
Ok, ok, sono andata al Khan al Khalili.
Dopo avere ricevuto telefonate e email minatorie della soave creatura che ho per figlia, sono uscita di casa con la sensazione di essere trascinata per un orecchio e, affrontando impavida una cinquantina di gradi all’ombra, sono andata a comprare altri cuoricini e fiori di vetro che sembrano biscotti, ché questo è ciò che mi tocca comprare.
La delicata bambina pensa di venderli a Madrid a cento volte il loro prezzo. Forse mille. E’ venuta al mondo con una Partita IVA sotto il braccio, quella, altro che il panetto di cui parlano gli spagnoli (sono gli spagnoli che lo dicono? Boh.) E quindi mi ha spedito nel luogo più infernale di tutto il Cairo, dopo le Piramidi. Il Khan al Khalili, già.
Allora, si fa così: si prende la metropolitana, perché quando una è già straniera deve astenersi dal fare sognare i tassisti dandogli indirizzi tipo il Khan, appunto, o le Piramidi, o il Museo Egizio o, comunque, tutto ciò che può illuderlo di avere caricato una polla da spennare, ché poi va a finire con la solita colluttazione, avvinghiati per i capelli a rotolare per strada per un pound, e ci si spettina.
Si prende la metropolitana e si scende ad Ataba.
Da lì, si comincia fendere la folla. No, non la folla come pensi tu. E’ un’altra dimensione di folla. In linea d’aria sarebbero, boh, dieci minuti a piedi, da Ataba al Khan. Di sabato al tramonto, conta di metterci un’oretta, ché si tratta di oltrepassare tappeti di bancarelle, tappeti umani, tappetti di carretti che ti vengono addosso, masse che ti travolgono, motorette e bici col ciclista che regge vassoi di taralli grandi quanto il mio materasso, venditori di tamarindo, altre maree umane e la gente, inspiegabilmente, pare persino di buon umore, in linea di massima.
Perché poi è un paese di casinisti di prim’ordine, questo, e la zona dei venditori di magliette oggi sfoggiava, tra i miliardi di venditori urlanti con o senza megafono, due tizi in piedi sulla loro bancarella, e uno suonava il tamburello e l’altro ballava e cantava il prezzo della maglietta. E un altro, pure lui in piedi tra le magliette per svettare tra la folla, che con l’aria inferocita faceva scoppiare i sacchetti di plastica che le contenevano (botti notevoli) e urlava che ce la dava, la maglietta, e roteava gli occhi e faceva effettivamente un po’ paura, ma mai come i carretti che ti vengono addosso e devi essere lesta a scansarti, ché siccome pesano da morire, stracarichi come sono, il tizio che li tira avanza di rincorsa e certo non si ferma perché ha un imbranato di straniero davanti. Ti scansi o perisci.
Superata la zona delle magliette, attraverserai una strada in cui le macchine ti sembreranno imbottigliate dal traffico ma in realtà non è vero: stanno ferme perché ti aspettano apposta per cercare di investirti. Tira un pugno sul cofano di quelle che cercano di salirti sui piedi e prosegui. Da lì in poi è facilissimo sbagliare strada, visto che la folla ti impedisce di vedere se stai prendendo i vicoli giusti. Io capito sempre su una strada dove vendono formaggi ed è un dramma, perché a me fa schifo il latte fin da quando ero bambina e mi vengono i malori, ad annusare l’ex formaggio fresco che è stato a 50 gradi tutto il giorno, e devo accelerare per non svenire. Quando dai formaggi si passa alle carni affumicate, sono salva. E, da quelle parti lì, comincia anche la zona dei fiorai che vendono fiori finti, ed è inutile che i cairoti mi guardino come se fossi ubriaca: ho già detto che ho sbagliato strada.
Alla fine ci arrivi, al Khan, ma l’unica cosa che davvero vuoi comprare è una bottiglia di acqua gelata.
E ti serve perché, da qui in poi, comincia il peggio: devi contrattare i prezzi.
E io mi innervosisco.
Dice Jose che devi chiedere i prezzi cominciando dalle cose che non ti interessano. Devi poi segnarteli facendo la faccia intelligente, ringraziare e allontanarti. Verrai inseguito e ti chiederanno quale prezzo proponi: attenta, è una trappola. Tu non devi proporre un prezzo. Sarà lui a farti la sua ultima offerta che poi tu, ovviamente, comparerai con i “last price” dei concorrenti etc.
Ecco: io comincio a innervosirmi subito dopo la fase 1, e vabbe’.
Comunque sappi che non bisogna mai innervosirsi.
La mamma sbaglia.
Bisogna essere seri e tranquilli, non tanto simpatica da farsi prendere per il naso e non tanto ispida da fare indispettire il venditore. Tranquilla.
