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Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre, dopo le libagioni di rigore, mio padre ci fa: “Bene, vi accompagno a casa.” E noi: “No, non serve: abbiamo appuntamento con Cri fuori città per l’ora di cena. Lei ci verrà a prendere alla fermata di Famagosta, quindi ci basta che ci accompagni alla metropolitana.”
Veniamo quindi depositate alla fermata di piazza Udine, dove ci salutiamo con grandi abbracci e auguri.
Scendiamo e, davanti alla biglietteria, veniamo accolte da un impiegato che ci annuncia che la metropolitana è chiusa. Sono le 19,30 e l’ultimo treno verso sud è già passato.
Un gruppetto di stranieri che è sceso con noi incassa senza protestare e torna su, bestemmiando in qualche lingua a me incomprensibile.
La frase scandita da mia figlia dietro di me, invece, la capisco benissimo: “No me lo creo. Esto sólo puede pasar en este país de mierda.”
Sono troppo sconcertata per rimproverarla, anche se immagino che avrei dovuto.

Risaliamo e, nel deserto buio di piazza Udine, cerchiamo di telefonare a un taxi. Scarico quasi per intero la scheda del cellulare ascoltando musichette di attesa e messaggi registrati che mi comunicano che “non ci sono taxi”, “pregasi richiamare più tardi”, “lei ha dato il consenso implicito al trattamento dei suoi dati personali ai sensi della Legge XYZ”.

Appare un autobus diretto a piazzale Loreto e ci saltiamo sopra, felici di spostarci verso una zona più centrale e più a sud, verso la nostra meta.
A Loreto apprendiamo che ci rimane solo un autobus da prendere, prima della cessazione definitiva del servizio. A occhio, mi pare che la 90 faccia capolinea a piazzale Lodi. Mettiamo Cri in preallarme: “Stiamo per rimanere bloccate a Milano causa scomparsa dei mezzi pubblici. Vienici a salvare. Verso piazzale Lodi.”
Ci sbattono giù dalla 90 in viale Molise, invece, tra le proteste degli immigrati che affollavano l’autobus e il silenzio rassegnato dell’unico italiano presente a bordo oltre me.
Frugo nella memoria cercando di situare viale Molise. Dritto di là c’è una piazza, penso. Forse è piazzale Lodi.
Camminiamo lungo lo stradone buio, oltrepassando fermate d’autobus piene di persone in attesa del nulla. Sono le 8 di sera e pare notte fonda. Glielo vorrei dire: “Guardate che non ci sono più autobus fino a domani.” Invece continuiamo a camminare nel buio, scorgendo qua e là le teste dei nostri ex compagni di viaggio, anche loro in marcia verso la piazza.
E arriviamo, infine, ma non è piazzale Lodi.
E’ piazzale Cuoco.
“Dove cribbio è piazzale Cuoco? Dove siamo?” mi chiedo smarrita.
Richiamo Cri che mi dice di aspettare in un bar, che arriva. “Ma dov’è piazzale Cuoco?” mi domanda. “E che ne so” le rispondo.

Un bar aperto c’è, miracolosamente, ed io, Pupina e Poirot, il cane di Pupina, ci dirigiamo decisi verso l’insegna accesa.
Pupina arriva per prima, sbircia dentro e, con voce fredda, mi comunica: “Uhm. C’è un ambiente in cui tu ti troverai di certo a tuo agio.” E’ pieno di arabi che bevono birra, infatti.
Indugiamo fuori: io, perché dentro non potrei fumare e Pupina perché deve misurare le probabilità che ha di essere lasciata in pace, qualora si decidesse a entrare. Le probabilità sono nulle, visto che già la stanno fissando in 50, quindi ci avviamo verso la panchina di un’inutile fermata di autobus e, lì sedute, aspettiamo Cri.

Io sono temprata da molti viaggi e da molto Medio Oriente: svuotare la mente, astrarmi dalle condizioni ambientali e aspettare con pazienza è una cosa che mi viene naturale e mi riesce bene.
Lì seduta, con i pensieri a zonzo e la calma totale dell’impotenza mi sento abbastanza a mio agio, in effetti.
Mia figlia, no.

