
Dice: certo che parli poco, tu, della bomba a Sharm.
Eh.
Perché le mie possibilità emotive sono più o meno al limite, e non mi pare utile abusarne oltre.
E poi perché uno parla quando sa o crede di sapere, e io ho imparato da tempo a non credere a un tubo di quello che dicono giornali e TV a caldo, dopo ‘ste cose. Già a freddo dicono cavolate. A caldo, non ne parliamo.
Prendi il povero biochimico egiziano (“Magdy il chimico”, secondo il consueto stile sobrio della nostra stampa) che aveva tutto per essere messo alla gogna sui giornali del mondo intero e fare tanta paura alle mamme d’Occidente: dalla professione (chissà un biochimico quanto antrace possiede) alla faccia, perfetta facciaccia da arabo:

E invece niente: il poveretto non c’entrava un tubo con le bombe e, per giunta, uno così potrebbe giusto essere il sogno di ogni mamma d’Occidente che si rispetti, con laurea, borsa di studio, due master e il dottorato appena ottenuto.
E non era manco vero che Scotland Yard lo stesse interrogando, e l’ambasciata britannica al Cairo fischietta distratta e, insomma, si scherzava.
Solo che, intanto, l’idea che gli arabi che studiano nelle università europee siano pericolosi, si fa strada.
Un risultato lo si è raggiunto.
E i pachistani nel Sinai, poi.
Guardavamo la TV, il giorno dopo le bombe e il giorno dopo ancora.
C’erano ‘sti villaggi beduini, l’esercito che li teneva assediati, voci di sparatorie e i giornalisti che dicevano che i beduini erano accusati di nascondere i pachistani.
Ora: un villaggio beduino è una cosa come quella nella foto qui sopra.
E i beduini (ma quante volte l’ho scritto?) sono i maggiori coltivatori di affaracci propri che esistano al mondo.
Miguel dice: “Sono talmente apolitici che in Israele possono anche fare il servizio militare.” Già.
Io non ricordo loro tendenze a mettere a repentaglio manco un’unghia, in nome di improbabili “fratellanze” islamiche con egiziani, palestinesi o quel che l’è. Ma figurati.
Lo frequento da 10 anni, il Sinai, e nessuna forza al mondo potrà mai convincermi a credere in un villaggio beduino che, per motivi politici, ospita degli ignoti pachistani e che, sempre in nome di un’Islam di cui si farebbero interpreti dei pachistani (aspetta che mi rotolo dal ridere, a immaginare le dispute teologiche con l’interprete e i fieri beduini, arabi 100% puri, che prendono appunti dal teologo di Islamabad), prende e si fa stringere d’assedio dall’esercito, donne e bambini inclusi.
Ma siamo diventati matti?
Guardavamo la TV e pensavamo: “Che cazzata.” Ma non è che poi una abbia spiegazioni alternative. Una pensa che corriamo dietro a cazzate e poi si concentra sul proprio ombelico, ché almeno qualche certezza la offre.
Se però mi togli dallo scenario gli improbabili pachistani, lo scontro di civiltà, la guerra santa e tutta ‘sta chincaglieria e mi chiedi: “Ma secondo te, possono essere stati i beduini?” io ti dico: “Sì.”
Chi diamine può fare circolare per il Sinai tutto quell’esplosivo, se non loro?
E mo’ hanno identificato un beduino di Al Arish, appunto, e tutto mi pare più sensato di quando si parlava di pachistani.
Perché, dico io, ricapitoliamo un attimo: a febbraio Al Ahram pubblica un articolo di Amira Ibrahim che mi pare faccia un ottimo punto della situazione e che si chiama, non a caso, Desert Blues.
Fa un quadro generale della situazione dei beduini e, assieme alla fotografia classica di una situazione che i beduini del Sinai condividono con i loro fratelli per tutto il Medio Oriente (povertà, disoccupazione, discriminazione, non riconoscimento dei loro diritti di proprietà etc.) mette l’accento sull’escalation di violenza e ostilità tra loro e le forze di polizia egiziane: dopo Taba, ne hanno arrestati 3000. Non è poco. In queste società basate sul gruppo e sulla famiglia, poi, è un numero impressionante. E del resto, insomma, mica l’avranno messa in tremila, la bomba a Taba. Cosa se li sono tenuti a fare, in carcere per mesi? Dove sono spariti tanti di loro?