Non come la mamma che ringhia, e se le parlano italiano si offende come una biscia, se le parlano inglese si offende un po’ meno ma ribadisce i numeri in arabo, se le parlano in arabo non capisce una mazza ma fa sì con la testa e il venditore continua entusiasta fino a quando non si rende conto che la sua imbecille di straniera non ha capito una mazza, appunto. Ma tanto non è grave, ché l’unica cosa veramente da capire sono i numeri ed è tutto un “Trentatré!”, “Quarantadue!”, “Ma non è possibile!”, “Ah, ma come puoi!”, “Uh, mai!”, “Senti, proprio perché sei tu!”, “Ma cosa dici?”, “Vado, addio!”, “Manno’, aspetta!” e così via.
Mi basta riscriverlo, per sentirmi esausta. Khan al Khalili, brrrr.
Comunque, vabbe’, missione compiuta.
Domani affronterò le poste in pieno giorno, per amore della tenera bimba, e se sentite odore di stufato è perché sarò arrivata al giusto grado di cottura, da qui a lì, e con un contorno di patate sarò deliziosa.
Appena finisco di occuparmi di ‘sti fiori di vetro che sembrano biscotti, vado a comprare il biglietto e comincio a prendere accordi per il trasloco.
Già.
(P.S. Ti ricordi, Pupi, di quando mi scappasti, qui al Cairo, e approfittando che dormivo o chissà cosa te ne andasti quatta a prenderti un taxi, tu sola, e ti facesti portare lì al Khan a mia insaputa, ché a me sarebbe venuto un colpo, a saperlo? Quanti anni avevi? Boh, pochi. In una città di 20 milioni di abitanti, tu da sola che sfrecciavi col tuo naso a patata su taxi ignoti guidati da ancora più ignoti taxisti. Tornasti con un pouff di pelle di capra, mi pare.)

Bello! Praticamente ci hai portato al mercato di domenica mattina… Sono quasi esausta: vado a rifarmi un caffé!! ;-P
Gesù ma tua figlia è intraprendete assai. Mi dici come hai fatto ad educarla così? Chissà quanta fiducia le avrai dato perché si senta così sicura di se.
Io non ho avuto questa fortuna, quindi sto cercando di recuperare un po’ di fiducia in me tutta da sola, ma è più difficile a 33 anni rispetto a, chessò, 6.
Buon trasloco e buon tutto allora.
:-)
Ma Lia, hai provato a mandare un egiziano???
Mi fai morire…
Un pouff che costó pochissimo, dopo ore di tira e molla… :)
complimenti!!! hai reso perfettamente l’idea, alla fine della lettura ero tutta sudata.Pensa che io odio il caldo e sono venuta a vivere in Egitto bohh… Mia figlia, che tra l’altro vive in Spagna, viene in ottobre, spero tanto che non scopra la faccenda dei cuoricini e company se no sono rovinata.Buona giornata a tutti.
Barbate??
Scusa, ragioniamo un attimo: tu vivi in Egitto, e pure io.
Tu hai una figlia in Spagna, e pure io.
Tua figlia viene in ottobre, e pure la mia.
Sto sentendo una strana sensazione di specchio soprannaturale. Sono impressionata.
Senti, ma ci vogliamo sentire? Così magari ti chiedo anche lumi per il trasloco visto che tu il materasso lo hai portato dall’Italia, così mi spieghi come hai fatto.
Il mio cell- è 010 3538816, ma se mi mandi il tuo per email (haramlik@gmail.com) ti chiamo io.
Pedro: mah. Se chiedi a lei, ti dirà di avere avuto una madre scassamaroni, ispida e spigolosa e ti narrerà di quella volta che la sgridai nel 1957, specificando che era un venerdì alle 5 e che lei aveva ragione.
Giuro.
Il fatto è che il naso a patata cela una testardaggine sovrumana. E’ una cosa che contemplo (coi capelli dritti) da quando è nata, e so di non esserne responsabile. Mi è venuta così.
Io me la immagino che dalla nascita, nella culla, mi osservava con gli occhietti socchiusi e pensava: “Vediamo: come bisogna prenderla, questa tizia? Lisciarla da una parte e stancarla dall’altra, userò questa tecnica.”
E l’ha usata.
(Oh, Pupi! Tu qua?? Ehm, ciao!! :)) )
Ma l’operazione fiducia non finisce mai, ahimé. Dillo a me, che ho 43 anni e mi recito ancora i mantra allo specchio…
Katia: credo che la maggior parte degli egiziani abbia, con il Khan, un rapporto molto simile al mio…
Questo post mi ha completamente ipnotizzata e mi sono dimenticata che ho acceso il G4, con una missione, ordinare i 4 cataloghi di arredamento in Inghilterra che non mi sono ancora arrivati. Gia’ perche’ anche qui nel nostro universo borghesuccio abbiamo deciso di fare una follia, e domattina facciamo un’offerta per una casa. Bellissima. Che non ci possiamo permettere pero’ Oh, bisogna pure cominciare.
I cataloghi sono solo ‘eye-candy’, tutto quello che ci possiamo permettere e’ il charity shop e la cantina dei suoceri.
E io un pouf di capra l’ho sempre sognato…
Stef: una delle poche cose di cui sono certa, nella vita, è che BISOGNA fare le cose che non ci si potrebbe permettere.