La guardo e ripenso a me stessa a 20 anni, quando tornavo a Napoli dopo una lunga assenza e la riscoperta delle magagne e del pessimo funzionamento della mia città mi feriva e mi deludeva come il tradimento di una persona cara.
Lei è furibonda: osserva il suolo sporchissimo di piazzale Cuoco e si tiene il cane in braccio: “No, non puoi stare a terra. E’ troppo sudicio, fa schifo. Sta’ qui, in braccio a me.”
Io guardo la strada e taccio.
Lei, sempre più adirata: “Mi si sta gelando il sedere. Ho i piedi congelati. Fa freddo. Quando arriva Cri? Richiamala. Questo non succederebbe mai, a Madrid. Ma che schifo fa questa piazza? Non ricordavo che Milano fosse tanto sporca. Ho freddo. Il sedere. I piedi. Sono stufa. Sono stanca. Sono gelata. Sono le 9 di sera e non c’è un mezzo. A Madrid sarebbe inconcepibile. Ma la gente come fa? Tutti quelli che erano alle fermate, come fanno? Voglio andare a casa. Di’ a Cri di portarci a casa. I piedi. Il sedere. Sporcizia. Freddo. Mamma, mi sto innervosendo.”
Io: “Be’, non mi pare utile.”
Nulla può smuovermi dal mio stato zen.

Dietro di noi c’è un posto di quelli per telefonare all’estero, con un paio di postazioni internet.
Lei: “Vado a collegarmi a internet per ingannare l’attesa.”
Io: “Ce li hai i documenti?”
Lei: “I documenti? No. A che mi servono?”
Io: “Devi mostrarli per poterti collegare. Misura italiana antiterrorismo.”
Lei, con voce strozzata: “Non ci posso credere. Gessù, che cretini. Non ci posso credere.”
Io, di nuovo zen.

Poi è arrivata Cri e ci ha riportate a casa nostra. Dopo due ore e mezzo di traversata di Milano, non eravamo in grado di andare da nessun’altra parte.

Il giorno dopo l’ho accompagnata all’aeroporto, la Pupina. Mentre eravamo in fila al check in, è arrivata una troupe della RAI a fare interviste ai passeggeri in partenza e a lei sono brillati gli occhi: “Uh, speriamo che mi intervistino! Gli dico che vivo all’estero e che non tornerò fino a quando Berlusconi rimarrà al governo!”
Per qualche istante abbiamo assaporato l’idea di Pupina censurata dalla RAI, come Biagi e Santoro, ma poi la troupe è passata oltre.
Ed io ho guardato mia figlia pensando: “Ma se Berlusconi perdesse le prossime elezioni, tu torneresti?”
No. E’ evidente che non tornerebbe.
Ed io, rimarrei?
No.

Poi ho gironzolato un po’ nella libreria dell’aeroporto.
Obbedendo alle consegne della mia bambina, volevo comprare una rivista femminile per leggere consigli di creme e make-up e risvegliare la mia tramortitissima civetteria.
Ho comprato un libretto sullo sfascio della scuola italiana, invece, da D’Onofrio a Berlinguer alla Moratti, e me ne sono tornata a casa.

Alle 8,30 di questa mattina sono stata svegliata dal messo comunale incaricato di accertarsi della mia effettiva presenza in casa mia, verifica indispensabile affinché mi venga concessa la residenza a Milano.
Era un messo comunale donna.
Le ho aperto in pigiama.
Lei ha detto: “Permesso!” ed è entrata a passo spedito nel mio monolocale, accompagnata da una bambina di 7 o 8 anni.
La bambina si è seduta sul letto che io avevo appena abbandonato, la madre si è messa a scrivere qualcosa sul tavolo, accanto al mio pc.
Io, in pigiama e spettinata, rispondevo alle domande: “Che mestiere fa?” “Insegnante alle superiori.” “Suo marito si chiama Pedro Carrasco?” “Sì, ma è il mio ex marito.” “A noi risulta ancora marito. Dove abita, lui?” “In via Tal dei Tali.” “A che numero?” “Non me lo ricordo. Infatti è un ex marito.”
Ero troppo in pigiama, troppo spettinata e troppo appena sveglia per incazzarmi.
Con una bambina seduta sul mio letto sfatto, poi.

Se ne è andata dicendomi che mi avrebbero dato la residenza, come una che ti dice che hai vinto alla lotteria. Congratulazioni.
Io, ormai sveglia, sono tornata al mio libro sullo sfascio della scuola italiana.
Da D’Onofrio a Berlinguer alla Moratti.

Devo ricordarmi di fare un post sul concetto di “sfrittellamento del pensiero” esposto nel libro.