Ed è che queste cose sono la punta di un iceberg, come gli scontri con la polizia che, negli ultimi anni, hanno spinto sulle montagne un po’ di giovani emuli di Al Capone, con i loro traffici di droga e le loro macchine senza targa, sfida sfacciata a un’autorità egiziana mai davvero riconosciuta e, con il tempo, sempre più nemica.
Ma l’iceberg, in sé, è fatto dagli espropri di terra, che in Medio Oriente si vede che portano una sfiga infinita.
Un tempo, da Nuweiba a Taba, lungo la costa c’erano solo camp di beduini. Poi (l’ho scritto altre volte) è esploso l’entusiasmo verso una possibile pace in Palestina, ci si è immaginati frotte di turisti israeliani verso il Sinai e giù a costruire alberghi, buttando giù i vecchi camp e prendendo terra che, ufficialmente, non apparteneva a nessuno, forse, ma che tutti sanno – sempre – a quale beduino appartiene. Il non riconoscimento della proprietà, dicevo.
L’ho visto, l’albergo di Ras Shitan che saltò in aria la notte di Taba. Albergo figo, mica un camp. Roba di egiziani o di stranieri, non di beduini.
E lo sconquasso sulla loro organizzazione interna: tradizionalmente, i capi dei diversi clan sono scelti dal gruppo per anzianità e riconosciuta saggezza: ricevono rispetto e obbedienza dai giovani, dettano le regole e, insomma, il sistema ha funzionato per secoli. Egregiamente.
Ora, i capi vengono scelti sempre di più dalla polizia. Già. Leggetevi l’articolo per vedere i risvolti della cosa, in termini di tenuta del tessuto sociale, ché a spiegarlo è complicato, ma sta di fatto che quando i lacci che uniscono un popolo si rompono, può succedere di tutto e forse non è più tanto incredibile, che qualcuno diventi incontrollabile e decida di mettere a ferro e fuoco il Sinai, persino nella controllatissima società beduina.
L’autorità del clan non è più credibile.
Il turismo dei villaggi di massa, dei charter e dei grandi investimenti stranieri non lascia notoriamente una lira, nelle tasche dei popoli che se lo vedono arrivare in casa. Su Sharm guadagnano investitori italiani ed egiziani, innanzitutto. Poi ci lavorano commercianti e mano d’opera egiziana (lavoro instabile per definizione, ché basta poco per perderlo) e poi, solo poi, arrivano i beduini. I quali, tradizionalmente, fanno i taxisti e le guide, ma a Sharm non si vedono più dare una licenza per i taxi dal 1998. Si preferisce che i turisti vadano in giro sui pulmini degli alberghi, che ne so. Loro, sono sempre più ai margini.
E allora, ricapitolando ancora: spossessati della loro terra. Spinti ai margini di un sistema economico che arricchisce gli altri, stranieri o egiziani che siano. Senza più i lacci di un sistema di autocontrollo sociale che è innanzitutto un sistema di valori su cui, peraltro, si basa da sempre la loro identità. Sempre più dediti, soprattutto a nord, a traffici più illegali che no e, per giunta (ne parlavo poco tempo fa) presi in pieno dall’allucinante sbarco di eroina semi-gratis che sta facendo strage tra ragazzi che riciclano le siringhe in mezzo al deserto.
Non è una bella situazione.
Possono essere stati loro (alcuni di loro), i bombaroli?
Sì.
Poi non lo so, se è stato qualcuno di loro.
Però può essere. Sì.
Questo spiegherebbe anche il fatto che abbiano puntato soprattutto agli egiziani, le bombe.
E sarebbe, soprattutto, molto più plausibile dei nostri narcisistici allarmi sul “vogliono distruggere la nostra civiltà!”
