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Tu hai presente quelle trombette che si usano a carnevale, che ci soffi dentro e vengono fuori tutte le stelle filanti con un mucchio di colori, di spirali e di rotolini vari?
Così è la lingua italiana.
Un mucchio di giri e controgiri messi lì per bellezza, sostanzialmente, ché la stessa cosa la potresti dire in modo infinitamente più semplice ma suonerebbe male, suonerebbe sgarbato e suonerebbe pure un po’ incolto e, a voler essere proprio precisi, persino vagamente cafone. Specie se parli di lavoro.

Ora: soffiare e fare esplodere le stelle filanti è bellissimo, ne convengo, e parlare italiano può dare un mucchio di soddisfazioni, ché si riescono a produrre frasi assai carine anche senza dire niente.
Risucchiarle all’indentro, ‘ste stelle filanti, è invece molto meno piacevole.
Tradurre dall’italiano a un’altra lingua ti fa seriamente dubitare della salute mentale del tuo popolo, ché ti ritrovi a potare centinaia, migliaia di piccoli sprechi del pensiero, complicazioni di concetti semplici, orpelli e inutilità varie e pensi: “Ma chi diamine ce lo fa fare a complicarci così la vita? Ma perché?”
E se chiedi consiglio a uno spagnolo, dinanzi a un giro che ti fa perdere l’orientamento, quello ti guarda vagamente schifato e osserva: “Ma scusa, non puoi dire così e colà?”
E tu avverti un brividino scandalizzato, ché la soluzione suggerita dallo spagnolo ti suona secca e sbrigativa come uno schiaffone che ti scaraventa via dal miele in cui eri immersa e pensi: “Selvaggio!”
Non lo puoi evitare.
Ma lui sta pensando: “Smorfiosa!” e glielo vedi proprio negli occhi, è disgustato.
E per un attimo ci detestiamo, ché contemplare l’abisso che separa le diverse sensibilità non stimola sentimenti di fratellanza tra i popoli.

García Lorca comparava le due lingue dicendo: “La densa miel de Italia con el limón nuestro”.
Io, più modestamente, sento di dovermi prendere un’aspirina.

Sono comunque convinta che l’ultimo quarto di secolo passato a cavallo tra l’italiano e lo spagnolo mi abbia fortemente ripulito il modo di formulare i pensieri, insegnandomi ad arrivare al dunque parecchio prima di quanto non lo avrei fatto per natura.
Però mi ha anche peggiorato il carattere, secondo me.
O meglio: ho deciso che non è che io abbia un cattivo carattere: è che parlo come se lo avessi, ma solo perché mi si è infilato il limone spagnolo tra le parole e, sulle orecchie italiane, brucia un po’.
E’ tutto qui.
Informerò amici e parenti.