La notizia del mio imminente trasferimento a Genova mi ha gettato in un vortice di computer per cui, negli ultimi giorni, ho messo a stento il naso fuori di casa e qua rischio pure di sbiadire, dopo tanta fatica per ottenere una smagliante abbronzatura cairota che, per la prima volta nella mia vita, ha previsto persino l’uso disciplinato e costante delle creme solari protettive, e arrivarci dopo 40 anni di sole nudo e crudo mi pare un progresso, direi.

Ma sto cercando casa e storie di Genova, appunto, e in Italia avrò davvero poco tempo per farlo. Urge portarsi avanti.

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E, avanti, mi ci sto portando eccome.
Questo blog è una potenza, senti.
Perché altrimenti come lo definisci, il fatto di scoprire che hai un lettore dentro la tua futura scuola? Sì, ok: “culo”, lo definisci, e non ti do torto.
Comunque le informazioni si fanno sempre più precise, le zone si delimitano, le indicazioni sono sempre più utili e una è contenta e fischietta ottimista.
Stavolta potrei anche riuscire a non cadere per strada, perdere scarpe nei taxi, rinchiudermi per protesta in pensioni buie e, insomma, fare tutte le cose insensate che mi ritrovai a fare tornando in Italia l’anno scorso, quando vagavo per Milano in uno stato confusionale totale, aggravato dalla scoperta di non potere fumare da nessuna parte.
Mamma mia, chi se lo scorda più.

La novità della serata, comunque, è che:

[…] i quartieri nei quali dovresti cercare per essere abbastanza comoda sono “Borgoratti“, “San Fruttuoso“, “San Martino” e la zona intorno a “Corso Gastaldi“.

E “cusa l’è?”, si chiede una, e ormai ha le dita a forma di Google e di Fotostradario e si diverte.

Poi si rende conto che è quasi l’una di notte (mezzanotte in Italia), una, e che si è scordata di mangiare, non si è mai pettinata, non ha fatto nessuna delle cose che doveva fare e in frigo ha una triste bottiglia di Obelisk e poco più.

E, sbadigliando, ripercorre vecchi riti cairoti: “Pronto, è Thomas? Sì, mi mandi una cotoletta e un’insalata di funghi. Yawn.
E ti arriva tutto bello caldo, sono 8 euro in totale ben spesi ma, soprattutto, il tizio che ti porta la cotoletta è lo stesso che ti portava la pizza nell’altra casa ed è tutto un “Madame! Come sta?” “Ezzayak!” “Che piacere rivederla!” “Ma quanto tempo!” e lui si convince che questa sia la mia nuova casa e mi fa i complimenti, alza il pollice e ammicca e a me sembra troppo complicato e poco adatto alle circostanze stare a spiegargli in improbabile arabo – o meglio a gesti, ormai – che non è casa mia e che me l’ha prestata un amico ma, comunque, ci salutiamo festosi e la cotoletta è ancora calda, quando apri il pacco della cena, persino dopo tutti ‘sti saluti.

Questa storia dei saluti, poi, non finisce più, e meno male che non sono nemmeno mai andata nella piazza in cui vivevo prima, ché un po’ non mi piacciono le gite nel passato e un altro po’ mi angosciano, i troppi saluti.
E tuttavia non scappi, almeno non del tutto, e il colmo l’ho raggiunto l’altra sera, che camminavo in una stradina alberata tutta buia e, dall’oscurità, è emerso un “Madame!” che ho fatto un salto di due metri per lo spavento e poi lì per lì non lo riconoscevo, l’autore dell’inatteso grido, e lui mi ha rinfrescato la memoria: “Ma non si ricorda? Sono l’esattore della bolletta della luce!”
Occribbio, certo che sì.
Il severo omino che mi portava la bolletta ogni mese, si prendeva i miei mugugni quando mi toccava spendere ben 10 euro a bolletta e arrotondava lo stipendio coi due pound di mancia da “tenga il resto”, sempre silenzioso e molto compreso nel suo ruolo di statale dell’energia elettrica.

Ed eccoci là, nel buio della strada alberata e deserta, coi cento “Come sta?” “E come sta lei?”, e “Ma non vive più a Dokki? Dove è finita?” e io faccio un gesto vago indicando il nord e lui pensa che stia indicando il quartiere di Mohandessin, non certo Milano.
E non sa se ridere o immalinconirsi, una, dopo essersi scambiata tanti sorrisi con l’esattore della luce.

Io dovrei andare a Dahab, ché non si vive di sola piscina metropolitana e mi manca il mare.
Ma come si fa a decidersi ad andare in vacanza dove è morta tutta quella gente quattro mesi fa e tu ancora non sai chi, non sai se li conoscevi, se li ricordavi, e chissà se il tale bar lo hanno già rimesso in piedi, dopo la bomba, e chissà il supermercato, ma poi pensi di sì, sicuro. Sono veloci, qua, a ricostruire.
Non brucio dalla voglia di andare, comunque. Non ho fretta di provare dolore.

Ma poi non voglio andare da nessuna altra parte.
Si parlava di Ain Sokna e non ho manco guardato i pullman.
Vado a Dahab, è ovvio.
E’ solo che non ho fretta.

E il blog sta tornando a catturarmi ed io, sospesa nella mia assoluta, totale mancanza di appartenenza, ci starei anche bene su ‘sto divano, con l’aria condizionata e la Maison Thomas che mi porta da mangiare.