Tutta questa dietrologia, questo immaginare piani per distruggere l’Occidente disegnati sotto chissà quali tende asiatiche, tutta ‘sta Fallaci, tutte ‘ste stronzate.
Non lo so. Non mi pare.
Io vedo, come sempre, un Medio Oriente piccolo e complicato in cui il malessere dilaga e si estende da una punta all’altra, in cui l’unica voce che si sente è quella del più forte, di chi ha più armi e più esplosivo, e in cui se non hai un cacciabombardiere hai una macchina e del tritolo. E questa pare l’unica lingua parlabile, l’unico strumento per aggredire o difendersi, il mezzo per imporre la propria esistenza o per ribadirla o per farla accettare all’altro, o per rubare, o per riprendersi i soldi, l’acqua, il petrolio, gli euro dei turisti o quello che c’è.
Un mondo preso da una spirale di autodistruzione, ché l’alternativa sarebbe la speranza in un futuro migliore, ma dove la prendi? Cosa speri?
Un orrore.
Un orrore molto più complicato di quello che sembra eppure anche molto, molto più semplice.
Peccato, comunque.
Ché poi i beduini sono la gente più bella del mondo, normalmente. “I beduini? I migliori.” Te lo dice chi vive nel Sinai, chi vive in Giordania, chiunque ci abbia a che fare.
E si perdono mondi che, nella nostra ignoranza, non rimpiangiamo perché non abbiamo idea dei tesori che dovremmo rimpiangere.
Io mi sono informata tante volte su quanto costava una casetta, nel Sinai. E ti chiedono: “Ma la vuoi con le carte o senza carte?” Perché le carte servono a farti riconoscere la proprietà dal governo egiziano, ma per fartela riconoscere dal beduino che te la vende, in realtà, non servirebbero. Si usano ancora i patti tra gentiluomini, da ‘ste parti, e “senza carte” poi costa meno, c’è chi compra così.
E c’era il tipo che si comprò il suo terreno a Nuweiba per farci l’alberghetto, tanti anni fa, e il beduino che gliela vendette gli disse: “Ok, la terra è tua. Però le palme sono mie, sia ben chiaro!”
Non si vendono, le palme.
E da allora, ogni anno, quando è tempo di datteri arriva il beduino con la famiglia e il furgoncino, nell’alberghetto del tizio, e salgono sulla palma, si prendono i loro datteri e se ne vanno.
Dovevano andare più o meno così, le cose.
Vanno molto, molto diversamente, invece, ed è un peccato.

Grazie, 1000 volte grazie per le cose che ci racconti…. e non mi vengono le parole per dirti quanto ti sono riconoscente per essere una voce in più in mezzo a tutte le altre, piccola ma tanto, tanto importante.
i deliri sui piani di attacco alla nostra “cultura occidentale” (ma quale, quella di Calderoli???) ormai si sprecano.
E siccome da quelle parti si usa spesso lo zainetto o la macchina imbottita di tritolo, si fa confusione tra il mezzo e il fine mentre spesso non ci sono collegamenti.
Ah Lia, ci mancherà la tua voce dall’Egitto, ma egoisticamente non vedo l’ora di averti qui in Italia e di leggere la rubrica sulle “inciviltà che neanche in Egitto”.
Un bacio grande.
:-)
Complimenti per l’articolo! Una analisi seria e plausibile. Lo scenario e’ presentato in modo molto piu’ dettagliato e motivato di qualunque altra discussione sull’argomento che io abbia letto.
Giusto ieri parlavo con un mio amico, col quale sono stato a Sharm qualche anno fa.
Ragionando sulle bombe, la cosa che non quadrava era il “basso” numero di italiani e l’alto numero di egiziani coinvolti. Anniversari di Nasser, ponti festivi per gli egiziani, situazione interna. Tutte cose che i media tradizionali ignorano bellamente. Continuino a proporre spiegazioni che assomigliano tanto ad un fast food.
Se, una volta tornata in Italia, riuscirai ad analizzare la realta’ locale con altrettanta lucidita’, chissa’ che articolini salteranno fuori!