Credimi, ne sono totalmente certa.
Forse è l’unica cosa che so, anzi.
(Però un pouff di capra, gessù…)
Pedro: grazie a te mi sono beccata un mucchio di frasi amorose dalla Pupi, oggi. :))
E adesso sono tutta contenta, ovvio.
:)*
Lia è già da come la ritrai ironicamente mentre ti guardava dalla culla che comincio a capire come la vedi tua figlia.
I bambini fanno le loro prime scelte in base allo specchio che i genitori restituiscono loro.
Anche uno specchio scassamaroni va benissimo, purchè suddetto specchio “rispetti” il figlio e non cerchi per forza di renderlo in un certo modo, restituendogli ansia o mancanza d’amore qualora provasse ad essere diverso.
Ah e comunque sono contenta anche io per le frasi amorevoli di pupi’ nei tuoi confronti.
PS: ma poi ‘sti cuoricini come sono fatti? non hai una foto fatta un po’ da vicino? m’hai incuriosita.
Eheh: i rapporti con le figlie femmine sono comunque seriamente appassionanti, è noto, e devo mordermi i polpestrelli per non lasciarmi andare a una pubblica vivisezione del mio con la Pupi, ché credo che mi divertirei parecchio a scriverne.
Di sicuro ci si prende le misure fin dal primo giorno di vita, se non prima: io so per certo che è stata il bebè con cui io potevo avere a che fare, per esempio. Ci sono bebè che non ti lasciano vivere, ma hanno madri che li possono reggere. Lei deve aver capito con il primo vagito che mamma e papà erano un po’ disorientati, io di 21 anni e il padre di 19, ed è stata la bebè più deliziosa e seducente dell’universo. Ci ha messo in riga con delicatezza ma determinazione. :)
Ma poi era bionda e io bruna, lei il sole e io la luna, io in un modo e lei in quello opposto e, da lì, non si è mai schiodata. Il mondo intero mi prende in giro: “Ma è figlia tua??” Sì, lo è, ma nel profondo. In superficie, nessuno lo direbbe mai. E per me è sempre stata un libro da leggere, più che da scrivere, ché poi il bello è quello.
Tutta la psicoanalisi del mondo (ed io ne sono una cultrice appassionata) non cancella l’evidenza del fatto che, comunque, i piccoli nascono che hanno GIA’ una loro personalità in cui tu c’entri relativamente. Influisci, sì, ma non crei.
Poi madri e figlie sono entrambe donne, e le frizioni e gli assestamenti sono talmente delicati e lavorano così potentemente nell’inconscio che non si finisce mai di amarsi e beccarsi e sfidarsi e solidarizzare e così via, dal primo all’ultimo giorno.
Stancantissimo. Come la vita, del resto.
Mi ha detto che no, non sono mai stata scassamaroni. “Un po’ isterica, a volte, ma scassamaroni mai, giuro.” Ecco. :)
Il fatto è che nemmeno il come mi vedo io come madre corrisponde bene a come mi vede lei da figlia. Ed è tutto un po’ così, sono sempre specchi che però mica corrispondono tanto, e tu ti guardi di fronte e l’immagine ti viene di profilo.
Per fortuna, e siccome la natura è saggia, prima di essere mamme siamo figlie a nostra volta, quindi il ruolo lo conosciamo.
Io credo che la grande impresa dei figli, di tutti i figli, sia quella di perdonare i genitori per i loro limiti.
E’ la cosa più difficile da fare in assoluto e, se ci riesci (mica ci si riesce per forza), diventi un adulto ragionevolmente contento.
Io la guardo con un certo sospetto, spesso, perché so che ha un buon giudizio di me: “Allora? Li hai ben presenti i miei limiti e le mie manchevolezze? Mi hai perdonato? Ti sei fatta una ragione del fatto che sono così-così? Puoi accettarmi in base a questi presupposti?”
“Sì, mamma, yawn.”
I cuoricini sono qui:
http://www.ilcircolo.net/lia/000803.php
IO sono napoletana e mio marito è giordano. Vorremo trasferirici ad Amman. Per la prima volta mi sono trovata in un sito dove la gente la pensa come me e il bello è che ci sono capitata per caso. E’ stato davvero coinvolgente leggere di donne, di persone che a un certo punto hanno sentito il bisogno di dover andare via. Non avevno nessuno con cui parlarne.
Riguardo a Napoli, i mawchilismo e gli uomini che guardano per strada però devo dire una cosa. qUESTO valeva una volta. desso sono tutti arroganti ed effeminati. Non hanno più niente che la loro crisi mascjile.
Per favore, scriveremi per darmiu il coraggio di fare il grande passo. Non cve l faccio più a vivere qua. Soffro di un mal d’arabia terribile vche mi fa avere crisi di depressione e d’angoscia. A voi è capitato mai prima di andarvene via?
Se vi va mi potere scrivere anche nella posta. Sarebbe più intimo.
Graxiee d’esistereeeee
Lara