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Perché, sai, cambiare prospettiva non è solo questione di vedere le cose in modo diverso.
E’ anche che vieni vista in modo diverso.

Prendi il collega, che è in Medio Oriente da quasi venti anni. (E, no, non si è convertito. E’ semplicemente qui, come lo ero io.)

Lui: “In questa storia che mi racconti manca qualcosa, completamente, ed è il divino. Non se ne sente traccia.”
Io: “Già.”
Lui: “E, al di là delle risate per come la racconti, io ricordo di te che sei tutto fuorché insensibile. Osservo il tuo equilibrio, quindi, ché lo vedo nel fatto che non hai emesso un giudizio in tutta la narrazione.”
Io: “Dici che è equilibrio? Potrebbe essere semplice empatia. Perché giudicare, in un simile impasto di umanità nuda e cruda?”
Lui: “Altri darebbero i numeri. E’ pesante, la storia che mi hai raccontato.”
Io: “Oh. Finalmente qualcuno che lo capisce. Ma, sai, il punto non è quello. Il punto è tornare a dare un senso a tutto quello che ci circonda qua attorno. Tornare a sentire che c’è un perché, nella gente che prega su cumuli di spazzatura che crescono di anno in anno. In queste donne avvolte in strati di stoffa sintetica con 40 gradi, ed io oggi riesco a pensare solo alle pulci che si annidano sotto al nylon, e alle bolle sulla pelle che mi ritroverei io, dopo una giornata in strada al Cairo conciata così. Tutto quello che ci circonda, dopo tutto, ha un senso o no? Questa, è la domanda. Perché, qua, l’ho sentito io, il senso, ma non me l’ha mai raccontato nessuno, a pensarci bene. Nessuno lo sa spiegare fino in fondo, e lo senti o non lo senti. Ed io pensavo che non me lo sapessero spiegare perché… perché lo sappiamo, perché. Perché il senso è collettivo, non è individuale, e in questo mondo povero di soldi e di tutto, cercare interpreti solidi, sensati, veri, è un’impresa, e trovarli è una botta di culo. Ma adesso? Cosa devo pensare, io, adesso? Che il senso non c’è? Che è tutta una stronzata, giochetti di potere, e che un mondo intero si perde dietro quattro litanie vuote, intercambiabili?”

Intercambiabili.
Forse la parola è questa, dopo tutto.

Dice il collega: “Io ho vissuto in Libano per due anni. Accumuli più emozioni lì in due anni che in dieci anni in Egitto. Perché è grande come mezzo Veneto, il Libano, e dentro c’è tutto.”

Dice: “Io non ho mai visto, in tutta la mia vita, un odio come quello che contrappone gli sciiti ai sunniti, in Libano. Io non sapevo cosa fose l’odio, prima di vedere loro. Sciiti e sunniti. Poi viene quello tra musulmani e cristiani. Poi. E poi viene quello dei cristiani fra di loro.”

Dice: “Ma sai che sanno sparare tutti, in Libano? Facevamo un’unità didattica sulla caccia ed è uscito l’argomento. E, a domanda precisa, ho spiegato che io ero obiettore di coscienza e non sapevo sparare, non avevo mai sparato. E loro, tutti a guardarmi con superiorità. Tizio, lo sciita. Caio, il sunnita. Sempronio, il cristiano. Sapevano sparare tutti. E in classe c’era anche questa ragazzetta armena. Dolce. Ma dooolce. Un tesoro di ciccina. E allora lo chiedo a lei, come ultima spiaggia, il mio ‘dimmi che almeno tu non sai sparare, dai’. Tu non sai quanto era piccolina e dolce. Ma lei mi guarda e si trasforma. Si trasforma, proprio. E mi fa: ‘Certo che so sparare. Se un giorno venissero i musulmani a casa mia, io avrei il fucile pronto e li ammazzerei.’ E me lo dice davanti a tutti i suoi compagni musulmani, in un quartiere musulmano. E i compagni tranquilli, come chi ha sentito una cosa normale. Sanno sparare tutti, in Libano.”

Dice: “A secondo della serata, mi accompagnava a casa lo sciita, il sunnita o il cristiano. E gli altri mi facevano il culo, ché mi facevo accompagnare da uno sciita. Da un sunnita. Da un cristiano. Ma, sai cosa? Il punto è che erano identici. Tutti quanti loro. Stessi modi. Stessa gentilezza da stenderti. Stessa simpatia, ché i libanesi ti fanno morire dal ridere, più che gli egiziani. Stessa apertura mentale, te lo dico da prof: la convivenza li rendeva elastici, aperti. Stessi guizzi, stesso piacee a starci insieme. Uguali, erano. E non se ne accorgevano.”

Dice il collega: “Ogni libanese è un Libano. Tutti diversissimi, tutti speciali ma tutti che si mettono in una categoria. E a te, invece, sembrano tutti adorabili.”

Intercambiabilità, dicevo.
Ché la gente, gente è.

Dice: “Ma quanto sono simpatici, non hai idea. Sono speciali. Un popolo come non ce ne sono altri.”

E a me viene in mente una corrispondenza di Maruja Torres (che, a proposito, e tu guarda come è la vita, si è ritrovata di nuovo a Beirut proprio adesso ed è rimasta, scrive da lì):

Como suele decirse: Welcome to Beirut. En donde, por cierto, manifestantes que se reunieron el jueves frente a la sede de la Unión Europea para pedir una acción internacional contundente que acabe con el conflicto, fueron atendidos por un representante a la solanesca (de don Javier, no del pintor), que les soltó la habitual perorata. Los otros se echaron a cantar: “Parole, parole, parole”, en el mejor estilo Mina contra Marcello Mastroiani.

Lo ammetto: in Egitto non verrebbe in mente a nessuno. Altra storia, altro retroterra.

Dico: “Mi diceva qualcuno in Italia che il mondo arabo laico è finito, che è inutile persino nominarlo, che non c’è battaglia politica, in Europa, in cui abbia senso ricordarlo.”

Dice: “Per forza. Li bombardano.”

A proposito: rileggendo me stessa che racconto di Maruja Torres lo capisco meglio, questo mio stato d’animo che suscitava lo stupore del collega all’inizio.
Perché una sceglie cosa essere, a un certo punto della sua vita.
Ma questo non le impedisce di ricordare tutto il ventaglio di identità dentro cui ha fatto la propria scelta.
Nel mio ventaglio, il borotalco libanese di cui parla Maruja c’era. C’è sempre stato, mi appartiene dalla nascita.
Poi ci ho rinunciato, per scelta o perché mi ci ha depositato la vita.
Non me ne pento, anzi.
Però, come dire: cazzi tuoi, bimba.