qui.
Pepe mi diceva: “Dovresti sentire le coppiette sul LungoNilo, cosa non si dicono! Quando passeggio da quelle parti e tendo l’orecchio, faccio fatica a star serio, certe volte.”
E’ una questione di lingua, di cultura, che ne so. Qui, comunque, i maschi ti fanno i poetici, mentre a me – da quando sono nata, è una cosa da cui non guarirò mai – servono uomini muti, se proprio non possono essere un pelo ironici.
Peccato davvero, e dire che la mia conoscenza dell’arabo ne trarrebbe benefici spettacolari.

Quello che è comunque il vero marchio di fabbrica dello stereotipo che ci compete, ovvero il nostro impasto di zoccolaggine e sentimentalismo, in Egitto sta facendo davvero un certo furore.

Ero a una festa, l’altra sera, e ho conosciuto un giovanotto che fa il giornalista per un grosso giornale di qui nonché lo scrittore.
Lui mi fa: “Oh, italiana!” e si illumina d’immenso.
Io gli faccio: “Oh, giornalista di [omissis]!” e mi illumino d’immenso pure io, ché una che ha un blog avrebbe tante cose da chiedergli, a un giornalista di [omissis], e poi non dite che non vi penso.
Si illumina d’immenso pure l’italiano alticcio che è la conoscenza che abbiamo in comune e che mi spiega che in realtà sto parlando con il Cesare Pavese egiziano; mi sorbisco un’approfondita analisi letteraria dei racconti brevi appena pubblicati dal giovanotto e sgancio il numero di telefono in cambio di un biglietto da visita munito del prestigioso logo che è al centro del mio interesse.

Mi chiama.
Ci esco.
Mi faccio du’ palle tante cercando di arginare il fiume di poesia che mi arriva in testa. Lo maltratto, perché uno che mi fa poesia mi scatena solo maltrattamenti.
Lo obbligo a dirmi quanti anni ha: sono costretta a dirgli che si sta comportando da signorina, a non rivelarmelo, e lui “signorina” non vuole sentirselo dire, quindi capitola. “Ne ho 35”, dice. “Mi parevi più giovane.”, dico io. “Ok, ne ho 33.”
Mi legge un paio dei suoi racconti e, cavoli, sono buoni davvero.
E’ bravo. E’ più che bravo.

Se si proponesse come persona e non come aspirante amante mi starebbe parecchio simpatico. Però è ingenuo, non ha mai viaggiato e, comunque, è a caccia di una nave-scuola, che ci posso fare. Questo fatto di essere una donna complica spesso i rapporti, in Egitto.

Si affanna a caccia della mia mano e la raggiunge spesso.
Sento di doverglielo dire: “Guarda, stai sprecando energie per niente: puoi toccarmi la mano quanto vuoi ma, per me, non significa nulla.”
Aggrotta le ciglia: “Insensibile?”
“No. E’ che nella mia cultura la mano è uno spazio pubblico.”
D’altra parte trovo corretto che un giornalista apprenda rudimenti di interculturalità.

Dopo un numero non irrilevante di maltrattamenti, il poeta desiste ed emerge la persona, peraltro un po’ seccata: “I love your sweet, dirty way to insult me” mi fa, e – ovviamente – mi scatena l’applauso.
Bravo, splendida frase.

Va al dunque: “Cosa devo fare per averti?”
La prof si applica, gli dà due dritte sottolineando che non promette nulla (“Hai ragione, mi devi scusare” ammette lui) e, a scanso di equivoci, gli affibbia l’intero conto del luogo costoso che aveva scelto per l’appuntamento.
Poi se ne torna a casa, la prof (per carità: accompagnata in taxi dall’egiziano gentiluomo nonché pesto per i 18 cazziatoni presi in una serata sola), a riflettere sul fatto che no, non sono queste le serate che le interessano.
Over fifty, per favore, e navigati, ché di alunni ne ho già 450.
E magari anche in grado di ricevere il conto del ristorante senza farmi sentire in colpa, ché qui si ha voglia di sperimentare nuove ebbrezze e quest’ultima sarebbe la più nuova di tutte.

Poi sono state giornate impegnate; col giovin giornalista non ho più avuto voglia di uscirci ma non ho avuto voglia nemmeno di scacciarlo del tutto. Come ho detto, se desistesse dal corteggiarmi sarebbe anche assai simpatico.

E poi mi ha chiamato oggi: con una voce diversa, con toni diversi, felice e “vero”, per la prima volta da quando lo conosco.
Urlava quasi, al telefono, era entusiasta e doveva immediatamente raccontarmi la cosa stupenda che gli era successa: “Mi pubblicano il libro!!!! L’ho appena saputo, sarà stampato il mese prossimo, sono troppo felice!!! E’ il mio primo romanzo, non sono più racconti! Il romanzo, ce l’ho fatta!!”

“Ma congratulazioni! Ma bravissimo! Ma che bello!” gli faccio io. “E che romanzo è?”
“Si intitola Lo scandalo italiano. E’ la storia di un’italiana che si mette con un egiziano, con tutti i risvolti delle differenze culturali e, soprattutto, del travaglio dell’egiziano, stretto tra il proprio fondamentalismo e quello della società a cui appartiene e la passione che sente per l’italiana, il sesso e così via. E’ il conflitto interno dell’egiziano, soprattutto.”

“…” faccio io.

E lui, sempre più entusiasta: “Ho anche trovato la foto per la copertina! E’ un nudo di donna!”
“E te lo fanno pubblicare, un nudo in copertina??”
“E’ al buio. C’è solo una linea di luce lungo la spalla, il seno e il fianco di lei. E’ perfetto!”

“Ehm… ma fammi capire: l’esperienza per scrivere il libro dove l’hai presa? Ti sei documentato presso italiane in carne e ossa?”
“No, l’italiana l’ho solo immaginata. Di fatto, il libro è centrato sul travaglio dell’egiziano, il tema è quello.”
“Ah, ho capito.”

Ecco.
Poi uno si chiede per quale motivo io lo ami, questo paese.
Ed è che sono qui e non so se intenerirmi o morire dal ridere.
Voglio dire: ma quanto diamine avrà sognato, ‘sto ragazzo, mentre scriveva un intero romanzo sul travaglio che suppone il fatto di scoparsi un’italiana?
Non parlo del romanzo, che sarà senz’altro splendido perché, giuro, è uno che scrive bene davvero.
E il tema è interessantissimo e ne ho il massimo rispetto, non vorrei essere fraintesa.

Però, mentre scrive, uno sogna. Si identifica. Vive ciò che scrive.
E questo ragazzo, che non è mai stato fuori dall’Egitto e – buon per lui – non va a Sharm, si è confrontato con noi peccatrici, con la sua voglia di peccato e con i suoi travagli da peccatore lungo un romanzo intero.
Ma quanto avrà sognato, dico davvero?

E, dopo tutti ‘sti sogni, va e ti incappa in ‘sta stronza di prof che gli dà un 2 secco e lo rimanda a settembre, senza manco prendersi la briga di pettinarsi un po’ per lui.
Ci vuole sfiga, ci vuole.

Ecco: se le ragazze del sito che battaglia contro Sherif volessero seriamente dare un contributo alla conoscenza tra Italia e Egitto, potrebbero inviarmi il loro numero di telefono.
Io sarei lieta di presentare loro un poeta: uno vero, mica un poeta da spiaggia.