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Per la prima volta da quando esiste questo blog, l’insulto del giorno non è stato il solito “Antisemita!” ma un inedito “Sei peggio di un’ebrea!” che accolgo festosa, lieta come sempre mi accade di essere davanti agli eventi che spezzano la monotonia.
Magari uno di questi giorni lo pubblico e gli rispondo pure, ché mi chiede di spiegare le inesattezze raccontate dalla Fallaci sulla presenza islamica in Spagna, ma ora non ho voglia. Fa troppo caldo.

Ho comprato il biglietto per l’Italia.
L’Egypt Air era strapiena, manco a parlarne.
Poi mi proponevano quei voli che parti alle 4 del mattino, arrivi alle 6 in capo al mondo e poi riparti nel pomeriggio per Milano. Potevo scegliere tra Praga, Budapest, Belgrado e Istanbul e, portata a sopravvalutare le mie energie come sono, la tentazione di farmi una giornata a Istanbul ce l’ho avuta anche, per un attimo. Poi mi sono immaginata mentre mi trascinavo il mio bagaglio a mano per tutta Istanbul (borsa, zaino, computer portatile e cappotto di montone lungo) dopo avere pure passato la notte sveglia e ho capito che sarei morta.
Sto diventando saggia, con l’età.
Biglietto Alitalia, dunque, e ho pure beccato un’offerta per cui mi costa “solo” 400 euro. L’offerta dura tutta l’estate, sappiatelo.

Sono andata a comprarmi le cannucce, ché qui è piena stagione di manghi e io faccio colazione col lassi (si prende un mango e lo si frulla con yogurt e ghiaccio) e quindi la cannuccia mi è indispensabile.
“Avete le frrrsssshhhhh?” ho chiesto, mimando l’atto di aspirare da una cannuccia immaginaria.
“Sì. Ma come si chiamano in inglese?” mi ha chiesto il negoziante, che un po’ di inglese lo parlava.
“Uh, non mi ricordo, te lo posso dire in italiano… ah, no, si dice straw! E in arabo come si dice?”
“Si dice [boh, già scordato], e in italiano?”
“Cannuccia. Sì, can-nuc-cia. Così.”
E, un attimo dopo, tutti i garzoni del negozio, che pure parevano distrattissimi mentre io e il padrone parlavamo, erano lì a portarmi le cannucce e, cannuccia di qua e cannuccia di là, in inglese, in arabo e in italiano e io ero l’unica che dimenticava la parola in arabo, loro quella italiana l’avevano colta benissimo e la ricordavano tutti dopo averla sentita solo una volta, i maledetti.
Pure quello del banco dei formaggi, in fondo: “Cannuccia!”.
“E’ che siete portati per le lingue, voi egiziani.”
“Ma grazie!”

E di che? Grazie a voi, ché è così facile esservi prof…
E me ne sono andata sorridendo, come spesso mi capita quando faccio la spesa, qui.

Ho fatto un salto al centro culturale dove ho lavorato a Luglio anche se non è italiano, e la notizia si era già sparsa: “Di ruolo! Volevo chiamarti per farti i complimenti ma J. mi ha detto che era meglio lasciar perdere, che eri un po’ triste.”
“Eh.”
“Ma no, ma dai, ma congratulazioni, ma vedrai, ma qui, ma lì, ma dobbiamo andare a cena a festeggiare e poi la cena d’addio…”
E P. che ridacchia: “Hai una faccia che uno ti farebbe le condoglianze, più che gli auguri.”
E io ero lì col biglietto in una mano e le cannucce nell’altra, a desiderare con tutto il cuore di trovare un altro ambiente di lavoro così, quando sarò a Milano, ché guarda che è importante stare bene sul lavoro, ti determina l’esistenza.
Mi mancherà, questo cameratismo da espatriati, e questo chiedersi: “Allora? Come si sta a Bucarest, come sta Tizio a Tel Aviv, Caio a Varsavia?”
E, dai resoconti che senti, pensare che noi in Egitto siamo fortunati, forse i più fortunati. Ma su questo ci farò un altro post, è un’altra cosa da raccontare.

José se la rideva, ieri sera, davanti alla birra: “Senti: ogni tanto ci vuole un grammo di sensatezza, per potersi permettere di vivere da insensati. Solo un grammo, non di più. Ma ci vuole. E ti tocca.”
E poi mi fa: “Sai che devi fare? Devi pensare di essere una spagnola che è stata improvvisamente destinata in Italia. Vero che l’idea ti divertirebbe? E quindi vedila così e, soprattutto, vivila così. In qualche modo è pure vero.”
E, nonostante la compassione che mi ispira il mio povero senso d’identità, forse ha ragione: è bastato che lo dicesse perché mi sentissi, immediatamente, un po’ elettrizzata e curiosa e desiderosa di sapere come sarebbe stata, quest’Italia.
José ha molti anni e chilometri alle spalle, e si vede.

Da domani mi trapianto in piscina e ricomincio la palestra, il bagno turco e tutte queste meraviglie, ché l’arrivo del webmaster mi ha reso indisciplinata e godereccia e devo recuperare disciplina e riperdere chili, ché mi pare di ricordare che a Milano è importantissimo e io, ahimé, sono lontana mille miglia dall’estetica meneghina.
Faccio fatica persino a immaginare di rimettere i piedi nelle scarpe invernali, non so come farò.
Una selvaggia, vi vedrete arrivare.
Depilata, questo sì.

Però, insomma, ho ancora un mese davanti.
Un po’ da limbo, col Cairo d’Agosto semivuoto e troppe cosacce da fare per poter pensare di andare a Dahab (che mi dicono sia vuotissima, a proposito).
Però, appunto, è un mese.

Mi sa che questo blog si aggiornerà spesso, ecco.