Eccola qui, questa piccola acrobata che si districa in un esistenza “assoluta”.Leggere le sue pagine è come gustare un piccolo frutto esotico,maturo, senza retrogusti artificiali.
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Io spero che tu abba ragione, che siano beduini, che sia una questione interna,che esista una spiegazione più razionale e ragionevole. Devo andare in Egitto a fine agosto; in tutti i posti dove sono stato mi va di parlare con la gente, immergermi nella atmosfera del posto,capire usi e culture diverse. Oggi pero’ non riesco a togliermi di dosso un pezzettino di diffidenza. In qualche modo quindi questa bomba ha anche effetti collaterali… nella mia testa..
Un afoso saluto da Milano.
Oggi un amico mi ha raccontato di aver sentito un’intervista ad una turista abituale di Sharm che ha dichiarato che il tassista che abitualmente la portava in quella zona della città si è rifiutato di farlo nella sera dell’attentato.
E che non si trovava un tassista a pagarlo oro.
Mi son ricordato di questo tuo post: mi pare che collimi con il racconto della signora.
Uhm, direi che si tratta di una leggenda metropolitana che sta imperversando. Ne parla Paniscus qui:
http://paniscus.splinder.com/1122338213#5367017
E’ vero, io penso che sia probabile che siano stati dei beduini. Però i beduini non sono una massa compatta, sono divisi in clan, in famiglie, in nord e sud, in gente che vive nella legalità e gente che fa i traffici sulla montagna etc. etc. Mi pare improbabile che quelli che ci lavorano, a Sharm, potessero essere complici dell’impresa: questa è una rovina anche per loro.
A proposito di cavolate dei telegiornali, non c’entra direttamente, ma vale la pena di citarlo: al TG3 delle 19, a proposito di una suora che in Inghilterra protesta per l’uso dell’immagine della chiesa utilizzata per “Il codice da Vinci”, il giornalista parla di “Un’ex carmelitana, ora religiosa cattolica” (perchè le carmelitane forse saranno protestanti, ortodosse, musulmane, buddhiste o chissà…). Non parliamo poi del vizio di utilizzare denominazioni eufemistiche per gli zingari: nomadi, rom, slavi, e chi più ne ha più ne metta: ma se loro per primi si denominano zingari e ne sono fieri (e condivido: fanno bene) perchè debbono i “gagiò” cambiar loro nome, ingenerando anche confusione? La denominazione “slavi”, più di altri, visto che gli “Slavi” sono un insieme etnico/linguistico che comprende russi, ucraini, bielorussi, serbo-croati, sloveni, macedoni, bulgari, polacchi, cechi slovacchi e serbo-lusaziani o sorabi; credo di averli detti tutti e gli zingari non vi rientrano, neppure se, per il fatto di essersi insediati nei rispettivi territori, ne hanno adottato la lingua, mantenendo ovviamente la loro specifica, il rromanì. Espressioni come “Slavi romeni, slavi turchi e via dicendo, sono, oltre che imprecise, ridicole. tornando ai nostri beneamati telegiornalisti, è incredibile come riescano a crear confusione e disinformazione, per non parlare dello scempio che stanno facendo della lingua italiana, ma anche dei barbarismi abbondantemente e gratuitamente utilizzati, spesso a sproposito, sbagliando le pronunce, anche quelle ormai consolidate da decenni, il più delle volte anglicizzando la lettura di termini francesi e tedeschi; nel caso di termini inglesi, spesso finiscono col leggerli come sono scritti; quest’ultima abitudine crea gli effetti più singolari allorchè, leggendo il nome di una località, per esempio afghana, utilizzando la trascrizione ad uso degli anglofoni, Mazar-i-sharif diventa Mazar e Sharif: a completamento dell’amenità, più di una volta ha detto “A Mazar e a Sharif” facendo due località di una. Di perle perle di questo genere, ormai, ce ne sono un’infinità e non è il caso di attardarci in questa sede, ma tanto vale per porci una domanda: Da un simile modo di trasmettere notizie, cosa possiamo aspettarci?